Filosofia come cura

Un’esperienza in una struttura di riabilitazione.

L’idea di un seminario di filosofia presso il Centro Franca Martini di Trento, importante struttura per la riabilitazione della sclerosi multipla, è nata  casualmente. Tutto è accaduto passeggiando, in un nitido pomeriggio di sole ancora invernale, per i sentieri innevati della Val di Sella disseminata delle straordinarie opere che “Arte Sella” dopo ogni evento abbandona al paesaggio montano1. Forse fu la mirabile visione della monumentale Cattedrale Vegetale di Giuliano Mauri, ancora echeggiante delle musiche dei concerti estivi, a mettere le ali al pensiero. Forse fu proprio la potenza di quello scenario ad inclinare la conversazione verso tonalità esistenziali. Là dunque dove Daniela Rosi, esperta culturale del Centro F. Martini, parlava di eventi, progetti, attività artistiche da organizzare, anche la filosofia  volle convenire in discorso sollecitandomi a  farmi promotrice  di una  iniziativa. E così,  a distanza di qualche tempo, fui ricontattata da Daniela ed invitata a presentare una proposta. L’impresa, ora che l’atmosfera magica di quei luoghi si era dileguata, si presentava un po’ complessa. Si ponevano diversi interrogativi. Perché proprio la filosofia al Centro Franca Martini? Quale sarebbe stato il ‘senso’ di questa operazione? Avrebbe conseguito  un obiettivo di ‘cura’? E se sì, quali ‘parole’ della filosofia si sarebbero rivelate salutari, efficaci a lenire il ‘male di vivere’? Come rigiustificare la quotidianità esistenziale là dove pare non esserci scampo perché la malattia, quasi ubbidendo ad un destino inesorabile, sembra  votata a divorare ogni possibilità di salvezza? Il compito si presentava ardito: occorreva recuperare  tutta la passione del  pensare per poter credere ed impegnarsi in questo lavoro. Dopo un’attenta riflessione le  motivazioni apparivano più chiare e distinte.

Perchè la  filosofia al Centro Franca Martini   

La filosofia nasce e si sviluppa storicamente come phàrmacon, come cura della nostra condizione esistenziale. Una condizione intrinsecamente a rischio sotto diversi aspetti, di cui la malattia ne rappresenta certamente uno emblematico. Come sostiene il
filosofo contemporaneo Emanuele Severino, è limprevedibilità dell’evento che, sempre sopraggiungente dal nulla,  può tout court spazzarci via oppure, cogliendoci impreparati, sparigliare ogni nostra  progettualità, obbligandoci continuamente a ristabilire un nuovo equilibrio, ad assumere nuovi riferimenti. La precarietà è dunque la nostra cifra esistenziale. E la filosofia nasce appunto, secondo la potente interpretazione severiniana, da thàuma, da quello stupore tragico che ci lascia sgomenti, attoniti  di fronte al divenire del mondo, per la constatazione che gli enti, tutto ciò che esiste, e quindi anche noi, ‘proveniamo dal nulla e ritorniamo nel nulla’ 2.

Di fronte all’abisso dell’annientamento gli uomini cominciarono allora a filosofare, a chiedersi il perché delle cose; la filosofia  nasce dunque come interrogazione. Ma  sempre questo sapere che scaturisce  dal terrore per il divenire del mondo, si pone come consolazione, rimedio di sopravvivenza. Nella storia del pensiero, si caratterizza infatti quale  indagine,  dimostrazione di un ‘principio’, di un ‘fondamento’ eterno, immutabile che ci salvi dal nulla. Diviene  strumento di ricerca insonne di un senso esistenziale che valorizzi la nostra vita strappandola all’assurdità di trovarsi gettati nel mondo,  insipienti della nostra origine e della nostra fine. Oggi che tutti gli dèi sono fuggiti3, abbandonando la terra  al dominio pervasivo della ‘tecnica’, si fa strada la necessità estrema di reperire un senso che non ambisca più a garantire verità assolute, approdi definitivi dimostratisi illusori, ma ad assicurarci piccole conquiste, semplici tappe, mete provvisorie di un viaggio che comunque ci può appagare con il fascino del suo mistero4. In ogni momento critico della vita degli uomini la filosofia  rivela  quindi il suo potere salvifico.

