Femminicidio

Femminicidio

La trasformazione da femmicidio, termine introdotto negli anni Settanta dalla femminista Diana Russell per definire l’uccisione della donna in quanto donna, in femminicidio è il segno, anche, di un cambiamento storico: il passaggio dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico e internazionale del delitto di genere.

di Nicole Janigro*

di Nicole Janigro*

A pugni e calci[1], a coltellate, con oggetti casalinghi utili alla bisogna: tra le pareti di casa si uccide così. La vittima è a terra, ha urlato e ha cercato di difendersi, l’esecutore è in fuga. I vicini accorrono, a volte c’è un bambino, a volte chi ha commesso il crimine cerca di suicidarsi. Sono delitti domestici dove il copione è sempre lo stesso: l’assassino è uomo, il cadavere è donna. Nel corso del 2012 sono state 124, una donna morta quasi ogni due giorni. Brescia e Padova, Enna e Pavia, periferie e quartieri eleganti. La statistica forma una linea trasversale che attraversa le età (tra i 18 e i 77 anni) e le regioni – Lombardia, Campania ed Emilia-Romagna sono in testa – gli ambienti e le classi sociali. Il femminicidio avviene in privato ma ha un inevitabile significato pubblico.

La cronaca racconta una scena del delitto che si ripete: si è appena mangiato, si è appena cambiato il pannolino, c’è appena stato un incontro amoroso. Poi la rottura violenta, spesso descritta come un raptus. Perché è difficile immaginare che il marito, l’ex marito, il partner, l’ex partner (è così nell’87% dei casi) possa diventare il nemico mortale. Che sia l’amore a diventare quell’odio che produce la distruzione dell’oggetto d’amore.

In Italia gli omicidi sono in calo, un terzo rispetto a vent’anni fa. La violenza contro le donne segna invece un’escalation – 84 casi nel 2005, 127 nel 2010. L’Eurispes, nel rapporto Italia 2011, scende nel dettaglio: dei 103 omicidi (su 235 omicidi domestici) che hanno riguardato “innamorati”, “gli autori sono stati principalmente mariti o conviventi (63,1%), ma anche fidanzati/ex amanti (15,5%), rivali o spasimanti (13,6%) ed ex coniugi o conviventi (7,8%). Per quasi 6 autori su 10 il movente è stata “la gelosia, la non rassegnazione alla separazione o a un abbandono”. Aumentano gli stupri (dai 430 del 2010 ai 578 del 2011), gli episodi di stalking (da 932 a 1084). Ma anche le denunce che nel 40% dei casi sono arrivate prima del crimine.

Il rapporto della Casa delle donne di Bologna, che raccoglie dati sul femminicidio dal 2005, sottolinea l’unico dato positivo, ovvero una maggiore attenzione della stampa nella descrizione del fenomeno. I cronisti non utilizzano più la tradizionale formula di “omicidio passionale” e di “raptus” e focalizzano la propria attenzione sui maltrattamenti e le denunce che hanno preceduto il delitto: il femminicidio, infatti, raramente è il prodotto di un accesso d’ira incontrollata ma è l’esito di una lunga escalation.

Fino al 2011 nel 90% dei casi riportati dalla cronaca tale tipo di informazione (i maltrattamenti) non era reperibile, perché l’articolo non ne faceva cenno. Oggi sappiamo direttamente dalla stampa invece che il 40% delle donne uccise nel 2012 aveva subito precedenti violenze da quel partner o ex partner che poi l’ha uccisa”.

Il fatto che quattro donne su dieci – un dato sicuramente sottostimato perché non sempre il quadro del reato è chiaro fin dal primo momento – abbiano subito abusi prima di venire assassinate spinge ancora una volta a pensare, dicono le compilatrici del dossier, che sia possibile fermare la violenza prima dell’irreparabile. “Per far questo è necessario destinare risorse ai centri antiviolenza, rafforzare le reti di contrasto ad essa tra istituzioni e privato sociale qualificato, effettuare una corretta formazione di operatori sanitari, sociali e del diritto, perché sempre più donne possano sentirsi meno sole, possano superare la paura e divenire consapevoli che sconfiggere e sopravvivere alla violenza è possibile”.

Il “sesso più bello” è bersaglio nel mondo intero. La violenza maschile costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Una donna su quattro subisce violenza fisica nei paesi detti in via di sviluppo, il 10% è vittima di abusi sessuali. Ogni case study ha la sua tradizione, la sua religione, la sua spiegazione – in Sud Africa come in Congo, in Algeria come in Palestina. Delitti passionali in Occidente diventano delitti d’onore in Oriente.

Femminicidio è un neologismo introdotto dalle sociologhe, antropologhe e criminologhe che si sono occupate di Ciudad Juàrez, località al confine naturale tra Stati Uniti e Messico, dove lo sfruttamento in fabbrica e il traffico di coca hanno esaltato il machismo, e i numeri degli omicidi sono quelli di una strage. La trasformazione da femmicidio, termine introdotto negli anni Settanta dalla femminista Diana Russell per definire l’uccisione della donna in quanto donna, in femminicidio è il segno, anche, di un cambiamento storico: il passaggio dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico e internazionale del delitto di genere. Il 25 giugno 2012, per la prima volta ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere. E il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva già chiesto agli Stati – tra cui Messico e Italia (unico Paese europeo, nel 2011!) – di adottare misure specifiche per proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica.

