Emozioni nello sviluppo della personalità

Intervista a Fulvio Scaparro*

La domanda che, su registri diversi, stiamo facendo – e ci stiamo facendo – vuole creare le condizioni di un approfondimento intorno a quale sia il posto delle emozioni, nella vita, nella scuola, nello sviluppo della personalità,  nel rapporto col sapere, nel rapporto con il razionale. A Lei chiediamo di parlare proprio di quest’ultima relazione.

Scaparro:

Un uomo cammina in un bosco. Di fronte a sé intravede una sottile sagoma scura. Un ramo d’albero? Un serpente? Potrebbe essere pericoloso avvicinarsi. Decide di allontanarsi in tutta fretta. Immaginiamo di osservare ciò che è accaduto all’interno del suo cervello. Notiamo che l’impulso a fuggire è arrivato da un’area priva delle informazioni ‘di scienza e di esperienza’ che avrebbero potuto consentire all’uomo di decidere a ragion veduta. E’ bastata un’ambigua sagoma scura che poteva o no essere quella di un serpente per provocare una risposta a livello fisiologico, precedendo quella della coscienza. E’ come se quell’uomo, ultimo prodotto di una sterminata catena evolutiva, avesse reagito facendo ricorso all’esperienza della specie che sembra avergli ordinato di non esitare: “di fronte a una possibile minaccia, nel dubbio scappa”.

Immaginiamo invece che quell’uomo si imbatta in un coniglio (non in una sagoma scura che forse potrebbe essere un coniglio). Il sistema percettivo si attiva allo stesso modo che nel primo caso. Gli occhi captano l’immagine, i segnali visivi vengono inviati al talamo e alla corteccia, alle zone cioè dove si trova la memoria degli oggetti) e l’animale sarebbe stato identificato. Con l’identificazione si attivano anche i ricordi legati alle esperienze di quell’uomo con i conigli e l’uomo non sarebbe scappato. Perché? Perché il suo sistema cerebrale ha avuto il tempo di elaborare con calma le percezioni in assenza di quel particolare messaggio, rozzo ma efficace, che nel caso del ’ramo-serpente’ aveva scatenato l’immediata risposta al pericolo.

Alla superficie di quella struttura di enorme complessità che è il nostro cervello si trova la corteccia o sostanza grigia. Fatta di strati di cellule nervose, è caratterizzata da pieghe o circonvoluzioni. Quella che nel linguaggio quotidiano chiamiamo materia grigia e alla cui presunta presenza o mancanza in quantità sufficiente diamo tanto importanza si è in realtà formata per ultima nell’evoluzione del cervello. La corteccia circonda la sostanza bianca, uno strato intermedio di fibre nervose di collegamento. Nella parte più interna, c’é la parte più ancestrale del cervello, chiamata sistema limbico ma che il neurobiologo americano Joseph LeDoux, docente al Center for Neural Science dell’Università di New York, preferisce chiamare cervello emotivo. Qui risiedono i centri di controllo di funzioni quali la paura, la fame, la pulsione sessuale.

Più in particolare, i centri dell’emozione sono: l’ippocampo che ha un ruolo nell’apprendimento, il talamo che trasmette le informazioni sensoriali, l’ipotalamo che regola gli impulsi sessuali, la temperatura del corpo, l’appetito, l’amigdala, al centro del cervello emotivo, che controlla l’ansia e la paura.

Le funzioni della corteccia sono collegate agli impulsi che provengono dal cervello emotivo. Secondo Ledoux, gli stimoli esterni che arrivano al talamo possono raggiungere l’amigdala, il centro che governa le risposte emotive, attraverso due vie: o percorrendo, per così dire, la corteccia, e quindi ricorrendo alla memoria, all’identificazione degli oggetti, in poche parole alla coscienza, oppure attraverso una scorciatoia che porta lo stimolo, rozzamente elaborato, all’amigdala provocando una risposta immediata al pericolo.