Perché la filosofia può essere un ’farmaco’ al Franca Martini

L’obiettivo prioritario di cura di questo seminario è stato quello di sottrarre ‘il perché’ della malattia dai tormenti individuali che, più o meno consapevolmente, inducono ad interpretarla ora come maledizione, ora come espiazione di una qualche colpa, ora come effetto di una causa oscura5. Sono i momenti in cui la vita  si riduce drasticamente nelle sue potenzialità espressive, il mondo perde di interesse. La filosofia possiede gli strumenti per recidere  questa  negativa spirale psicologica che giunge a paralizzare ogni attenzione sulla propria sofferenza, che spinge ad  isolarci dagli altri  eclissando così ogni ulteriore apertura di orizzonte. Il rapporto con questo sapere infatti  può rivelarsi importante per la nostra salvezza perché può insegnarci qualcosa di nuovo  su noi stessi e sugli altri, sui meccanismi che regolano la nostra vita,  sviluppare la nostra capacità di osservazione e di critica. Liberandoci  dal conformismo, può dischiuderci realtà insospettate, universi da scoprire. In breve la filosofia educa a pensare. La nostra esistenza può quindi uscirne rigenerata.

Come la filosofia può diventare ‘rimedio’ al dolore dell’esistenza   

Proprio perché la filosofia nasce come interrogazione sull’esistenza, sono le domande ultime, quelle più radicali che riguardano la vita, la morte e Dio, oggetto di questa speculazione. L’interesse esce dunque dai confini individuali per investire il senso dell’essere, dell’esistenza in quanto tale. La filosofia, come cura per la conoscenza, indaga dunque  la verità delle cose. Il suo sguardo è  infatti al Tutto, alla totalità di  ciò che esiste  per scoprirne le cause prime, i principi fondanti, gli arcài cioè le strutture basilari della realtà, come ci informa sapientemente Aristotele.

Per questa sua peculiarità, questa disciplina  apre allora il pensiero alla riflessione e, sviluppando consapevolezza, consente di ricollocare il proprio destino, la propria vicenda umana, all’interno di una visione più generale di mondo. Qui il tragico della vita, svincolandosi da ogni singolarità, da ogni pretesa di conferire sempre e comunque una giustificazione razionale a ciò che ci accade, può essere più adeguatamente compreso come accettazione di un limite che appartiene alla stessa condizione di finitezza umana. Qui allora dolore, malattia, morte riscoprono  il loro carattere di esperienza universale dell’umanità in quanto divengono figure-antitesi necessarie alla dialettica del küklos della vita.

Riflessioni sull’esperienza

Dunque proprio al Centro F. Martini, dove l’esistenza non si è rivelata  ‘il migliore dei mondi possibili’, il seminario “Alla ricerca del  senso della vita,  ovvero la filosofia”, articolato in sette incontri, ha osato   restituire una nuova e più  accettabile prospettiva di mondo.

Dopo una breve premessa a questa scienza ed alla sua storia, le tematiche hanno focalizzato l’attenzione sulla  questione del rapporto Uomo-Dio-Mondo, rivisitando questa convivenza difficile nella lunga tradizione occidentale. Hanno poi  esaminato la coppia corpo-anima, nei termini  di una storica opposizione di significati, e la polarità felicità-dolore quali accadimenti del nostro vivere quotidiano. Infine il corso ha recuperato, come approdo, la figura della saggezza, nella sua  originaria accezione greca di possibile pratica di vita. Questi argomenti sono stati volutamente scelti tra quelli che avrebbero esercitato il maggiore impatto emotivo su di un pubblico in cui la malattia  poteva aver compromesso fortemente la relazione con  Dio e la sua ‘provvidenza’, il mondo e gli altri uomini, il proprio corpo e la sua invalidità, la felicità ed i suoi orizzonti perduti. Parlare di tutto questo suonava di sfida. Ma l’obiettivo era proprio quello di toccare questioni cruciali per sovvertirne interpretazioni che, inficiate da modelli culturali asfittici,  precludevano ogni via di uscita. Partire dunque dai loro problemi e dalle loro modalità di esperirli, per operare una trasformazione di atteggiamento, di approccio alla realtà,  ha costituito l’originalità di questo lavoro.

