Esaurimento emotivo come (possibile) stimolo

Riflessioni critiche sul lavoro nel sociale di un ex-educator

Credo utile visionare brevemente le caratteristiche principali ed i rimedi proposti in merito alla questione del burn out, così da poter proporre successivamente una interpretazione che aiuti a considerare questo disturbo non solo come patologia, ma anche come possibile stimolo per un miglioramento della propria professionalità e delle proprie condizioni di lavoro nel sociale.

La sindrome del burn out appare caratterizzata secondo la letteratura ufficiale da esaurimento emotivo, inteso come  sensazione di essere svuotati delle proprie risorse emotive personali e di non avere più nulla da offrire, a livello psicologico, alle persone di cui ci occupiamo per lavoro. In altri termini, ci si comporta  cinicamente e con distacco nei confronti di che chiede aiuto o assistenza ad un servizio sociale. Tale sindrome, infatti, riguarda nella maggior parte dei casi coloro che sono impiegati in lavori quali quelli di educatore, insegnante, assistente sociale, così come in ogni altro tipo di lavoro a stretto contatto con il pubblico, in circostanze nelle quali si è costretti a rispondere a bisogni ed a domande non sempre soddisfacibili, sia perché il servizio in cui si opera è di per sé limitato nelle sue risorse o è semplicemente disorganizzato, sia perché le richieste possono non essere formulate agli operatori in un modo adeguatemente corretto e chiaro. L’operatore può allora andare incontro ad un periodo di stress psicofisico, che lo porta conseguentemente ad essere meno disponibile nei confronti degli utenti che richiedono il suo aiuto. Può essere allora avvertita, dagli operatori, una sensazione di inadeguatezza e di incompetenza nel lavoro sociale, un calo della propria autostima ed un minore desiderio di migliorare le proprie prestazioni. Si possono presentare anche situazioni conflittuali con i colleghi con cui si lavora oppure difficoltà nei rapporti interpersonali in generale.

L’operatore nel sociale avverte, in sostanza, un senso di “impotenza acquisita”, per il fatto di dover soddisfare troppe richieste rispetto a quanto gli sarebbe possibile: si arriva a non credere possibile modificare la situazione, cioè ridurre la distanza tra quanto l’utente si aspetta dall’operatore e ciò che è realisticamente possibile offrirgli, in base alla propria competenza come operatori e tenendo conto delle possibilità  e delle risorse della struttura per la quale si lavora. L’operatore può allora sentirsi esaurito o “bruciato” ed il suo esaurimento di energie si può esprimere in sintomi fisici quali fatica, frequenti mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia, cambiamenti peggiorativi delle abitudini alimentari, uso di farmaci. Da un punto di vista psicologico l’operatore sociale può sentirsi in colpa, pensare solo in termini negativi, avere notevoli alterazioni dell’umore, sentirsi irritabile e poco disponibile ad un ascolto empatico nei confronti di chi chiede un suo intervento. Alcuni comportamenti segnalano una possibile
insorgenza del burn out: assenze o ritardi frequenti, chiusura difensiva al dialogo, tendenza ad evitare contatti telefonici ed a rinviare appuntamenti, distacco emotivo dall’utente, scarsa creatività e ricorso a procedure standardizzate nel proprio lavoro.

Sul fronte della prevenzione e della cura di tale sindrome, vengono proposti alcuni tipi di interventi. Innanzitutto viene raccomandata la consapevolezza del pericolo del burn out e della possibilità di farvi fronte. Si deve cioè lavorare affinché non vi sia un sovraccarico di richieste legate ad un ruolo lavorativo, le richieste ad un certo tipo di operatore non risultino vaghe o non verificabili o addirittura sconosciute al lavoratore stesso o, ancora, non risultino così complesse da generare nell’operatore sentimenti di inadeguatezza personale rispetto allo svolgimento del proprio lavoro nel quotidiano.