Dunque il cervello è in grado di riconoscere il pericolo molto prima che i sensi siano allertati, molto prima dunque di essere consapevoli del pericolo stesso. Lo stimolo che provoca la risposta emotiva (in particolare la paura, emozione fondamentale perché la specie possa sopravvivere) ha quindi a disposizione una via più diretta e breve anche se meno raffinata di quella più lunga che attraversa la corteccia.

Nella posizione più centrale dell’encefalo, dunque, c’è la ‘mandorla’ (in greco, amigdala), deputata al controllo della percezione e della risposta emotiva. Quando è stimolata, si attivano automaticamente le reti neuronali che provocano le reazioni tipiche delle diverse specie animali in presenza di pericolo: quelle comportamentali (immobilità, lotta, fuga, espressioni facciali o del resto del corpo), del sistema nervoso autonomo (palpitazioni, sudorazione, tensione muscolare), ormonali (rilascio di adrenalina nel sangue).

Non è la razionalità a governare i momenti decisivi dell’esistenza, dunque, anche se questo può non piacere a chi ritiene possibile un dominio pressoché assoluto delle emozioni e considera la scorciatoia dell’amigdala alla stregua dei turpia naturalia da reprimere se non addirittura da negare.

Nel marzo del 1998 si svolse su vari organi di stampa un dibattito a distanza tra scienziati che qui riassumo a sommi capi.

“La comparsa della corteccia, una delle ultime tappe evolutive che hanno condotto all’uomo, – afferma il neurobiologo Piergiorgio Strata – porta con sé la capacità di astrarre, di immaginare, di ragionare secondo logica. Ed è nel dominio delle emozioni, che caratterizza invece fasi precedenti dell’evoluzione, che l’uomo esprime la sua superiorità. Per questo gli studi sulla mente e sul cervello per molto tempo hanno dato priorità alla corteccia, sede dell’elaborazione più complessa”.

Alberto Oliverio, psicobiologo e autore de L’arte di pensare (Milano Rizzoli, 1997): “Fino al secolo scorso si pensava che l’evoluzione avrebbe portato gli uomini a diventare enti pensanti per eccellenza, superando un’emotività che trascinava verso il basso, cioè verso l’animalità. In questo senso c’era anche una svalutazione sociale di alcuni comportamenti della donna, da sempre più vicina al mondo emozionale”.

Sugli entusiasmi suscitati dai computer e dall’illusione di creare macchine pensanti sul modello della mente umana ma finalmente depurati delle scorie emotive ancestrali, Giorgio De Michelis, che insegna informatica teorica a Milano, dice: “Sistematizzare i processi di funzionamento della mente, tradurli in modelli aveva anche il vantaggio secondario di fornire elementi che si potevano applicare alle macchine. Ma questo approccio è superato sia per le scoperte delle neuroscienze sia per la modestia dei risultati che si sono ottenuti con l’intelligenza artificiale. Ora sembra più utile studiare la mente nell’ambito dei comportamenti, senza separare l’intelletto dalla relazione con gli altri, cioè dalle emozioni”.

Gli studi sull’intelligenza artificiale e sul c.d. sistema esperto, cioè quei programmi che avrebbero dovuto aiutare a decidere, o addirittura decidere autonomamente, sono ridimensionati negli ambienti scientifici. Secondo Alessandro Treves, docente di neuroscienze alla Scuola italiana di studi avanzati di Trieste, “.. l’idea di creare qualcosa di sintetico che abbia aspetti del comportamento umano pare molto remota e ormai nemmeno tanto interessante”.

Secondo Oliverio, addirittura, la rivalutazione delle emozioni deriva proprio dall’eccesso di presenza del computer nella vita quotidiana. “La presenza e il dialogo con le macchine, da quelle più complesse a quelle più comuni come il terminale bancomat, sollecitano l’uomo a riflettere sulla sua diversità, che è proprio la capacità di provare emozioni. Prevale la consapevolezza che cognitivo ed emotivo sono strettamente correlati e che un eccessivo controllo della razionalità sulle emozioni rende meno percepibile la realtà anche di fronte alla propria intelligenza, e che i segnali corporei sono importanti. Se sento il cuore battere più forte mi rendo conto di essere emozionato e posso chiedermi perché”.

