Tra fiaba e vita. Quando le donne hanno il potere

 

Tra fiaba e vita. Quando le donne hanno il potere

Sono mosse da forti desideri, non si comprende come mai siano così intelligenti e potenti e al contempo non perfette, un po’ crudeli, donne che si pongono sempre un po’ di traverso, a volte poco accomodanti. Attraggono e respingono per i loro prodigi. Inaugurano nuovi modi e nuovi mondi. C’è bisogno di tenerle come una luce nella memoria collettiva e una chiave per aprire le porte all’azione del potere femminile. Potere di trasformare, potere di fare accadere.

Maria Cristina Mecenero*

 

Tra fiaba e vita. Quando le donne hanno il potere

Sono mosse da forti desideri, non si comprende come mai siano così intelligenti e potenti e al contempo non perfette, un po’ crudeli, donne che si pongono sempre un po’ di traverso, a volte poco accomodanti. Attraggono e respingono per i loro prodigi. Inaugurano nuovi modi e nuovi mondi. C’è bisogno di tenerle come una luce nella memoria collettiva e una chiave per aprire le porte all’azione del potere femminile. Potere di trasformare, potere di fare accadere.

Maria Cristina Mecenero*

In questi anni in Italia si è intensificato il dibattito sulle relazioni tra donne e uomini nella vita pubblica e privata. Siamo su un crinale: da una parte continuiamo a ricevere notizia di un intensificarsi della violenza maschile sulle donne; dall’altra assistiamo al prorompere delle energie vitali della presenza femminile sempre più numerosa in tutti i campi. Con le contraddizioni aperte che questa comporta, data l’evidente fatica del contesto italiano ad ascoltare i desideri delle donne (per esempio, di nuove forme organizzative del lavoro che tengano conto dell’esperienza della maternità) e a riconoscere ciò che continuano a portare come ricchezza nel tessuto sociale grazie a impegno e responsabilità (penso qui al lavoro di migliaia di comuni maestre che hanno reso di qualità la scuola pubblica italiana, ma potrei continuare parlando di sanità, giustizia, beni culturali).

Si sta anche ritornando a parlare di educazione e bambine/bambini, a partire proprio dalla differenza sessuale che (ci) segna nei percorsi di crescita, di vita. La differenza sessuale ci fa fare i conti con gli stereotipi sessisti, da un lato, e le spinte verso un nuovo modo di vivere/essere il maschile e il femminile, dall’altro. Da anni un certo numero di insegnanti, ricercatrici, pensatrici hanno aperto brecce nell’impianto falsamente neutro delle interpretazioni, delle nominazioni, delle riflessioni pedagogiche. Queste ricerche e sperimentazioni hanno attraversato le scuole, i gruppi di aggiornamento, le università, ma continuano a incontrare una certa resistenza e faticano a diffondersi.

In questo scenario una parola, strega, a partire da quella delle fiabe, si sta rigiocando sul terreno di differenti letture che intendo qui riprendere, per cercare di andare oltre. L’incontro nazionale a Paestum[1] (ottobre 2012) l’ha rimessa nel circolo del nostro immaginario: giovani e meno giovani, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovate per rilanciare la forza e la libertà femminile nella direzione di un cambiamento desiderato e atteso, in un momento di crisi. Le streghe tornano, ora, per indicare possibilità di trasformazione della società tutta, alle condizioni che in molte stanno ipotizzando e dibattendo, per esempio affermando il primato della vita sull’economico e ripensando il patto sociale a partire dalle necessità umane, fondate su corpi, desideri e interdipendenza dalle altre, dagli altri e dal nostro pianeta. Tempi di raduni, politici. A cui fanno eco i raduni magici delle storie: e con essi gli incantesimi, le maledizioni, le false sembianze delle streghe, protagoniste o fugaci comparse, in ogni caso presenze femminili scomode e temute.