La matrice è comune, il fenomeno planetario unisce la barbarie della tradizione (o l’invenzione della tradizione come in molte realtà del mondo musulmano) al rigetto della modernità. Una separazione, del regista iraniano Asghar Farhadi, racconta la storia di una coppia che ha ottenuto un visto per lasciare il paese. Nader però non vuole partire, così Simin chiede il divorzio, non accetta il ricatto degli affetti. Del litigio familiare diventano colpevoli tutte le altre donne. Il film, capace di rappresentare l’Iran attuale, è però anche una metafora universale: gli uomini barcollano, temono che la loro virilità si riveli superficiale, diventano carnefici perché si sentono vittime. Isolano e svalutano, segregano e umiliano, sentono che il “secondo sesso” non si sente più tale: non sono più gli uomini la motivazione vitale.

In Europa le donne che subiscono una qualche forma di violenza sono, a seconda dei paesi e degli anni, tra il 20% e il 50%. È una guerra fredda tra i sessi che non è possibile esorcizzare perché non si concentra nei quartieri isole degli immigrati stranieri. Ogni dieci giorni nelle democrazie scandinave muore una donna, la metà delle donne svedesi sono state picchiate almeno una volta nella vita. Il film di Anders Nilsson, Racconti da Stoccolma, ha stupito per la sua crudezza proprio perché scaturito da una realtà emancipata, ed è ancora uno scrittore svedese, Richard Swartz, a essere stato attaccato dalle femministe per un libro il cui titolo[2] può essere reso con Menzogne coatte – sei racconti dove l’Uomo e la Donna sono figure antropologiche che si ingannano in silenzio senza avere un nome, il maschile si vendica del disinteresse femminile trattando le partner come prostitute.

Forse, il caso jugoslavo, inesorabilmente europeo, può aiutare a riflettere[3]. Come interpretare la violenza immane che colpisce la parte femminile della popolazione durante il conflitto degli anni Novanta del Novecento? Lo stupro di guerra è stato strategico – nel giugno 2008 la risoluzione 1820 del consiglio di sicurezza dell’Onu lo definisce un’arma di guerra – ma le forme diffuse di violenza contro le donne, tuttora numericamente significative in tutta la regione (in Croazia, Serbia e Bosnia-Erzegovina la discussione sul tema è accesa, numerose le proposte di legge e le mobilitazioni delle associazioni in difesa dei diritti delle donne) riguardano l’insieme della questione femminile. Perché in ex-Jugoslavia l’emancipazione femminile non era solo una facciata, formale e legislativa. Le donne guidavano i treni e i tram, dal secondo dopoguerra c’era la legge sul divorzio, c’era il diritto all’aborto, ma c’era dell’altro. Contrariamente ad altri paesi dell’allora Est, quella jugoslava era una società molto meno puritana – secondo alcune studiose è proprio un legame perverso tra emancipazione e pornografia, tra controllo sul proprio corpo e sua esibizione che può spiegare l’“eccesso” dello spregio sfogato sul soggetto femminile. Colpevole di vivere senza timore e con un senso di liberazione la disgregazione (dopo la morte di Tito, dagli anni Ottanta in poi) del sistema comunista dalla quale invece la componente maschile della popolazione si sentiva minacciata e minata nelle proprie radici e identità.

In un Occidente fuori controllo, climatico economico, le donne vivono in equilibrio precario tra bisogni interiori e performance perfettive. Percorsi esistenziali che in Italia risultano particolarmente laceranti, perché la grande trasformazione è avvenuta in pochi decenni. Percepita come aggressiva e “in carriera”, la condizione femminile rimane socialmente e politicamente debole – il gender gap situa l’Italia al 74° posto di 135 paesi, al 125° posto per differenze di reddito, i dati sul lavoro parlano di un tasso di occupazione (per il 2009) del 51,1 (del 73,7, quello maschile), dopo i 44 anni diminuisce la fascia occupata.

Ma il soggetto femminile appare “senza copertura” anche sul piano simbolico. Non ci sono modelli di riferimento, nuove figure che paiono in grado di integrare i diversi aspetti della presenza femminile – non solo le esistenze ma gli stessi discorsi sembrano condannati a rimanere scissi. Curiosamente, in questo momento, la riflessione psicoanalitica sul femminile si sofferma soprattutto sugli aspetti distruttivi della funzione materna[4], come se al centro della scena apparisse tutto quello che il processo di emancipazione aveva lasciato in Ombra. Non ci sono più Grandi Madri né Vergini Madonne che riescano a contenere e proteggere, sono marginali e isolate tra loro le ricerche di figure – storiche, mitologiche – che non hanno paura di esaltare il “divino” del femminile, la sua autonomia e la sua creatività.
La potenza del suo corpo spirituale[5].