Goleman va oltre sostenendo che molti dei disagi dell’epoca contemporanea, dalla violenza alla dipendenza dalle droghe, dalla depressione ai fenomeni di disgregazione sociale, derivano dalla separazione tra mente e cuore, dall’incapacità di esprimere, controllare e utilizzare le emozioni, da quello che definisce “analfabetismo emozionale”.

Paolo Jedlowski, docente di sociologia all’Università della Calabria conferma: “Uomini e donne di oggi tendono sempre più a modellare i comportamenti su un tipo particolare di razionalità, quella strumentale, che cerca i mezzi più adatti a raggiungere un certo obiettivo. Ma si può essere molto intelligenti perseguendo un fine stupido. E per riflettere sui fini bisogna far ricorso ad affetti e desideri. Cioè alle emozioni.”

Un esempio viene dal mondo del lavoro. Secondo Claudia Piccardo, ricercatrice al dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino e consulente
aziendale, “nell’ambiente delle imprese, così incalzato dai ritmi imposti dalla competizione globale, non c’è posto e forse non c’è tempo per tutto quanto esula dall’efficienza”.

Sulla possibilità di raggiungere un equilibrio tra razionalità ed emozione, LeDoux lascia aperta una possibilità a livello evolutivo. Oggi l’influenza dell’amigdala sulla corteccia, quindi del centro delle emozioni sulle funzioni superiori, prevale sul circuito opposto. Però l’evoluzione potrebbe potenziare la corteccia e consentirle di controllare meglio le emozioni. Oppure è possibile che i due circuiti si equilibrino e che si arrivi a una più armoniosa integrazione tra ragione e passione, tra cognizione ed emozione.

Cristiana Bicchieri, che insegna filosofia, scienze sociali e teoria della decisione alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pennsylvania, parte da Erodoto per dimostrare che sentimento e ragione non sono in contrapposizione ma possono potenziarsi reciprocamente. “Erodoto racconta che i Persiani, prima di prendere una decisione importante, ne discutevano in stato di lieve ebbrezza e il giorno dopo, di nuovo sobri, riconsideravano la decisione. Se l’approvavano ancora, veniva adottata. Se invece una decisione veniva presa da un gruppo di persone sobrie, queste ne riparlavano più tardi in stato di ebbrezza e, se sembrava loro ancora valida, la adottavano. Evidentemente i Persiani attribuivano un certo valore a quelli che oggi chiameremmo stati mentali alterati. Molti infatti pensano che una buona scelta debba essere per definizione razionale, e che ascoltare le proprie emozioni non possa che confondere le idee e farci prendere decisioni sbagliate. Questa separazione tra ragione e passioni, e una certa diffidenza per queste ultime, ha una lunga storia e la troviamo riflessa non solo nelle scienze sociali, ma anche nella psicologia cognitiva. Qui le emozioni sono state poco studiate fino a pochi anni fa e comunque relegate a un ruolo secondario rispetto a funzioni mentali serie come la percezione, il linguaggio o il pensiero.

Si tratta quindi di ridare il giusto posto alla passione, alle emozioni.

Scaparro:

In realtà le emozioni sono centrali nella vita mentale. Questo è quanto ci dicono gli studi più recenti di psicologia cognitiva. Non solo emozioni come rabbia, tristezza, paura o gioia hanno un effetto determinante sulla memoria, sul giudizio e sulle percezioni, ma tali emozioni vengono soprattutto utilizzate come fonte primaria di informazione nel valutare rapidamente situazioni nuove e inattese. Quello che forse non sapevamo è che emozione e cognizione non sono affatto processi indipendenti e che senza emozioni probabilmente la razza umana non avrebbe potuto sopravvivere. Sappiamo ad esempio che quando una lesione ai lobi frontali causa al paziente enormi difficoltà nel pianificare la propria vita, essa induce anche un deficit emotivo. Questo accade perché le emozioni svolgono un ruolo centrale nell’organizzare la nostra esistenza. Ad esempio, non ci capita mai di considerare prima di decidere, ogni possibile alternativa; molte possibilità vengono eliminate emotivamente, nel senso che non prendiamo nemmeno in considerazione alternative che ci farebbero sentire in colpa, o causerebbero vergogna o imbarazzo. Chi ha una lesione ai lobi frontali spesso diventa incapace di agire moralmente, il che suggerisce una connessione importante tra emozioni e capacità morale.

