Figli, genitori e nonni

La solidarietà tra le generazioni e la coesione intrafamiliare è sempre meno obbligata dalle condizioni materiali e diventa vincolo morale e affettivo

Tramandare e trasmettere nella famiglia patriarcale

Trasmettere (far passare una cosa da una a più persone) e tramandare (trasmettere nel tempo, di età in età) erano i due verbi che coglievano nel profondo il senso del lavoro familiare e quindi della funzione della famiglia nel passato. Le politiche familiari, le strategie familiari, le alleanze altro obiettivo non avevano che quello di garantire l’unità della famiglia e potenziarne le risorse e il prestigio sociale.

Ogni singolo componente la famiglia, in funzione dell’età, del sesso e della relazione che aveva con il capofamiglia, era chiaramente e inequivocabilmente collocato in una specifica posizione sociale, dalla quale scaturivano diritti e doveri altrettanto chiari e precisi.

Anche se si è portati a dire e sostenere che nelle vecchie e tradizionali famiglie del passato “tutti si volevano bene”, in realtà tali strutture erano profondamente autoritarie e cementate da una solidarietà, da una coesione sociale che era il frutto di un meccanismo di dipendenza tra i diversi componenti la famiglia molto forte, il risultato di un’allocazione differenziata delle risorse, del loro controllo e dell’accesso ad esse. Struttura autoritaria e asimmetrica che, ovviamente, esprimeva modelli di affettività specifici, che dispensava a suo modo felicità e infelicità esattamente come fa la famiglia nucleare contemporanea1. Fuori della famiglia non vi era salvezza per l’individuo – questo spiega perché, sebbene siano state quasi sempre trattate molto male dai mariti, le donne continuavano a sposarsi! – dentro la famiglia ogni componente era trattato diversamente, a seconda dell’età, del sesso e del legame con il capofamiglia.

Le differenze di trattamento, che rimandavano ad una precisa mappa dei diritti e dei doveri, che delineavano una struttura gerarchicamente ordinata e quindi produttrice di disuguaglianze sociali, tagliavano trasversalmente le relazioni tra i sessi e le generazioni. Le famiglie si configuravano come un incrocio di relazioni che collocavano in posizione diversa e differenziata le generazioni ascendenti rispetto a quelle discendenti e collaterali, le donne rispetto agli uomini, i primogeniti rispetto ai figli di ordine di nascita superiore, le figlie rispetto ai figli, le madri rispetto alle suocere. Tali differenze generate entro la famiglia, si riverberavano all’esterno, nel senso che socialmente le persone erano valutate ed apprezzate in base alla posizione che avevano all’interno delle rispettive famiglie di appartenenza e/o provenienza.

Il tempo della famiglia si dilatava sia in senso verticale che orizzontale, abbracciando più generazioni, sia passate che coeve; il tempo di vita individuale era inserito in un ritmo, in una cadenza che superava abbondantemente l’arco temporale – spesso breve – dell’esistenza di una singola persona. La trasmissione del nome (di famiglia) e della proprietà, grande o piccola che fosse, testimoniava della continuità nel tempo di una struttura familiare che andava ben oltre la durata della vita biologica dei suoi componenti2. Dal punto di vista individuale, soggettivo avere il nome di famiglia significa essere collocati socialmente e potersi collocare socialmente, come ben sapevano, avendolo dolorosamente imparato sulla propria pelle, ‘bastardi’ e figli nati fuori dal matrimonio, anche se allevati in famiglia.

Anche se lutti, carestie, migrazioni scompaginavano le biografie di vita dei singoli individui, la vita della famiglia procedeva comunque, mostrando una forte continuità, nonostante e al di là del fatto che la famiglia di ieri – esattamente come quella di oggi – potesse assumere più forme e, nel tempo, passare da una forma familiare all’altra3.

Tale forma familiare è stata lentamente modificata, erosa e ‘svuotata’ da due rilevanti processi sociali: industrializzazione e individualismo4. Tale famiglia inizia a cambiare molto lentamente con la modernità ed è stata letteralmente spazzata via dalla modernità riflessiva, dalla tardo-modernità o dalla modernità liquida che dir si voglia5.

