Gli anziani e la paura del crimine

Gli anziani e la paura del crimine

Il timore di subire crimini è diventato un paradigma sociale che si costruisce in forma autonoma nel dibattito pubblico e la cui percezione di gravità è talmente elevata, da superare per importanza la stessa criminalità che lo produce.

Eugenio Rossi*

Gli anziani e la paura del crimine

Il timore di subire crimini è diventato un paradigma sociale che si costruisce
in forma autonoma nel dibattito pubblico e la cui percezione di gravità è talmente elevata, da superare per importanza la stessa criminalità che lo produce.

Eugenio Rossi*

Le risposte adattative

Il disagio evolutivo non è una prerogativa di una stagione della vita, tutto il tempo dell’esistenza umana sulla scena dell’azione sociale richiede forti capacità di adattamento e suscita continui mutamenti nei sentimenti e nell’emotività degli attori in gioco. L’evidenza scientifica prova che proprio la classe di età più anziana subisce in maniera più forte ed accentuata, a causa della maggiore vulnerabilità fisico-psichica, le insidie e le insicurezze presenti nella vita quotidiana.

Partendo dai risultati emersi in una mia ricerca sulle paure ed i bisogni di sicurezza degli anziani[1] ho censito ed approfondito nel 2007, grazie a 255 anziani intervistati, i riflessi sui comportamenti quotidiani della esposizione alla paura del crimine e sono scaturite delle risposte di autoprotezione così significative e ricche di originalità da rendere necessaria una riflessione ulteriore. Le risposte di adattamento spontaneo rappresentano lo specchio fedele e coerente delle capacità culturali e delle storie personali degli anziani intervistati e per questo risultano ancora più interessanti da analizzare. Il loro spazio psichico di cambiamento si costruisce e si realizza in questi confini dell’azione sociale individuale.

Lo spazio geografico in cui si è realizzata l’indagine, il campo di applicazione, è composto da 15 Comuni dell’hinterland di Milano, nella zona del corsichese a sud della metropoli.

E’ palese che la produzione di sentimenti di insicurezza siano connessi sia alla reale incidenza dei reati nel proprio territorio di vita, sia all’allarme sociale, alle rappresentazioni della pericolosità dei crimini e dei loro autori, che ci vengono quotidianamente offerte dai mezzi di comunicazione.

Il sentimento della paura del crimine rappresenta la sintesi di una interpretazione culturale del grande gruppo di riferimento, di una interpretazione sociale del proprio gruppo di appartenenza e di una percezione soggettiva, è frutto dei riscontri concreti della realtà che ci circonda ed è un prodotto che si autoalimenta attraverso le narrazioni, i racconti intorno alla malvagità ed alla contiguità del crimine.

Oltre all’influenza delle rappresentazioni culturali, sociali e mediatiche del crimine, altri concreti fattori concorrono a generare la paura di vittimizzazione e contribuiscono al cambiamento dei comportamenti negli stili di vita quotidiani. Dobbiamo prendere in considerazione:

– l’esposizione a condizioni ambientali e relazionali rischiose, altamente percepite nella loro pericolosità dalle possibili vittime;

– il fattore tempo, un tempo di esposizione a condizioni di rischio di medio-lunga durata;

– un processo di progressiva costruzione di sentimenti negativi connessi alla paura di vittimizzazione che scaturiscono da una esposizione protratta a condizioni ambientali rischiose.

Molto variegati e interconnessi risultano i processi psichici che accompagnano gli anziani che provano la paura di subire crimini, riconosciamo l’ansia, l’insicurezza, le crisi di panico, l’insoddisfazione, la sfiducia negli altri da sé, la solitudine, il senso di abbandono, la rabbia, il progressivo disinteresse verso gli altri e le proprie attività quotidiane, l’insonnia, i tremori, le difficoltà di concentrazione. Ricerche “ecologiche” nelle grandi città statunitensi[2] e studi sulla condizione di anzianità[3], connettono la paura di vittimizzazione con questi processi intrapsichici che concorrono a modificare il punto di vista sulla realtà quotidiana delle persone.

I comportamenti di autoprotezione rappresentano la testimonianza autentica di uno spaccato di stili di vita e di preoccupazioni vere o immaginate, ma rese reali dalle risposte individuali che questo campione di anziani ha posto in essere per proteggersi. E’ autentico e reale ciò che noi crediamo come vero. “Quando si definisce una situazione come reale essa è reale nelle sue conseguenze[4]. Questo è il vero elemento caratterizzante dell’indagine che affronta il punto di vista degli anziani, l’influenza della paura e i cambiamenti messi in atto nelle loro abitudini quotidiane e suggerisce a tutti noi un arco di bisogni concreti e di misure di protezione da realizzare a loro tutela.