In secondo luogo, si auspica che il lavoro nel sociale possa essere ricco di opportunità, cioè vario ed interessante. E’ dimostrato infatti che l’eccessiva frammentazione in compiti elementari, la mancanza di significati e stimoli sul piano affettivo e cognitivo rendono il lavoro particolarmente pesante. L’operatore sociale deve poter pensare di avere possibilità di sviluppare le proprie capacità lavorative, di poter valutare in modo chiaro e costruttivo anche la riuscita o meno del proprio lavoro. All’interno dei servizi viene consigliata anche una struttura di potere, dove le forme di decisione non siano rigidamente centralizzate e fondate su una scala gerarchica, ma lascino spazi ed occasioni per la partecipazione dei lavoratori alle decisioni.

Il burn out è allora inteso, da Zani e Polmonari  (1996), come una strategia particolare, una delle possibili modalità di risposta che gli operatori delle cosiddette helping professions adottano per affrontare la condizione di stress lavorativo, legata ad uno squilibrio tra richieste da parte dell’utenza ed esigenze di crescita personale e professionale e risorse disponibili nel proprio contesto lavorativo. Sicuramente devono essere tenute presenti anche le caratteristiche personali dell’operatore. Soggetti particolarmente vulnerabili al burn out sono le persone piuttosto deboli e remissive nei rapporti con gli altri, incerti nel distinguere i limiti tra coinvolgimento personale e professionale, poco capaci di controllare i propri impulsi ostili. Tali soggetti possono infatti venire facilmente frustrati dagli ostacoli, data la loro impazienza ed intolleranza, e sviluppare, come accennato, un senso di “impotenza acquisita”, ovvero la sensazione che i problemi non possono essere risolti grazie al loro intervento, qualunque cosa facciano, in conseguenza del mancato raggiungimento di risultati in situazioni lavorative che il soggetto sente gradualmente di non riuscire più a controllare neppure in minima parte. Un buon esempio in questo senso è nel rapporto tra operatore e pazienti terminali o cronici. L’operatore svilupperà una scarsa fiducia nelle proprie capacità, una conseguente dipendenza e ricerca di approvazione ed un altrettanto eccessivo coinvolgimento nelle richieste dell’utente.

Un operatore nel sociale deve stare attento anche alle proprie aspettative riguardo alla sua vita professionale. Se queste aspettative sono troppo elevate ed irrealistiche e si verifica, allo stesso tempo, uno scarto eccessivo tra le aspettative e la realtà lavorativa concreta, allora può comparire la sindrome del burn out sotto forma di esaurimento emozionale. Viceversa, una personalità che privilegia una percezione di sé e della realtà in termini ottimistici e di speranza è maggiormente in grado di trasformare le difficoltà lavorative stressanti, gli effetti erosivi del lavoro prolungato di assistenza o di cura,  in compiti meno pesanti e più controllabili ed affrontabili con successo.

Altri aspetti appaiono importantissimi nella prevenzione del burn out. Ad esempio, la formazione costante degli operatori, intesa sia come formazione “di base” sia come formazione continua nello stesso ambito lavorativo dal momento di ingresso e di avvio della propria carriera professionale. In questa prospettiva, è fondamentale potere usufruire di una supervisione del proprio lavoro nel sociale. In particolare, è importante che venga molto valorizzato il bagaglio di esperienze acquisito dagli operatori, la storia e la cultura del servizio in cui lavorano, il miglioramento delle competenze ed il ridimensionamento delle aspettative. Quest’ultimo punto appare importante proprio per ridurre la distanza tra aspettative spesso eccessive o formulate in maniera ambigua da parte dell’operatore nei confronti del proprio lavoro e capacità di risposta della propria organizzazione, spesso valutata in modo arbitrario o astratto, data la mancanza di riscontri o di criteri oggettivi di valutazione del suo operare in un certo contesto sociale.