Le femministe negli anni Settanta le avevano riconvocate, con quella formula rituale e provocatoria: “Tremate, tremate”, dicevano alla gente che si affacciava alle vie, durante le manifestazioni. Lo dicevano agli uomini, politici e compagni. Le streghe erano tornate, allora: non solo di medicina, religione e vita sapevano e non solo con le erbe curavano, piuttosto con la parola e l’azione. Curavano una storia di donne e di uomini che sui silenzi/non ascolto e l’esclusione del genere femminile era andata avanti sbilanciandosi pericolosamente e mettendo a repentaglio le possibilità delle une e il senso del limite degli altri.

Con le streghe possiamo viaggiare in avanti e indietro nella storia, la nostra storia di donne e di uomini alle prese con qualcosa di più grande di noi. Indietro: ci mostrano qualcosa di rilevante che è capitato a migliaia di donne. E cioè di essere “cacciate” e messe al rogo perché alcuni hanno iniziato a credere che facessero malefici. Luisa Muraro[2] interpreta i passaggi storici e gli eventi legati alla storia di coloro che furono processate e condannate dall’Inquisizione, perché accusate di stregoneria: appartenenti a tutti i gruppi sociali, di tutte le età, molte povere e anziane, medichesse che conoscevano l’arte di guarire, praticanti la divinazione, in rapporto con la mistica, mulieres religiosae. Messe al rogo perché il loro muoversi tra fantasia e realtà spaventava. Tracciava una possibile via di sviluppo della civiltà, prendendo slancio da una libera oscillazione tra realtà e sogno. E da una possibile altra integrazione delle donne nella società, altra rispetto a regolare la loro esistenza solo sulla procreazione. Di questo gli uomini di potere, soprattutto quello ecclesiastico, avevano timore. Loro, come stelle comete, illuminavano un possibile percorso differente. Destabilizzando un processo storico che andava, al contrario, verso la marcatura di confini netti tra le cose. Limiti netti che poi si ritrovano nei progressi della modernità: scienza, diritto, economia.

Femministe del XX secolo e donne vissute tra il XIV e XVII secolo avevano in comune di essere mediatrici tra la cultura dominante e la cultura sopravvissuta a livello popolare, per fare esistere nella realtà i propri desideri, le proprie fantasie, con una misura che piacesse e fosse scelta dalle donne.

Ancora più indietro troviamo le streghe nelle fiabe. E per quella via, ancora oggi, abbiamo accesso ai significati profondi di ciò che viviamo, accidentalmente o no. Le fiabe ci tengono in collegamento con verità che non sottostanno al limite definito tra reale o non reale, possibile o impossibile. Con le loro formule ci riportano all’invisibile, alla possibilità di altro in cui comprendere, “vedere” gli eventi di cui siamo parte. E’ un richiamo, viene dalle loro trame: non tutto va interpretato nella logica dei rapporti di forza, dei rapporti di necessità[3]. Anche se sembra così, e certo appare così in prima battuta ogni volta che una strega irrompe sulla scena. Ci sono altre dimensioni di essere che prendono forma nella rete che tessono tra personaggi e accadimenti. “Dell’enigmatico e misterioso sapere delle fiabe ci interessa quell’apertura che consente di accrescere la nostra capacità di sentire e percepire. L’occasione aperta dalla fiaba grazie al suo mirabile impiego dell’allegoria, è percepire e riconoscere, saper ascoltare e toccare i diversi sensi della realtà, altri sensi che si potenziano reciprocamente[4]. Le fiabe sono vere, diceva Italo Calvino[5], indicandoci la strada della metamorfosi (c’è un bene, una salvezza delle cose e degli eventi, a cui esse rimandano) e dell’incantesimo (ci sono forze complesse e mai del tutto conosciute che ci determinano) per saper leggere nei destini individuali e collettivi.

