Editoriale

Su La Repubblica di sabato 24 Settembre leggo che in India una bambina di soli 12 anni, si è tolta la vita, impiccandosi ad una impalcatura di bambù. Il motivo del suo gesto è da ricercare nella quotidiana mancanza di cibo e nell’impossibilità della sua famiglia di concederle una rupia, circa due centesimi dei nostri euro, per acquistare la merenda a scuola. Forse, se la bambina fosse stata maschio, si sarebbe salvata; perché, nello stato del Bengala è ancora invalsa la cultura per la quale ai maschi viene concesso un po’ più di cibo…

Intanto qui da noi, in Italia, dove la fame, quella che più volte ha provato quella bambina, sembra scomparsa – anche se almeno due milioni e trecentomila famiglie, che evidenziano il costante aumento delle nuove povertà, vivono oggi sotto le soglie del minimo vitale -, vediamo che molte energie vengono sprecate per discettare su argomenti che fanno parte di questioni intime e personali legate alla propria coscienza. Che, nel pieno riconoscimento e rispetto dell’altro, nulla hanno a che vedere con la sopraffazione di idee o visioni del mondo.

In questo ultimo anno, fin dal referendum sulla fecondazione assistita, c’è stato un accanimento costante di una parte cospicua della Chiesa verso la famiglia, verso le coppie, la loro composizione, le varie forme di matrimonio e convivenze. Una sorta di sessuofobia – ed omofobia – che investe persone e scelte di vita, incurante dei molteplici volti dell’amore che del relativismo declinano solo l’amore in relazione alla peculiarità di ognuno, al riconoscimento della irripetibilità di quell’esperienza umana che dovrebbe ancora essere il valore portante di ogni mondo civile.

La Chiesa ha il diritto di usare il suo spazio pubblico per diffondere le sue credenze, ma non per imporle. Invece le ingerenze nelle libertà di ognuno sono ancora troppo forti e fanno leva sui sensi di colpa, sui vuoti di senso, sui vuoti d’amore, sulla mancanza di una vera solidarietà senza sopraffazioni. Per questo i discorsi fatti da cardinali e vescovi su come, quando, dove, con chi l’amore può dispiegarsi mi sembrano fuori luogo, quando al centro dell’attenzione dovrebbe esserci l’amore per l’altro ed il bene comune.

Come si può sostenere che aiutando le coppie di fatto nella fruizione di agevolazioni o servizi, si disincentivano i matrimoni? Che l’aborto è un assassinio? Che non è indispensabile riformulare con i Patti Civili di Solidarietà i diritti delle coppie di conviventi, in modo che diventino a tutti gli effetti soggetti di diritti e di doveri come le altre coppie e famiglie, poiché potrebbero, per esempio, trovarsi nelle condizioni di dover fare delle scelte gravi di fronte questioni di vita o di morte nelle quali l’attenzione e l’amorevolezza del compagno hanno una importanza enorme? Non riconoscere queste necessità è, in qualche modo, contrapporsi all’evolvere dei costumi sociali ed al miglioramento delle leggi. Del resto il Concordato, all’articolo 1, dichiara che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani nelle loro rispettive competenze civili e religiose.

Sempre su La Repubblica di venerdì 30 Settembre, appare un articolo di Eugenio Scalfari su questi temi dal titolo Perchè Ruini non diventa Senatore. Nell’affrontare le connessioni tra etica e politica, gli spazi della Chiesa ed il loro pubblico utilizzo si legge: “Se i vescovi entrano nel cuore della politica (il che gli è precluso)… tanto varrebbe vederli seduti sui banchi della Camera e del Senato a discutere e a votare…”. Ma “dov’è in tutto questo la religione? Dov’è la carità? Dov’è la pietà? Chi decide se un bisogno ampiamente avvertito sia soltanto un desiderio o abbia creato un diritto? Lo decide Monsignor Fisichella?

Maria Piacente