Si può affermare  che qui, in questo Centro, la filosofia abbia  espresso a livelli sorprendenti la sua capacità di muovere l’interrogazione, traducendo ogni appuntamento in un momento di vivace discussione, interesse, confronto. Ogni volta un’introduzione teorica all’argomento trattato, avvalendosi  anche  di contributi  trasversali alla letteratura, alla poesia, all’estetica, sapeva   stimolare  spunti  di riflessione, discorsi  che si alimentavano, nel dibattito, della  pluralità delle differenze di pensiero in colloquio. Tutto questo  consentiva ben presto di sbarazzarsi della  banalità delle dòxa, dei luoghi comuni, di liquidare  le chiacchiere inautentiche per affrontare le questioni in modo più
serio, più approfondito. Il dialogo non era sempre facile. Sfatare i pregiudizi, vincere le resistenze di principio, raccontare di sé, delle  proprie vicende, non era  semplice. Occorreva pertanto   procedere  gradualmente e con molto garbo, servendosi  di una  confutazione piana ma ferma, capace di superare le aporie e guadagnare quella chiarezza di pensiero che, sgombra da preconcetti, avrebbe permesso di dis-velare  la verità delle cose, di cogliere il loro significato più essenziale. Il rimando di questo esercizio metodologico era al procedimento induttivo di matrice aristotelica. Dunque ogni incontro rendeva esperti dell’arte della retorica, arricchiva la conoscenza,  educava  all’ascolto, al riconoscimento  dell’altro che stimolava,  attraverso l’argomentazione, a condividere o a dissentire sui contenuti delle sue idee.  Si andava delineando un  approccio alla realtà più fecondo,  agevolato da un maggiore senso critico, da una  apertura interpretativa più articolata, da uno sguardo più disincantato. Si avvertiva che questa passione  del domandare, che si apprendeva nella circolarità della relazione, avrebbe pian piano fatto crescere in termini di adultità, di consapevolezza rispetto al  proprio vissuto,  alle proprie scelte, alle proprie progettualità.

I pensieri volavano alti, esploravano i sentieri dell’essere, gli enigmi dell’ordine cosmico, i destini dell’umanità. In questo nuovo  contesto allora le parole corpodolore,  malattia perdevano il peso della  loro tragicità individuale, recuperando misura e leggerezza di racconto. Così Gianna  riusciva ora  a comunicarci con spontaneità la sua esperienza di malattia, sapeva  con lucidità  valutarne obiettivamente i danni invalidanti, ma anche le possibilità inaspettate che di contro  le aveva aperto. Qui al Franca Martini, essa  si era  infatti scoperta una vocazione artistica, il talento del disegnare, del dipingere. Gianna era adesso  ‘una persona felice’che investiva per il suo futuro. Ora trovava l’incontro con la filosofia sorprendente perché le aveva modificato lo sguardo sulle cose. Anche Maria, dapprima molto restia a mettersi in dialogo, aveva poi sciolto le sue riserve, e discuteva animatamente apportando contributi alla conversazione. Gettando alle ortiche le consolidate  credenze, aveva  appreso il gesto di riappropriazione di un proprio pensiero, di una propria valutazione. Pure Jole, da tempo  in sintonia con i discorsi filosofici, parlava liberamente  di sé, delle metamorfosi della sua vita. Infine Mario, sempre accompagnato da un antico glossario di massime di saggezza greca, ritrovava qui, in questo cenacolo, strumenti preziosi di lettura e di interpretazione.

La pratica della filosofia sembrava insomma aver indicato  in questo luogo un nuovo ‘stile di vita’, pur con tutti i limiti di una iniziativa sperimentale che richiede ulteriori validazioni e verifiche. Qui al Franca Martini la filosofia è stata declinata rispetto alle esigenze della riabilitazione ed ha giocato anch’essa una propria sfida. Uscire dai templi della pura speculazione per trasformarsi in uno strumento che insieme ad altri può contribuire ad obiettivi di cura, inserendosi in quel filone più generale delle “Pratiche filosofiche e cura di sé” che costituisce uno dei temi più attuali di dibattito della stessa disciplina6.

*Filosofo 

Consulente

 

Note bibliografiche

  1. Arte Sellaè una manifestazione internazionale di arte contemporanea che si tiene ogni anno nei boschi della Val di Sella (Borgo Valsugana -TN). Le opere sono ottenute con  i materiali  del bosco: rami, tronchi e sassi.
  2. 2. Severino E,Essenza del nichilismo, Paideia Editrice, Brescia 1972.
  3. Il riferimento è alle liriche di F. Hölderlin.
  4. Ruggenini M,Il dio assente, Bruno Mondatori, Milano 1997.
  5. Drewermann E,Psicanalisi e teologia morale, Queriniana, Brescia 1996.
  6. Pratiche filosofiche e cura di sé. Convegno di Studio. Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze Università Cà Foscari Venezia, Dipartimento di Epistemologia ed Ermeneutica della Formazione Università Milano Bicocca. Venezia 3-4 giugno 2005.