Ciò che sta capitando in tempi recenti è che in certi contesti – corsi di formazione – all’interno di percorsi sulle differenze di genere (come vengono titolati da chi li tiene), richiesti da maestre di diverse città o da assessore alla provincia, tutte donne intraprendenti, come le streghe, alle streghe viene associato un significato negativo. Con il risultato che, a causa di una sottrazione, distrazione e sconnessione di senso, la loro forza simbolica svanisce. Le streghe sono un nascondiglio che molte/i non sanno più scorgere: nell’allegoria in cui ci portano, c’è il sacro e il profano, la magia bianca e quella nera, la nascita e la morte, per mano di donne. Molto più che appartenenti al genere femminile avvezze all’uso della magia, molto più che figure irascibili e vendicative. E anche nella versione più popolare e affettiva, quella per cui strega è sinonimo di un particolare tipo di intelligenza, fatta di furbizia, una certa dose di preveggenza, e capacità di essere stratega, molto più che protagoniste creative/distruttive degli altrui destini.

I tre ambiti, quello storico della caccia alle streghe, quello di lotta del femminismo e quello immaginifico delle fiabe, sono da tenere in collegamento, pena scivolare verso un’interpretazione depotenziata della figura della strega.

A me sembra che in generale non venga colto o venga travisato, forse per un’interpretazione troppo letterale, il valore simbolico delle figure presenti nelle fiabe. E risulta difficile, quando non impossibile, avere uno sguardo da fiaba[6]. Quello sguardo che, intravvedendo altre dimensioni, ci dà modo di stare nel reale con un più di respiro. E’ una prospettiva che si apre in un presente che tende ad apparire piatto, per il peso, le incombenze, le fatiche, le contingenze. E libera noi e le altre/gli altri dagli schemi fissi e ripetitivi in cui rubrichiamo, per abitudine e mancanza di fantasia, comportamenti e scelte. Si crea a partire da un sapere che passa mettendosi/tenendosi in rapporto vivo con le fiabe, e con la loro funzione liberatrice, “una specie di sottrazione al fiume che viene dalla società e alla sua corrente vorticosa fatta di oggetti, consumi, etichette cartellini, realismo[7]. Quello che c’è può sempre trasformarsi, quello che non c’è può sempre presentarsi e nel momento più inaspettato mettersi al centro della scena. E poiché la fiaba vive nello scambio tra chi narra e chi ascolta, dentro una relazione, ci vuole appunto una relazione per autorizzare e autorizzarsi uno sguardo da fiaba[8]. Ciò significa che ci vuole un gioco libero di parole e di fiducia con altre e altri in una ricerca di intuizioni immaginative e linguistiche per abitare creativamente il reale meraviglioso/terrificante in cui ci troviamo. E così contribuire a modificarlo.

I tempi che abitiamo non ci aiutano: spread e pragmatismo spingono lontano dal lato invisibile degli eventi. E comunque è sempre difficile cogliere il senso più grande delle cose. A rendere più oscuri certi significati, è stato anche l’emancipazionismo. Un esempio: se la regina si sposa con un bel principe, svalutarla perché ha fatto una scelta, il matrimonio, e occultare la sua funzione di potente nel regno, è perdente. Quando si è bambine e si vuole divenire regine, si sta pensando in grande.

Lo sguardo da fiaba è fatto di quel sentimento che suona così: “il mondo non si esaurisce tutto in quello che si vede”; “è possibile stare al mondo con grandezza, a prescindere da ricchezza e povertà […] o da tutte le altre determinazioni[9]. Stare con grandezza nel presente, a prescindere da tutte le altre determinazioni, significa anche a prescindere dal bene e dal male. A volte nel male – di vivere, di fare – e solo nel male, si è in grado di far capitare qualcosa che altrimenti non potrebbe accadere. A volte si fa il bene perché si conosce il male, e a patto di non dimenticarsene.