Il timore di subire crimini è diventato un paradigma sociale che si costruisce in forma autonoma nel dibattito pubblico e la cui percezione di gravità è talmente elevata, da superare per importanza la stessa criminalità che lo produce. Possiamo asserire e verificheremo nei risultati dell’indagine, che la paura del crimine costituisce una condizione di “vittimizzazione indiretta[5], condizionando a mille cautele e modificando i comportamenti pubblici e privati degli attori sociali che la provano.

Nell’odierno orientamento del dibattito scientifico si sostiene che la paura del crimine sia un fenomeno misurabile in forma indipendente dai livelli di criminalità e dai tassi di vittimizzazione reale (i reati realmente commessi) presenti nei territori.

Entriamo nello specifico dei risultati dell’indagine e scopriamo che il grado di influenza della paura sulle abitudini quotidiane risulta elevato per la parte femminile degli anziani intervistati. Al quesito “quanto la paura di subire un reato influenza le sue abitudini quotidiane?”, nella somma delle frequenze alle risposte “molto” ed “abbastanza”, le donne risultano le più condizionate dalla paura di vittimizzazione nei comportamenti quotidiani, con il 40,2% di responsi rispetto al 9,9% degli uomini.

E, comunque, il 31,1% degli intervistati modifica almeno parzialmente le proprie abitudini di vita. Anche aver subito un reato si rivela come una caratteristica incidente del mutamento nei comportamenti quotidiani, lo affermano il 36,3% di chi ha subito reati nell’ultimo triennio, rispetto al 26% di chi non ha subito reati nell’ultimo triennio. Interessante che il 42% di chi ascolta la televisione in quasi tutte le ore del giorno modifica i suoi comportamenti quotidiani per il timore di subire reati, rispetto al 23% di chi si pone all’ascolto televisivo la sera ed al 28,3% di chi ascolta solo i telegiornali. L’esposizione prolungata al mezzo televisivo è una prerogativa femminile e questa si declina in perfetta coincidenza con i risultati tutti femminili sulla paura di vittimizzazione.

Più diminuisce la scolarità degli anziani intervistati, più aumenta la percentuale di chi modifica le sue abitudini quotidiane in funzione del sentimento della paura.

Molto significativo l’incrocio che ci segnala come gli anziani che si distinguono per una spiccata socialità, l’andare al bar o a passeggiare con amici durante il giorno ed altre attività in luoghi pubblici, siano meno spaventati e modifichino in modo inferiore le loro abitudini quotidiane, rispetto alle persone più stanziali e sole. Il paracadute della rete di relazioni sociali attutisce le interpretazioni negative.

Se affrontiamo i concreti comportamenti posti in essere per proteggersi, riscontriamo che i cambiamenti nel modo di portare il portafoglio e la borsa risultano molto diffusi, in particolare per le donne, con il 39,3% delle donne tra i 65 ed i 74 anni ed il 18,1% delle più anziane (oltre i 74 anni).

Il 10% degli uomini “più giovani” preferiscono mutare i percorsi abituali per strada nella vita quotidiana.

Informare i conoscenti su acquisti importanti risulta un comportamento più consueto per la componente maschile.

Farsi accompagnare per effettuare degli acquisti o per ritirare dei contanti, è una abitudine molto marcata e utilizzata, in particolare al femminile e per le donne di età più avanzata, con il 14,6% delle donne in età compresa tra i 64 ed i 74 anni ed il 27,2% con età superiore ai 74 anni. Il 16,5% delle donne con un basso livello culturale si fa accompagnare per effettuare acquisti o ritirare contanti, rispetto al 7,8% tra chi ha un titolo di studio superiore. La circostanza che una donna su quattro desidera per proteggersi la compagnia di altre persone nel disbrigo delle attività esterne alla propria abitazione, rappresenta una consuetudine già sottolineata nella ricerca scientifica sui costumi sociali degli anziani[6].

Uscire in compagnia rappresenta la condotta più adottata per provare un senso di protezione e le donne risultano le maggiori fautrici di questo gradevole espediente relazionale, con il 28% delle donne tra i 65 ed i 74 anni ed il 23,6% oltre i 74 anni.

Alcuni uomini molto anziani hanno deciso di cambiare
casa per proteggersi meglio ed alcune donne hanno scelto di andare a vivere con propri parenti per sentirsi più sicure, ma sono pochi.

