Editoriale – Volevamo vedere le stelle

 

Eccoci a parlare di adolescenti, un po’ timorosi, non sappiamo bene perché… mentre sto scrivendo penso agli adolescenti che oggi ho di più sott’occhio. E prendendo per buona la pratica del partire da sé che il femminismo ha insegnato a molte di noi e ora, si spera, a tanti di voi, vorrei portare testimonianza delle mie osservazioni (certo contaminate dallo sguardo di nonna), ma mossa, soprattutto, dal vissuto profondo, cioè da quelle emozioni e risonanze forti che si dirigono in molte direzioni, piene di ambivalenze tipiche del periodo adolescenziale. Le tensioni tra l’essere qui e anche altrove, ambivalenze del nostro vivere e del nostro stare al mondo. In una parola della nostra “vita”.

Intanto, perché vogliamo parlare e scrivere di adolescenza? Ci facevamo questa domanda con Ambrogio Cozzi, storico collaboratore della rivista e ci siamo risposti che, a rigore, siamo noi adulti che parliamo e scriviamo di adolescenza. Loro, gli adolescenti, raramente intervengono; spesso, quando lo fanno, manifestano una ribellione quasi isterica, come volessero ribadire il tentativo di sfuggire a categorie che li definiscono; luoghi in cui il mondo degli adulti cercano di confinarli, nel tentativo di conoscerli, forse nel tentativo di conoscere loro stessi.

E’ forse per questo che gli adulti si affannano ad organizzare seminari e convegni, a scrivere articoli e libri che gli adolescenti non leggono? Forse, potremmo ipotizzare che l’adolescenza di cui parliamo è la nostra, o quantomeno, leggiamo gli adolescenti di oggi attraverso il filtro degli adolescenti e delle adolescenti che siamo stati ieri. E’ un’ipotesi; in fondo nella nostra adolescenza si sono giocate scelte importanti che poi hanno determinato il corso della nostra vita. In adolescenza si è incontrata quella solitudine adulta che ci ha fatto scoprire che si può essere soli anche in mezzo agli altri. Che questa è la vera solitudine… Cominciare ad assumersi delle responsabilità, tentare di rispondere alle domande che ci interrogano sul senso della vita, sui “perché?”. Prendere atto che in questa “vera” solitudine dobbiamo compiere delle azioni e delle scelte nelle quali non possiamo essere sostituiti dai nostri familiari, da altri.

Gli altri, gli adulti di riferimento ci possono ascoltare, indirizzare, ma il passo lo dobbiamo compiere noi… E’ così. Per tutto. La finestra sull’alterità si apre all’adolescente come fosse un mondo nuovo, dove la familiarità tanto rassicurante scompare per fare posto, piano piano, all’adulto che verrà.

Il nostro parlare di adolescenza da adulti si rivela, e lo possiamo vedere anche dai contributi acuti, vivi ed incarnati dei collaboratori che hanno partecipato a questo dossier, si rivela, dicevamo, nel tentativo di rendere conosciuto qualcosa che sfugge a noi stessi, che abbiamo attraversato, qualcosa a cui non riusciamo a dare ancora parola, ma che proviamo e riproviamo a ripetere. Come nel susseguirsi delle stagioni, come in quel film: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, diretto da Kim Ki-duk.

 

E allora proviamoci ancora:

Adolescenti?

«Dovremmo partire da un atto di onestà intellettuale, dal riconoscere che dell’adolescenza non ne sappiamo nulla… Ci inganna il fatto che siamo stati tutti ex! Scienziati senza camice, ma con la felpa!

L’adolescente cerca una propria storia; solo chi ha una storia può raccontarla. Sta imparando a sognare davvero, a guardare tutto.

Con un altro sguardo… da Facebook a Youtube.

Corpi adolescenti tra bisogno e desiderio. L’insostenibile pesantezza del corpo, la profondità esistenziale del desiderio.

Ogni adolescente, etero od omosessuale, comincia a prender consapevolezza del proprio corpo in modo globale, dove corpo e mente, fisicità e psichicità formano un’unità indissolubile.

Un adolescente americano su cinque dichiara di aver inviato almeno per una volta una foto osé (sexting). E’ questa la digital generation?

Supereroi fragili? La voglia e la paura di diventare adulti danzano in una musica.

Nella vita sociale on line: molte connessioni, poche relazioni?

Ricordo che, per tutta l’infanzia e buona
parte dell’adolescenza, mi ero prefissato di diventare un disegnatore di fumetti…

Guardatemi: sono una “mostra”!

Stare nello stato della mente dell’adolescenza: esistono adolescenti che hanno anagraficamente quaranta, cinquanta o sessant’anni e anche adolescenti perenni…

Cantava John Lennon: niente per cui uccidere o per cui morire… allora, forse, non c’è niente per cui vivere?

Nella costruzione della propria identità, per le ragazzine del popolo Amuzgi dei Tzjon

Non – che significa “popolo dai tessuti eleganti e dal filo” – la trama di questi tessuti rappresenta una cosmogonia sulla quale le adolescenti costruiscono la propria identità.»

In quanto adulti: genitori, educatori, insegnanti, psicologi, stiamo ancora facendo i conti con i vissuti ed i sentimenti che abbiamo affrontato; ripensando a quell’esperienza che non trovava le parole, che ancora oggi ci risuona nella nostra vita, vorremmo anche mettere i nostri adolescenti al riparo e proteggerli dalle sofferenze che nel divenire adulti abbiamo incontrato. Una sofferenza che abbiamo allontanato, ma che continua ad accompagnarci come incontro con il finito, come incontro con l’alterità, con il pulsare della vita.

Li vedo i miei adolescenti.

Ieri sera hanno voluto guardar le stelle. E stamattina presto vedere l’alba sul mare. E l’hanno fatto. E hanno riso di me e delle mie preoccupazioni, l’umido della notte e del mattino presto… eh sì, sono un po’ vecchia.

Ma l’artrosi non è cosa da ragazzi.

E domani o dopodomani c’è sempre il tempo per parlar delle paure del divenire.

Buona estate!