Senza questo catenaccio di sicurezza, l’abiezione femminile si è imposta alla rappresentazione sociale, provocando una reale denigrazione delle donne, che ha dato luogo non soltanto a una recrudescenza di antifemminismo, ma soprattutto a un soprassalto delle donne, incapaci di sopportare narcisisticamente la rappresentazione del loro stesso rifiuto del materno, ormai non più garantito da nessun codice laico. La prima generazione di femministe ha rifiutato, attraverso il rifiuto della «donna-oggetto», a ferita narcisistica della sessualità materna, e le ha opposto la figura della militante virile, non tanto libertina quanto controllata; la seconda generazione ha esaltato una sessualità femminile centripeta, addolcita e pacificata, prima di esumare, del tutto recentemente, sotto la maschera di idilli tra donne, le devastazioni sado-masochistiche[6].

La stanza d’analisi è un buon osservatorio del mutamento epocale avvenuto.

E’ infatti proprio il “secondo sesso”, che nella stanza d’analisi non ha bisogno né di quote né di leggi perché le donne vi siedono tuttora in maggioranza, che subisce in diretta l’impatto della crisi. Sono loro che varcano la soglia con i tacchi a spillo, il casco in una mano la borsa da ginnastica nell’altra, sollecitate a indossare sempre insieme il femminile e il virile. In corsa perenne tra lavoro e famiglia, affidano la loro identità a un ideale di onnipotenza che non può contemplare la perdita di controllo. Dopo aver accompagnato e sostenuto per decenni la sofferenza femminile nel suo desiderio di realizzazione e di emancipazione nel mondo, lo spazio analitico diventa ora il luogo dove è possibile immaginare la creatività generativa, allentare la morsa masochista e la “passività fallica” che dalle pareti domestiche ha traslocato negli ambienti di lavoro.

Chi oggi in Italia uccide reagisce alla velocità della trasformazione, da regno della mamma a paese con uno dei più bassi tassi di natalità del mondo – 1 donna su 4, nata nel 1965, non ha figli, 1 su 10 in Francia. Spesso ha una storia traumatica alle spalle, sempre però si rivelano uomini che non sopportano di essere lasciati, uomini che non possono immaginare di rimanere senza quello che credono un loro possesso, uomini che se perdono la loro donna perdono la loro identità, uomini che devono uccidere e poi uccidersi perché insieme al corpo dell’altra hanno distrutto il proprio femminile. In Se questi sono gli uomini il giornalista Riccardo Iacona[7] raccoglie le storie dei carnefici. Uomini che non conoscono più la legge del padre ma solo la sua trasfigurazione violenta. Uomini che odiano le donne perché queste riescono dove loro stanno fallendo, amano lavori e progetti, soffrono meno la disoccupazione e la perdita di status sociale. Uomini che perdono potere, devono diventare violenti per continuare a dominare, uomini senza compagnia che non sopportano che la donna sia mobile, e riesca in quello che per loro è più difficile: vivere soli.

… la condizione che rende possibile l’amore – come forma pienamente umana del legame – è, come teorizzava Winnicott, la capacità di restare soli, la capacità di accettare il proprio limite. Quando un giovane o un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della propria vita amorosa, anziché elaborare il lutto per ciò che ha perduto, anziché misurarsi con la propria responsabilità e con la propria solitudine, perseguita, colpisce, minaccia o ammazza la ragazza o la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame non era affatto fondato sulla solitudine reciproca, ma agiva come una protezione fobica rispetto all’angoscia della solitudine[8].

Uomini che non riescono più a imporre il Vuoi star zitta, per favore?, e allora devono chiudere loro la bocca per sempre.

*Psicoterapeuta, analista di formazione junghiana, fa parte del Laboratorio analitico delle immagini,

insegna a Philo, Scuola superiore di pratiche filosofiche; è direttore editoriale della rivista on line Frenis zero

e curatrice della rubrica “Analfabeta” per la rivista Doppiozero.com.


[1]             Una versione ridotta di questo articolo è apparsa su doppiozero.com il 24 ottobre 2012.

[2]              R. Swartz, Notlügen, Hanser, München 2012.

[3]              AA. VV. (a cura di M. T. Sega), Se questa è una donna. Violenza memoria narrazione, Cierre Edizioni, Verona 2010.

[4]             L. Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra. Perché tutte le mamme possono essere terribili,  Mondadori, Milano 2012; M. Valcarenghi, Mamma non farmi male. Ombre della maternità, Bruno Mondadori, Milano 2011.

[5]             L. A. Salomé, L’umano come donna. L’erotismo, (a cura di Andrée Bella), Ipoc, Milano 2012.

[6]             J. Kristeva, (1983) Storie d’amore, Donzelli, Roma 2012, p. 343.

[7]             R. Iacona, Se questi sono gli uomini. Italia 2012. La strage delle donne, Chiarelettere, Milano 2012.

[8]             M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013, p. 83.

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