Il 34,5% degli anziani intervistati protegge la propria casa con sistemi di sicurezza. Questi sistemi di difesa sono utilizzati da circa la metà degli intervistati con età compresa tra i 65 ed i 74 anni e da un quarto degli intervistati più anziani. Solo il 12,5% degli anziani intervistati che giudicano negative o molto negative le loro condizioni economiche, possono permettersi ed hanno deciso di acquistare sistemi di protezione per la proprio abitazione, rispetto al 34,3% di chi valuta positive le proprie condizioni economiche. Ai fini della difesa personale e dei propri spazi abitativi risulta molto rilevante il costo economico richiesto e, l’indigenza, che si coniuga con l’età più anziana, è un fattore che mortifica e discrimina ingiustamente la possibilità di tutelarsi e rende più esposti alla paura ed alla vittimizzazione reale. I laureati e diplomati che si proteggono con sistemi elettronici e meccanici, hanno una incidenza superiore del 20% rispetto a chi ha conseguito un basso livello di studi.

Solo il 3,1% porta con sé fuori da casa qualcosa per difendersi, invece, il 31,7% si è dotato di un telefono per chiedere aiuto in caso di necessità, e questo senza differenze di genere. Il 29,8% degli anziani mette la sicura alle portiere della propria auto ed il 15,6% lascia le luci accese nella propria abitazione quando esce.

Purtroppo il 53,4% delle donne condiziona fortemente la propria libertà non uscendo più la sera per la paura di subire reati, rispetto al 14,4% dei maschi che si proteggono con questa pesante limitazione alla propria libertà personale. La ricerca scientifica ha già censito questo fenomeno di rinuncia alla socialità, di “prigionia” nella propria casa[7]. Il dato al femminile è elevatissimo, troppo degno di nota e deve farci riflettere per aprire un dibattito su come costruire una rassicurazione sociale negli spazi urbani e su come implementare le relazioni sociali amicali nei tempi serali. Ma i responsi ai quesiti che seguono potranno indicare nuove strade da esplorare.

Il 9,5% degli anziani maschi oltre i 74 anni ed il 7,2% delle femmine della stessa età, si sentono più protetti intensificando il rapporto con i vicini. La risultanza di una socialità più contigua è interpretabile proprio con la maggiore stanzialità dei più anziani, fisicamente più in difficoltà. I vicini di casa rappresentano la risorsa relazionale più presente e disponibile in spazi urbani di vita molto ristretti e concentrati, rispetto ad una rete di amici distribuiti su un territorio più esteso che risulta complesso frequentare.

Il 34,2% dei maschi intervistati ed il 43,7% delle femmine chiedono ai vicini di controllare la casa quando si assentano.

Una concreta ed efficace prospettiva di controllo sociale

Il ricorso alla rete di vicinato per tutelare l’integrità degli spazi abitativi è un costume sociale ormai sviluppato nel target degli anziani, perché non incrementarlo ulteriormente? Gli amministratori pubblici dovrebbero farsi promotori di reti solidali di controllo degli spazi pubblici e privati e di sostegno nelle attività quotidiane per prevenire concretamente i reati e, soprattutto, la paura di subire dei crimini. Dato che queste soluzioni adattative rappresentano il prodotto dell’ingegno individuale, della spontaneità nelle strategie di difesa personale, e sono le risposte culturalmente adeguate al modo di pensare della categoria degli anziani, potrebbero essere accolte con molto favore da questo target, se i costruttori di politiche del controllo sociale le proponessero nelle loro strategie di difesa sociale.

Non intendo dare spazio ad equivoci e dichiaro subito che nessuno di questi anziani ha mai ipotizzato delle ronde di cittadini che proteggono con la forza i propri territori. Mi riferisco, invece, alle risposte di incremento di socialità che spontaneamente questi anziani hanno introdotto per difendersi.

Questa prospettiva di sviluppo di comunità potrebbe concretamente sostenere gli anziani nel contrastare i pericoli di vittimizzazione. Questa forma sociale di ricerca della protezione personale nasce da loro e si colloca all’interno delle loro consuetudini culturali, per queste ragioni occorre fare incontrare tra di loro questi anziani, metterli in comunicazione con i vicini di casa che possono proteggerli nei momenti di bisogno e concordare assieme delle linee di tutela della sicurezza reciproca, sia personale che delle proprie abitazioni. E’ importante creare dei sensori, dei testimoni privilegiati, che stringano delle alleanze e costruiscano dei canali di comunicazione con i tecnici della sicurezza pubblica.

Solo con questa prospettiva di sviluppo della sicurezza, con una “partnership preventiva” tra cittadini ed istituzioni, queste ultime creeranno legami più stretti con i propri concittadini e riusciranno a censire con successo i crimini presenti nei loro territori. Gli stessi sensori saranno fondamentali ed attivi nell’individuare precocemente tutti i bisogni di assistenza delle fasce deboli residenti nei territori.