Le emozioni dunque ci guidano in un mondo pieno di incertezze e di imprevisti. La ragione è limitata non solo dal fatto che le nostre conoscenze sono parziali e le risorse limitate, ma anche a causa del nostro perseguire fini talvolta incompatibili, come ad esempio una carriera brillante e una vita tranquilla e rilassata. Pensare che sia possibile prendere una decisione dopo una ricerca logica accurata ed esaustiva è un’illusione. Le emozioni sono come un ponte che ci permette di attraversare l’inaspettato e l’ignoto. Esse guidano la ragione e non le sono affatto, come si è spesso pensato, opposte. Nel guidare e organizzare il pensiero, ne completano le carenze [“noi siamo un mare di ignoranza con qualche lacuna” diceva Missiroli].

In un mondo complesso e difficile da interpretare, le emozioni possono essere viste come cognitive: ogni emozione ci fa concentrare molto rapidamente sul problema che l’ha generata, e ci suggerisce interpretazioni e soluzioni. Emozioni diverse hanno però effetti molto diversi sulle nostre capacità di giudizio. Ad esempio, si è scoperto che il buonumore riduce la complessità dei processi decisionali e ci induce a scegliere in modo rapido. La tristezza invece ci induce a riflettere di più e a non sopravvalutare la nostra capacità di controllare la situazione. Di fatto gran parte delle nostre decisioni ha una componente sociale: decisioni legali, politiche o economiche si basano su giudizi e inferenze, che riguardano intenzioni, disposizioni e attribuzioni di responsabilità.

Conviene quindi dare più spazio alle nostre emozioni nel prendere decisioni?

Scaparro:

La domanda è probabilmente retorica, visto che le emozioni ci guidano quotidianamente nelle scelte grandi e piccole, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.

Ma che avviene se ci raccontiamo la storia che noi siamo ben preparati e abbastanza esperti da resistere alle pressioni emotive e all’influenza dei media e degli stereotipi e pregiudizi della nostra cultura, se insomma ci illudiamo di essere neutrali o imparziali o al di sopra delle parti?

Scaparro:

Per dare una risposta a questa domanda, ho trovato particolarmente utile il pensiero di Jon Elster, lo studioso di scienze sociali che ha dedicato buona parte della sua attività ad approfondire il rapporto tra l’agire autointeressato e le altre motivazioni che guidano scelte e azioni. Una sintesi del suo pensiero è contenuta nel saggio uscito sul secondo numero della rivista Etica ed economia, edita da Demetria di Foligno e riportato su Il Sole 24 Ore del 12 marzo 2000, affiancato da un articolo di Francesca Rigotti:

