Editoriale

Il termine “handicap” viene oggi utilizzato quasi quotidianamente, si tratta di una parola largamente diffusa e, forse proprio per questo motivo, anche un pò inflazionata; a volte viene pronunciata come un intercalare per mettere in evidenza le più svariate difficoltà. “Ho avuto un handicap”, si sente dire, nell’accezione di difficoltà, problema, comunque di qualcosa che c’è stato, ma poi potrebbe risolversi e non esserci più. Più complessa e articolata è la sua classificazione quando, per approcciarsi al problema in termini efficaci, occorre definire l’handicap come impedimento, ostacolo, svantaggio e trovare delle soluzioni per convivere con la disabilità

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Una lettura di questo problema che tenga conto della complessità dello stesso, viene proposta in un articolo di A. Cozzi “Note iniziali sulla diagnosi nell’handicap”, che introduce una nuova lettura del fenomeno: anziché partire dall’eziologia e quindi dallo studio delle cause di una malattia, partire invece dalla malattia stessa e dalle sue manifestazione concrete prodotte dall’infortunio o dalla malformazione. Altri prestigiosi contributi sono quelli pervenuti da Sergio Neri, riguardanti le nuove prospettive reative all’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap, nonché quelli dell’Equipe medica “G. Corberi” dell’ASL 1, relativi agli spazi di intervento sul grave ritardo mentale nella sanità aziendalizzata. Un’intervista ad Angelo Mario Franza sulla formazione clinica nelle professioni educative e formative e un suo interessante articolo, concludono la parte dedicata alla formazione. Un discorso a parte, poi, è il contributo di Duccio Demetrio sull’irresistibile “bisogno di scrivere di sé”: ci torneremo in autunno con un numero monografico dedicato ai percorsi della memoria.

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