Editoriale

Giochiamo?

Già un brivido mi attraversa la schiena. Ma cosa è un brivido se non un’emozione, un qualcosa di  ancora ignoto eppure così presente, di  rischioso e poco prevedibile che anticipatamente assaporo come una felicità che a sorpresa  arriverà?

So e non so, e in quello che non so potrebbe nascondersi ciò che nella fantasia già pregusto, una sferzata di felicità, una cosa nuova  che brilla nella opacità delle giornate che si susseguono. Dunque quel “qualcosa”  che rende per così dire sopportabile e vivibile la vita. Nel gioco, uno stato di esaltazione simile a quello della creazione e dell’innamoramento alberga in noi. Ce la farò, non ce la farò a raggiungere quella posizione, a ottenere quel risultato? Si tratta anche di mantenere un certo allenamento e quindi, anche una certa dose di ripetitività e regolarità sono necessarie, una ripetitività godibile dal momento che, come sostiene qui  Canevaro  è  utile perché  allenandosi si creano  altri spazi e possibilità di giochi che allargano i nostri confini.

Bisogna correre dei rischi, si può rimanere “giocati”, ma si può anche rigiocare e cambiare posizione. Quantunque le regole del gioco siano presenti in tutti i giochi ed in tutte le forme, in  tutti i luoghi ed in tutte le culture, esse sono suscettibili di cambiamenti e revisioni, possono
essere, pur senza negarle, come dice Staccioli, “relativizzate”, quasi che acquisendo un relativismo sociale attraverso il ludico, si impari che anche la vita degli uomini è un grande gioco ed è solo giocandolo interamente che può essere compreso. Ma nello stesso tempo il gioco  diviene anche una sorta di “medicina” di cura  per il proprio sé e sembra rivestire una funzione di reintegrazione psichica e di collegamento tra Io e Sé, un unguento o,  come sostiene Cozzi, un esorcismo della sofferenza e dell’insicurezza. Una cosa è certa, del gioco non si può fare a meno.

Scriveva Huizinga nel 1939, pp.3-4 “Il gioco è più antico della cultura(…). Gli animali giocano proprio come gli uomini(…). Ogni gioco significa qualcosa. Se chiamiamo spirituale questo principio attivo che dà al gioco la sua essenza, allora diciamo troppo; se lo chiamiamo istinto non diciamo nulla. Comunque lo si consideri, certamente si manifesta, con tale ‘intenzione’ del gioco, un elemento immateriale nella sua essenza stessa.”

Fate il vostro gioco!

Igor Guida