“Nel Timeo … Platone vi introduce infatti la ripartizione dell’anima umana in due entità: l’anima razionale, la ragione, che ha sede nel capo; e l’anima passionale, che è collocata nel petto e si trova separata dalla prima dal collo, il quale “è come un istmo e un limite tra la testa e il petto” affinché il mortale non contamini troppo il divino. L’anima passionale – che si divide a sua volta in anima irascibile e anima concupiscibile – raccoglie tutte le passioni: l’ira, il piacere, il dolore, l’audacia e la paura, ma anche la speranza, il coraggio, l’amore. Da Platone in poi, insomma, il fatto che passione e ragione, sentimenti e razionalità, siano entità diametralmente opposte, fornite di caratteri antitetici, è una specie di sapere comune e accettato nella nostra civiltà. Che cosa sono i sentimenti o le passioni intuitivamente lo sappiamo tutti: sono il disprezzo e il rimorso, l’ira, l’odio, l’invidia, la paura, la gioia, la rabbia, l’orgoglio, la vergogna, l’amore. Le passioni sono, dice Estler, quelle cose che ci tengono svegli di notte, sono la materia di cui è fatta la vita e per le quali vale la pena di vivere, sono stati d’animo straordinariamente potenti perché ci coinvolgono visceralmente. Proviamo a capire un po’ più a fondo, al di là di questo approccio introspettivo, come funzionano i sentimenti, qual è la loro storia, da quali meccanismi sono generati; una volta capito questo cercheremo di chiarire il rapporto con la razionalità. I sentimenti sono più o meno razionali? Possono far parte di una spiegazione dell’azione fondata sulla scelta razionale? Intorno a questo schema bipartito: definizione delle passioni e dei sentimenti all’interno del comportamento umano e spiegazione del loro rapporto con la razionalità si muovono da un decennio gli studi di Estler: si pensi a Ulisse e le sirene.(1979), dedicato alla libertà dell’uomo di scegliersi le proprie costrizioni e restrizioni; e ancor più a Uva acerba (1983) consacrato all’idea che le preferenze che soggiacciono a una scelta possono essere modellate dalle costrizioni, sull’esempio dell’invidia provata dalla volpe che non riesce ad afferrare il grappolo d’uva dagli acini turgidi e succosi, troppo alto sopra il suo capo, e che reagisce, come il tipico invidioso, denigrando l’oggetto della sua invidia (nondum matura est). Elster, convinto che gli autori più qualificati a insegnarci qualcosa sulle passioni non siano psicologi e neurofisiologi ma piuttosto filosofi, moralisti, letterati e drammaturghi, svolge davanti al lettore un ampio repertorio di esempi di questa natura. Da Aristotele e la sua famosa analisi delle passioni contenuta nella Retorica,  Elster prosegue con i moralisti del ‘500 e del ‘600 francese (Montaigne, La Bruyère, La Rochefoucauld) e si conclude coi narratori dell’800, soprattutto Jane Austen e Stendhal.
Niente Descartes come si vede, il cui trattato neostoico sulle passioni dell’anima è considerato poco adatto a insegnarci qualcosa di nuovo sul rapporto tra passioni e conoscenza razionale. Amplissima in Elster è anche l’analisi delle passioni sociali – cuore di tutto lo studio – presentate nella triade comprendente vergogna, invidia e onore. Ragguardevole è anche la proposta di Elster di usare l’analisi dei sentimenti come modello centrale di spiegazione di eventi sociali, sulla scorta per esempio, di Tocqueville allorché questi introduce, per spiegare la mobilità americana e la spinta di quella società alla competizione e al successo, l’analisi dell’invidia, sentimento democratico per eccellenza perché dimostra un gusto spiccato per l’eguaglianza. Proviamo a fare come Tocqueville, propone Elster, e ad analizzare la guerra civile nella ex-Yugoslavia o in Africa non solo in termini di priorità razionale ma anche in termini di passioni come l’onore e la vergogna, che provocano reazione avventate ed impetuose non analizzabili secondo la logica della scelta razionale condotta in funzione dell’interesse. Mi sembra di sentir parlare don Segre che imputa la difficoltà delle relazioni diplomatiche tra arabi e israeliani anche al fatto che i primi vivono in una società dell’onore e i secondi in una società del profitto.

Redazione

In ultima analisi, Elster propone un approccio ampiamente rivalutativo del ruolo delle passioni?

Elster contribuisce a costruire l’opinione prevalente che le motivazioni che sorreggono l’azione siano in ogni caso determinate e co-determinate da sentimenti e passioni, che esse non siano più, come si è teso a pensare per molto tempo “sabbia nel meccanismo della razionalità”. Che poi le persone, con una serie di rocambolesche alchimie dello spirito – o processi tesi a trasformare passioni vergognose e inefficienti in altre più accettabili – tendano a nascondere e a camuffare le motivazioni delle proprie azioni “spacciando come dettato da interesse ciò che è mosso da passione e, viceversa, pensando di fare quel che fanno per motivazioni diverse da quelle che realmente le animano”, non fa che complicare terribilmente la faccenda, di per sé già abbastanza complicata.