L’operatore sociale dovrebbe allora trovare nella relazione con il proprio utente – ma anche nei confronti del proprio lavoro e della propria organizzazione – un equilibrio tra un coinvolgimento eccessivo ed il distacco, riducendo emozioni ed aspettative eccessive e mantenendo, nel corso del lungo intervento, un interessamento umanamente significativo. In questo senso è opportuno ricordare, concludendo la sintesi degli aspetti fondamentali relativi al burn out, che la sindrome in questione rimane un fenomeno complesso e che i costi sociali sono elevati sia per gli operatori dei servizi sociali, che sperimentano un disagio in termini personali con somatizzazioni, senso di frustrazione, dispersione di risorse e sottoutilizzo di potenzialità degli utenti, sia – è bene sottolinearlo – per gli utenti stessi dei servizi sociali, per i quali avere un rapporto con operatori  “bruciati” risulta frustrante, inefficace e dannoso. E’ la comunità stessa che vede spesi male gli investimenti in ambito sociale e nei servizi pubblici.

La tesi che credo interessante proporre, come accennato,  è che la sindrome del burn out possa essere interpretata anche come stimolo, non solo come patologia. Ripensando al mio lavoro nel sociale in qualità di educatore, considero gli interventi preventivi del burn out limitati, se circoscritti solo allo stretto rapporto utente-educatore. Quando si parla di prevenzione è utile intenderla anche come critica costruttiva nei confronti del proprio datore di lavoro o nei confronti della condizioni lavorative in generale. Fondamentale, per esempio, è richiedere fermamente un lavoro di supervisione adeguato. Intendo, in questo senso, non solo incontri frequenti con uno psicologo o psicoterapeuta che valuti punti di forza e punti critici di un intervento nel sociale (educativo, assistenziale, ecc.), ma anche l’opportunità di offrire all’operatore la possibilità di  esprimere liberamente i propri sentimenti – positivi o negativi – rispetto al proprio lavoro, in generale o in relazione a singoli interventi. Ad esempio, è importantissimo poter esprimere rabbia, frustrazione e non solo generica insoddisfazione o stanchezza, rispetto al rapporto che si è instaurato con un disabile o con un minore a rischio, nei confronti del quale si sta svolgendo un intervento di assistenza domiciliare. Troppo spesso si sente parlare delle supervisioni come di momenti occasionali o rari (una volta al mese o una volta ogni quindici giorni). In questi incontri accade che troppi educatori abbiano troppe cose da dire in merito agli altrettanto numerosi casi con cui hanno a che fare. Lo psicologo che conduce la supervisione finisce allora per dispensare qualche consiglio tecnico o, nei casi peggiori, per dare giudizi non richiesti sui pochi sentimenti negativi che un educatore osa esprimere nei confronti di un certo utente che presenta una situazione particolarmente difficile da gestire. Sarebbero invece auspicabili (e sono anche possibili) supervisioni diverse, dove, con una relativa calma ed una opportuna organizzazione e gestione del tempo a disposizione, il terapeuta ha la possibilità di ascoltare con calma, l’operatore può esporre le modalità con cui opera in un progetto ed anche i sentimenti ed i problemi personali che quello stesso progetto suscita in lui, il gruppo di colleghi può supportarlo, criticarlo costruttivamente, essere comunque solidale con la fatica fisica e psicologica che ogni intervento nel sociale comporta inevitabilmente. Credo di poter dire con una certa sicurezza che una supervisione adeguata costituisce una buona prevenzione e forse anche una cura della sindrome del burn out.