Le streghe, quelle delle fiabe, erano donne che avevano un grande potere. Donne di potere. A volte erano crudeli. Lottavano per vedere la realtà girata nella direzione che desideravano. Per ottenere ciò che volevano, erano disposte a sacrificare l’ingenuità. A volte anche molto altro. Il loro intervento era indispensabile al susseguirsi degli eventi, grazie alle loro azioni veniva la soddisfazione di certi desideri profondi di chi insieme a loro era protagonista, ma contemporaneamente ne derivava qualcosa di difficile, complicato. Magari bisognava pagare un pegno.

Durante quei corsi a cui accennavo, le maestre hanno stilato in una lista le qualità caratteristiche della strega, una lista un po’ lunga, che riporto tale e quale perché è in sé disvelante (anche nell’uso delle maiuscole): Crudele, Orgogliosa, Perfida, Presuntuosa, Senza scrupoli, Intraprendente, Avida, Abile maga, Senza cuore, Vanitosa, Pericolosa, Incantatrice, Astuta, Intelligente, Insidiosa, Ammaliatrice, Ingegnosa, Attiva, Ingannevole, Seduttrice, Bella, Brutta, Capricciosa, Trasgressiva, Arrogante, Invidiosa, Sadica, Coraggiosa. Le donne, tra virgolette cattive, sono state identificate nelle streghe. Dalla loro hanno che sono vivaci e scaltre, hanno detto le maestre. Vivaci e scaltre: quando facciamo accadere cose importanti, prendiamo anche dalle streghe. Quando altre fanno accadere cose importanti, spesso sono vere e proprie streghe: suscitano/sono mosse da forti desideri, non si comprende come mai siano così intelligenti e potenti e al contempo non perfette, un po’ crudeli, donne che si pongono sempre un po’ di traverso, a volte poco accomodanti. Eppure vitali, lungimiranti. Attraggono e respingono per i loro prodigi. Inaugurano nuovi modi e nuovi mondi.

Io dico che nel presente e nel futuro c’è bisogno di tenerle come una luce nella memoria collettiva e una chiave per aprire – sempre di più – le porte all’azione del potere femminile. Potere di trasformare, potere di fare accadere. Nella consapevolezza che la libertà femminile scatena paure, grandi e profonde. Gli uomini che uccidono le donne in Italia, di questi tempi, con il loro agire è come se lo ripetessero continuamente a tutti.

Credo anche che dobbiamo togliere le briglie alla nostra capacità di giudizio: chi sperimenta in libertà, provoca. La provocazione è un’onda che investe il nostro immaginario e il nostro concreto esserci. Bisogna ricordarselo quando si incontra una donna che sta agendo. E almeno per un attimo vederla dietro il cappello e il neo, nel suo essere entrata in azione grazie a un desiderio, vivaddio prepotente, che la sta portando da qualche parte. Nel mondo, reale e fantastico, delle donne e degli uomini.

 

Bibliografia

Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori, 2002.

Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, 1987.

Vita Cosentino, Federica Marchesini, “C’era, non c’era…” in Il cuore sacro della lingua, a cura di Chiara Zamboni, Il Poligrafico, 2006.

Antonia De Vita, Lucia Bertell, “La creazione sociale” in Paesaggi e figure della formazione nella creazione sociale, a cura di Anna Maria Piussi, Carocci, 2006.

Luisa Muraro, La signora del gioco, La Tartaruga, nuova edizione 2006

 

NOTE

[1]             L’incontro nazionale, svoltosi a Paestum il 5,6,7 ottobre 2012, aveva come titolo:“Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”.

[2]             Luisa Muraro, La signora del gioco, La Tartaruga, nuova edizione 2006

[3]             Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, 1987.

[4]             Antonia De Vita, Lucia Bertell, “La creazione sociale” in Paesaggi e figure della formazione nella creazione sociale, a cura di Anna Maria Piussi, Carocci, 2006.

[5]             Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori, 2002

[6]             Vita Cosentino, Federica Marchesini, “C’era, non c’era…” in Il cuore sacro della lingua, a cura di Chiara Zamboni, Il Poligrafico, 2006

[7]             Ivi, p. 18

[8]             Ivi, p.25

[9]             Ivi, p.15