Tramandare e trasmettere nella società dell’incertezza

Le riflessioni sviluppate nel paragrafo precedente sulla famiglia patriarcale non vogliono avere né un funzione ‘consolatrice’ – rimpiangere il bel tempo passato per soddisfare quella ‘nostalgia’ per la famiglia che sembra caratterizzare l’uomo moderno6 – né una funzione critica, tesa a ricordare quanta sofferenza potesse esserci dentro le pareti domestiche. Tali riflessioni aiutano ad individuare alcuni elementi distintivi delle famiglie del passato, utili per capire come si muove oggi la dinamica intergenerazionale dentro la famiglia.

Elementi distintivi che si possono riassumere nei punti di seguito elencati:

– priorità della famiglia, delle dinamiche familiari e dell’interesse del gruppo sulle biografie e sui percorsi di vita individuali;

– chiara e precisa collocazione dei soggetti nelle diverse posizioni familiari;

– sistema normativo fortemente coercitivo, con relativa forte prescrittività dei ruoli dentro l famiglia;

– elevata complementarità tra i diversi ruoli sociali: alta dipendenza reciproca tra i sessi e le generazioni;

– con la trasmissione, soprattutto patrimoniale, i singoli componenti la famiglia si assumevano la responsabilità di garantire continuità nel tempo al patrimonio e al nome della famiglia;

– la prospettiva temporale era proiettata in avanti, nel futuro; prospettiva tanto più lunga quanto più ‘brevi’ erano le vite dei singoli componenti la famiglia,

– i legami collaterali erano ampi e intensi: la discendenza familiare si presentava – ed era rappresentata – come un albero, con molti rami;

– elevata era, tra i soggetti che vivevano sotto lo stesso tetto, la consapevolezza che il benessere della famiglia e la sua ‘onorabilità’, il suo prestigio sociale dipendevano da quanto ognuno faceva o si asteneva dal fare: nella famiglia del passato dominava l’etica della responsabilità e della condivisione.

Rispetto a tali elementi distintivi, è facile disegnare il profilo della famiglia contemporanea e quindi comprendere le dinamiche e le relazioni intergenerazionali:

– le biografie di vita individuali, personali hanno, oggi, priorità rispetto ai cicli di vita della famiglia. I tempi del ‘fare e dell’essere famiglia’ non scandiscono più i tempi di vita dei singoli componenti il nucleo familiare.

Non esiste più un’età ‘giusta’ (socialmente attesa) per sposarsi, per generare figli, superata la quale scattavano, nel passato, le sanzioni sociali7: scegliere di sposarsi, generare figli, sposarsi una seconda volta dipende dalle scelte individuali e dalle opportunità che si aprono o meno in certi momenti della propria vita;

– l’interesse individuale è di ordine superiore rispetto all’interesse delle comunità di appartenenza di tipo tradizionale. Le famiglie del passato dispensavano molta sicurezza (rispondevano a quasi tutti i bisogni – materiali, affettivi, psicologici, di socializzazione e formazione- dei diversi componenti) ma richiedevano il sacrifico della libertà individuale. Le famiglie di oggi dispensano poca sicurezza, ma non richiedono il sacrificio della libertà individuale in nome di interessi superiori. Sia questo punto che il precedente altro non sono che il portato di quella rivoluzione copernicana che ha posto al centro della vita sociale l’individuo (processo di individualizzazione delle relazioni familiari e sociali);

– i ruoli dentro la famiglia sono meno dipendenti reciprocamente: genitori anziani e figli, mariti e mogli tendono ad essere, soprattutto per gli aspetti materiali ed economici, meno legati e condizionati da vincoli di dipendenza. La solidarietà tra le generazioni e la coesione intrafamiliare è sempre meno ‘obbligata’, sempre meno resa necessaria dall’assoluta impossibilità dell’individuo di vivere fuori di una famiglia;

– il patrimonio familiare non è più qualcosa che deve essere incrementato e tramandato alle generazioni future, ma diventa parte rilevante di un capitale che ogni figlio può e deve utilizzare per ‘collocarsi’ meglio nella società o e per accedere ad un mercato dei consumi sempre più individualizzato. Il patrimonio familiare diventa un bene personale, individuale, una risorsa al quale i diversi componenti la famiglia attingono per la soddisfazione dei loro bisogni;

– la prospettiva temporale si è accorciata: è tanto più breve, paradossalmente, quanto più lunghi sono diventati i tempi di vita dei singoli individui: si pensa, ci si preoccupa dei propri figli, già i nipoti sfumano all’orizzonte. D’altro canto per un genitore non vi sono certezze circa il fatto che la figlia, il figlio lascerà la casa, si sposerà e genererà figli. Non ha certezze di questo genere né – spesso – desidera averle;

