Editoriale

Succede spesso che volere capire a “tutti i costi” ci porti a forme di accanimento deliranti, capaci di fornirci, comunque, delle risposte tese a rassicurarci e a fugare tutti i nostri dubbi. Anche nell’ambito della formazione, soprattutto nelle professioni di aiuto, si cercano sempre nuove risposte, nuovi modelli formativi, sia di tipo tecnico  sia  di tipo  contenutistico,  nel tentativo  di sottrarsi, quanto più possibile, al gioco di “chi forma chi”,” chi forma che cosa”, dei “formatori dei formatori”, per evitare quel “diluvio del nulla” di cui parla Adriano Voltolin, nel suo articolo su questo numero.

Nel mare magnum delle  professioni pedagogiche, rimane fondamentale approdare ad uno “statuto epistemologico comune” senza dimenticare una “specifica attitudine transdisciplinare”, foriera di quella “nuova creatività pedagogica” della quale ci parla il Professor Riccardo Massa  nell’interessante intervista condotta da Francesco Cappa.
Abbiamo cercato, attraverso i vari contributi, di raccogliere,  almeno, le aspettative di chi nei servizi ci sta, ci lavora e continua ad interrogarsi sul senso dell’identità professionale in un’epoca di transizione perfino troppo enfatizzata nei suoi aspetti epocali.
Se, per quanto possibile, tutte le tappe evolutive relative alla formazione vengono, per così dire, rispettate, anche un dispositivo, apparentemente così “innocente”, come una fiaba raccontata ai genitori, diventa un’esperienza di formazione indimenticabile per i genitori, come sostiene Alba Marcoli, autrice de “Il bambino perduto e ritrovato”  e dell’articolo “Riaprire la comunicazione genitori-figli attraverso la fiaba”,  pubblicato su questo numero.
Igor Guida

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