Importante appare anche chiedere migliori condizioni lavorative in ambito sociale. Quanti educatori, per esempio, sono costretti a fare turni troppo lunghi in comunità o a lavorare un numero eccessivo di ore nell’assistenza domiciliare, per poter ottenere un salario minimamente adeguato ad una esistenza dignitosa nelle grandi città? Anche questo è un problema troppo spesso taciuto o visto come “altro problema” rispetto allo stress del lavoro nel sociale; tuttavia non è meno importante ed è collegabile al rischio di burn out. Uno stipendio adeguato per gli operatori sociali e, non di meno, una certa sicurezza di mantenere
il proprio posto di lavoro, significa dare concretamente la possibilità di vivere in modo più rilassato, non disimpegnato, il proprio lavoro: intendo il non essere costretti a dire sì ad un carico di richieste eccessivo o il non dovere avere più incarichi da parte di più datori di lavoro nel sociale. Quando, in termini di prevenzione del burn out, si parla di una maggiore partecipazione alle decisioni sul proprio luogo di lavoro e di formazione permanente, così da potersi costruire quasi sempre stimoli nuovi in relazione all’attività lavorativa, si parla, più o meno direttamente, anche di migliori condizioni di lavoro non solo in termini economici ma in un senso più generale. In altri termini, si pone anche la questione di creare, quando non esiste, una reale rete di contatti tra operatori sociali e risorse del territorio. Troppo spesso i progetti, come quelli di assistenza domiciliare a disabili o minori a rischio per citare lavori nel sociale di cui mi sono occupato personalmente, sono lasciati alla (sola) inventiva dell’educatore, che deve cercare personalmente le risorse e creare i contatti, oppure affidarsi e fare eseguire ai propri utenti attività già organizzate che possono risultare ripetitive, senza avere da parte dei servizi un reale aiuto nella ricerca di nuove risorse.

Credo utile proporre a mia volta, per concludere, qualche suggerimento preventivo. E’ molto importante che gli operatori nel sociale abbiamo una vita non unilaterale. Questo appare ovviamente un principio consigliabile ad ogni tipo di professione. Tuttavia il fatto di essere solo operatori sociali può apparire particolarmente pesante, se questo tipo di lavoro è l’unica risorsa e se l’individuo è più o meno costretto a spenderci la maggior parte del suo tempo. Spesso è l’operatore sociale stesso a vedere il proprio lavoro come una “missione”, quasi un lavoro al quale si finisce per dedicarsi sempre. E i colleghi o i dirigenti del proprio luogo di lavoro spesso assecondano questa visione. Sicuramente è utile provare ad essere “creativi” nel proprio lavoro, come accennato più sopra. Tuttavia, arrivo a suggerire, in termini sicuramente un po’ provocatori, che sarebbe utilissimo  svolgere lavori sociali solo part-time e magari, come lavoro alternativo, occuparsi di qualcosa di radicalmente diverso. In altri termini, mi sembra importante che l’operatore nel sociale abbia una vita lavorativa diversificata. Si tratta solo in parte di concedersi la giusta quantità di tempo libero da spendere in modo radicalmente diverso dal  proprio lavoro (cosa già importante, peraltro, posto che  alcuni educatori si dedicano, ad esempio, ad attività artistiche di vario genere e questo li aiuta a rigenerarsi rispetto al lavoro nel sociale, a trovare talvolta spunti creativi o modi diversi di operare nel sociale). Potrebbe essere utile, invece, dividere il proprio lavoro nel sociale dedicando una parte del tempo all’attività di educatori, per esempio, ed un’altra a quella di insegnanti o formatori di educatori. In questo caso una parte del lavoro sarebbe dedicata in modo salutare alla riflessione ed alla condivisione con altri della propria esperienza “nel sociale”. Sono consapevole del fatto che spesso questo tipo di prospettiva è difficilmente realizzabile. E’ chiaramente un’idea che mira a valorizzare il lavoro dell’educatore, facendolo essere non solo pratica, ma anche riflessione, retribuita, sulla pratica stessa. Diversificare e valorizzare  il proprio lavoro nel sociale credo sia un buon metodo preventivo, ma anche di cura del burn out. L’alternativa è quella di vedere  molti operatori “bruciati” ed i costi ricadere anche sull’utenza; ma anche quella di vedere operatori validi, creativi e preparati che dopo qualche anno di lavoro abbandonano il sociale – visto successivamente come una parentesi “particolarmente critica” della loro esistenza – e si dedicano a professioni completamente differenti. Anche quest’ultima  situazione può essere ritenuta una perdita ed un costo per la persona e per la comunità.

*Psicologo e consulente filosofico

Bibliografia

B. Zani, A. Polmonari, Manuale di psicologia di comunità. Il Mulino, Bologna 1996.