– i legami collaterali sono molto ristretti e indeboliti: per fattori demografici e culturali la discendenza della famiglia non è più rappresentabile come un albero con molti rami, ma come un baccello: genitori-figlinipoti;

– sebbene le condizioni socio-culturali della famiglia di origine influenzino ancora in maniera molto forte le opportunità di vita delle nuove generazioni, in realtà oggi il raggiungimento delle diverse posizioni sociali non è più mediato direttamente dalla famiglia: la scelta del partner è libera, l’accesso al mercato matrimoniale non è scandito dalle strategie matrimoniali della famiglia di origine, l’inserimento nel mercato del lavoro segue altri canali di reclutamento;

– se la famiglia è un risorsa alla quale attingere, se la famiglia è capitale personale e individuale al quale fare riferimento per realizzare i propri obiettivi di vita, il benessere della famiglia non dipende da quanto io faccia o mi astenga dal fare, in quanto il mio benessere dipende da quanto i miei genitori abbiano fatto o si siano astenuti dal fare. All’etica delle responsabilità e della condivisione, si sostituisce una passione acquisitiva, una ‘passione del benessere’, che allenta ogni tensione relazionale e genera la perdita del legame sociale8;

– il livello di prescrittività dei ruoli familiari, infine, si è indebolito: la pluralizzazione dei valori, delle norme e degli stili di vita si riverbera dentro la famiglia, dando nuovo impulso ai processi di costruzione ‘negoziata’ – attraverso le dinamiche relazionali – delle competenze, dei vincoli e dei saperi connessi ai diversi ruoli.

Appare dunque evidente quanto diverso si configuri oggi, dentro la famiglia, l’assetto delle relazioni tra i sessi e le generazioni. A relazioni rigidamente imbrigliate entro una struttura di ruoli vincolante e prescrittiva, si sostituisce una dinamica relazionale regolata da quella che A. Giddens definisce ‘la politica della vita quotidiana’9. A fronte dei più recenti processi di crescente frammentazione sociale e di indebolimento dei legami interpersonali, ci imbattiamo sempre più frequentemente in un attore sociale fortemente centrato sul sé, quotidianamente teso a costruire e intessere relazioni sociali ad alto contenuto affettivo,
psicologico, agendo ed investendo molte delle sue energie nella sfera privata10. Lavoro intenso ed affannoso, che sortisce risultati sempre più precari e incerti. La vita privata, gli affetti, i legami profondi non sono più fonte di sicurezza e certezza: posta in stato di assedio, la roccaforte del privato è stata espugnata ed è attualmente sottoposta alle stesse fluttuazioni che caratterizzano la società nel suo complesso11. Nella società ‘degli individui’12, gli individui si dissolvono, perché sono venuti meno i fattori sociali e culturali che erano alla base dei processi di individualizzazione, intesi come processi di costruzione dell’identità attraverso dinamiche di avvicinamento e di stanziamento, di fusione e separazione tra ego-alter, di confronto-incontro con l’altro.

Affettività e legami intergenerazionali: il ruolo della famiglia ‘marsupio’

La politica della vita quotidiana regola le relazioni tra i sessi e le generazioni dentro la famiglia. Quali le regole, i codici, i riferimenti simbolici di tale politica?

Si può rispondere in maniera molto sintetica: in generale i genitori vorrebbero che i loro figli fossero ‘felici’; la quasi totalità dei giovani colloca nella gerarchia dei valori al primo posto la famiglia13: ovviamente quella in cui vivono. Felicità ed affettività costituiscono le due dimensioni rilevanti della relazione genitore-figli.

Prende corpo un sistema di aspettative assolutamente asimmetrico, ma di segno opposto rispetto al passato: i genitori non si aspettano nulla dai loro figli se non di essere amati (i concetti, per esempio, di onore e rispetto sono tramontati), in seguito alla diffusione di una logica del dono puramente affettiva e sentimentale; i figli si aspettano di essere accettati, amati, protetti, aiutati a crescere per quello che sono e indipendentemente da quello che fanno e faranno. La generatività di oggi, infatti, si colloca in un’economia della scelta e della passione per il sé: si genera per realizzare un obiettivo di vita, un desiderio, un sogno personale, senza alcuna aspettativa e motivazione di tipo strumentale, senza rilevanti investimenti simbolici che non sia la cura di Io narcisistico, che vede nell’altro lo strumento per la realizzazione del sé. In questo senso la logica stringente del dono, che crea legami sociali, obbligazioni forti tramite il meccanismo del dare-ricevere-ricambiare, si è sentimentalizzata: il dono è diventato pura elargizione, per soddisfare quella passione dell’io14, che vede nella conservazione della vita, più che nella sua trasmissione il proprio orizzonte temporale. Si modifica la percezione del tempo e del ritmo della vita: sia per giovani, che per adulti e anziani mentre si allunga il tempo della permanenza nelle diverse fasi della vita, si perde il senso della sequenza delle fasi da attraversare per giungere ad una meta: la vita più che un processo, diventa una serie di episodi.

Ma questa passione dell’io, che nega il legame sociale, in quanto troppo vincolante, ha tuttavia bisogno di contatti e di relazioni continui e frequenti. Allora non deve meravigliare che la maggior parte della popolazione italiana sia impegnata in un lavoro regolare e sistematico di cura delle relazioni familiari ed amicali.

La tabella n.1 aiuta a comprendere la portata dell’affermazione precedente.

Come si può notare leggendo la tabella, frequentissimi sono i contatti tra genitori-figli-nipoti, a conferma dell’esistenza di una discendenza a baccello, legata da vincoli di solidarietà di tipo prevalentemente affettivo. Questi dati che danno il senso della profondità – non dell’ampiezza – della rete al cui interno circola un volume considerevole di ore di lavoro di cura, che, tuttavia, ha interessato, come destinatario dell’aiuto, solo il 14,8% delle famiglie, consentono di ricostruire il contesto e la natura delle aspettative intergenerazionali:

– genitori, figli e nipoti non coabitanti sono legati da profondi vincoli reciproci (laddove la profondità è misurata dalla frequenza dei contatti), con relativa prevalenza dell’asse femminile-materno;

– la frequenza dei contatti, a cadenza giornaliera, confrontata con la percentuale di famiglie che hanno ricevuto aiuto (14,8%) nell’ultimo mese antecedente la rilevazione ISTAT del 1998, e con la percentuale di soggetti che hanno dato aiuto (22,5%) a soggetti non coabitanti, conferma che la maggior parte dei contatti si muove lungo il registro dell’affettività, della cura intesa come preoccupazione e sollecitudine per il legame, che non lungo l’asse strumentale degli aiuti materiali;

– l’intensità dei contatti è la naturale conseguenza di un sostanziale indebolimento della struttura dei ruoli dentro la famiglia: meno le persone sono ‘imbrigliate’ entro aspettative di ruolo chiare, precise e non negoziabili, più il loro comportamento deve essere sondato, monitorato, valicato con una certa frequenza. La relazione deve quindi essere, nel bene e nel male, riconfermata quotidianamente, in quanto il generico riferimento al ruolo di ‘madre’, ‘padre’, ‘figlio’, ‘figlia’, ‘nipote’ ecc. non è più predittivo di comportamenti attesi, nulla dice circa le aspettative di comportamento che possono convergere su questi soggetti. La tassonomia non è più predittiva di specifiche relazioni: ne sanno qualcosa i componenti di una famiglia ricostituita che non hanno ‘nomi’ disponibili per etichettare nuovi ruoli.

La passione per il sé e un’identità sempre più spesso riferita alla persona rappresentano la cornice al cui interno si stringono, si affermano e si riconfermano legami familiari sempre più stretti, esclusivi, espressivi e affettivi. Una cornice essenziale per generare sicurezza, fiducia personale, per generare senso di appartenenza e quindi coesione sociale a livello micro, ma assolutamente insufficiente a creare coesione sistemica. Questo significa che alla famiglia di oggi non si può chiedere ciò che essa non può dare: questa comunità di vita elettiva deve essere aiutata ad essere tale, in quanto oggi i legami tra le generazioni non affondano più le loro radici nella dipendenza reciproca, ma nella cura del legame sociale. Diventa dunque strategica, ai fini del mantenimento di certi standard di qualità della vita, un’azione politica tesa a valorizzare e promuovere la famiglia, ma non in quanto agenzia di produzione di beni e servizi, non in quanto ammortizzatore sociale, ma in quanto struttura generatrice di legami sociali, il cui mantenimento nel tempo richiede un quotidiano lavoro di cura.

Professore Ordinario di Sociologia dei processi culturali e cognitivi,

Università degli Studi di Verona

Testo dell’intervento tenuto al Convegno La famiglia come protagonista della coesione sociale, Roma, 24 febbraio 2005

Note bibliografiche

1 Lo studio di P. Ariés sulla nascita del sentimento dell’infanzia (che può essere letto come crescente attenzione al bambino e nascita del legame affettivo tra genitori e figli) in un momento storico – a partire dal XVI secolo – ha inizialmente indotto nell’equivoco di credere che prima di tale secolo i legami familiari fossero contraddistinti da freddezza, indifferenza e, spesso, violenza e sopraffazione. Pur dovendo convenire che nel passato dentro la famiglia, come nelle altre sfere sociali, più alti fossero i livelli di violenza, più diffusi i legami sociali non solo asimmetrici, ma legami che coinvolgevo soggetti, alcuni dei quali socialmente inesistenti (si pensi agli schiavi, che erano presenti in Europa sino alla soglia della Modernità, ai servi tanto ‘trasparenti’ da poter vivere in strettissima promiscuità con i padroni senza che questo generasse equivoci e ribaltamenti di ruoli!), la maggior parte degli storici della famiglia e dei sentimenti, ritiene che nel passato l’affettività più che assente, si manifestasse diversamente, sia nelle forme che nella profondità.

2 Cfr. W. Seccombre, Le trasformazioni della famiglia nell’Europa nord-occidentale, La Nuova Italia, Firenze, 1997.

3 Cfr. P. Donati, P. Di Nicola, Lineamenti di sociologia della famiglia, Carocci, Roma, 2002. Si ricorda che nel passato anche le famiglie nucleari, che erano più numerose di quanto normalmente si crede (si attestavano intorno al 45-50% del totale delle famiglie), presentavano una struttura autoritaria, centrata su ruoli e posizioni sociali chiaramente definiti e differenziati in base al sesso e all’età.

4 Sull’impatto dei processi di industrializzazione sulla famiglia si veda W. Siccombe, Famiglie nella tempesta, La Nuova Italia, Firenze, 1997. Per un’introduzione al tema dell’individualismo e dell’individualizzazione crescente si rimanda a A. Laurent, Storia dell’individualismo,
Il Mulino, Bologna, 1994 e E. Pulcini, L’individuo senza passioni, Bollati-Boringhieri, Torino, 2001.

5 Per una introduzione al dibattito sulla modernità riflessiva si rimanda a U. Beck et al., La modernità riflessiva, Asterios, Trieste, 1999.

6 Su questo tema specifico si veda U. Beck, E. Beck-Gernsheim, Il normale caos dell’amore, Bollati-Boringhieri, Torino, 1999.

7 Per una donna non più giovanissima e non ancora sposata, la sanzione era rappresentata dal restringimento del suo mercato matrimoniale: se voleva sposarsi si sarebbe dovuta ‘accontentare’ di un marito ‘di ripiego’ (di ceto sociale inferiore, avanti nell’età e/o con qualche difetto fisico).

8 Cfr. E. Pulcini, L’individuo senza passioni, cit., p.127. Sul tema dell’indebolimento del senso di obbligazione reciproca si veda P. Di Nicola, Amichevolmente parlando. La costruzione delle relazioni sociali in una sociale di legami deboli, Angeli, Milano, 2002.

9 Cfr. A. Giddens, Le trasformazioni dell’intimità, Il Mulino, Bologna, 1995.

10 Il forte investimento sulle relazioni personali è tipico di un attore sociale la cui identità è sempre più frequentemente costruita in riferimento alle persone, e non più in riferimento a strutture e istituzioni di appartenenza. Su questo tema si veda U. Beck, E. Beck-Gernsheim, Il normale caos dell’amore, cit.

11 Cfr. A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994; Z. Bauman, La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna, 199; U. Beck, I rischi della libertà, Il Mulino, Bologna, 2000.

12 Sempre sui temi dell’individualizzazione si rimanda a N. Elias, La società degli individui, Il Mulino, Bologna, 1990.

13 Tutte le ricerche sui giovani, sia quelle con campioni nazionale che indagini condotte in realtà territoriali circostanziate, confermano la centralità che la famiglia ha per i giovani, unitamente all’amicizia. Per un approfondimento della rilevanza delle relazioni affettive tra i giovani si veda P. Di Nicola (a cura di), Amici miei. Fenomenologia delle relazioni amicali nella società del benessere, Angeli, Milano, 2003.

14  Cfr.E. Pulcini, L’individuo senza passioni, cit.