Le attività di implementazione di rete che rappresentano forme di “prevenzione situazionale” e si concretizzano in una tutela di vicinato, hanno riscosso successo negli Stati Uniti ed in Canada, in Inghilterra ed in Olanda, nello sviluppo delle relazioni di comunità e nel decentramento dallo Stato ai cittadini delle funzioni di controllo sociale, hanno conseguito parziali risultati nella prevenzione dei reati, hanno inciso concretamente sulla percezione della paura del crimine e sono conosciute con il termine di “neighbourhood watch”.

Le finalità del modello metodologico sono rappresentate:

– dal contrasto efficace delle condizioni di rischio di vittimizzazione;

– dal sostegno delle persone più vulnerabili e bisognose di assistenza sociale;

– dall’accompagnare gli anziani in una rete di relazioni di vicinato che costruisca e rafforzi le condotte di controllo reciproco;

– dal fargli percepire la vicinanza e la solidarietà della rete di pari;

– dal far stemperare i sentimenti di insicurezza nel piacere della relazione;

– dal rimuovere le interpretazioni negative che favoriscono l’insorgere del disagio e della paura nella convivenza sociale quotidiana;

– dal creare nuovi attenti sensori di condotte criminose che possono porsi in immediato contatto con le forze di polizia giudiziaria e con le amministrazioni pubbliche del territorio.

Le uscite diurne nei propri territori in gruppo, il farsi accompagnare per gli acquisti importanti o per il ritiro di contanti, caratterizza questo campione di anziani. Paradossalmente la paura del crimine incrementa le relazioni quotidiane e sviluppa una rete di comunità. Paradossalmente il mantenimento di una rete motivata di comunità che si organizza per proteggersi è un prodotto della paura incombente.

Quanto è ancora attuale il pensiero di Durkheim sulla “funzione positiva del delitto[8] che nel lontano 1895 ipotizzava che, attraverso lo scandalo della lesione alla moralità comune e la mobilitazione degli stati emotivi della coscienza collettiva, persone prima sconosciute erano costrette ad incontrarsi tra di loro nello stesso territorio di vita per difendersi da concrete lesioni di diritti soggettivi, in un clima emotivo che rendeva evidenti le affinità di pensiero e la vicinanza culturale, e creava dei sentimenti di solidarietà e di affinità tra le persone, ed alla fine del processo relazionale nascevano delle proposte di governo del delitto e dei suoi esecutori. I confini simbolici di un gruppo sociale, la morale, l’etica di riferimento, nascono e si costruiscono grazie alla reazione sociale.

La social reaction crea sentimenti, comportamenti ed effetti spontanei che dilagano nella vita quotidiana e le istanze riparatrici che il gruppo sociale proporrà non possono non tenere conto delle esigenze e dei dispositivi di controllo maturati nell’esperienza dei propri membri.

Operando queste riflessioni è ovvio che qualcuno potrebbe accusarci di concentrarci troppo sulle conseguenze, trascurando le storie personali ed i contesti degli autori dei reati. Per fortuna, io credo, in questo momento storico si è attivata una sensibilità sociale e politica che ci permette di riflettere su istanze riparatrici che si orientano su un doppio binario: la tutela delle vittime, che stiamo affrontando in questo contesto, ed il sostegno al cambiamento degli autori dei reati.

Questa indagine, assieme alle ricerche italiane ed estere sulla vittimizzazione, scopre la ricchezza delle politiche del controllo sociale ed afferma l’esistenza di dispositivi di protezione e metodologie di contrasto del crimine che operano al di fuori delle logiche del settore pubblico in forma spontanea e totalmente autonoma dalle sue scelte di governo. Inevitabile la scelta degli Stati sovrani di intervenire per indirizzare, consigliare e potenziare
queste risorse sociali, ma non statuali, per finalità preventive coordinate ed utili alla riduzione del crimine. L’impossibilità di tutelare tutti i territori degli stati, l’insufficienza delle risorse pubbliche nel contrasto della criminalità, hanno reso queste forme spontanee di autotutela delle popolazioni una sintomo di ricchezza che non si poteva ignorare. La maggior parte delle innovazioni politiche in tema di sicurezza di questi anni, che si affacciano nel terzo millennio, seguono questa direttiva.

Si afferma un coerente paradigma sociologico: la comunità, che con le sue potenzialità e le sue storture crea la devianza ed il crimine, contiene tutti gli elementi risolutivi per intervenire con soluzioni riparatrici, si ritorna alla comunità come panacea, laddove il carcere ed il sistema penale non riescono a modificare le condotte dei singoli e a controllare il fenomeno del crimine. Si apre una stagione di “responsabilizzazione” delle vittime e delle potenziali vittime, dei cittadini tutti, impegnati assieme a creare strategie di contrasto ed individuazione dei comportamenti reato. Si è promosso il coinvolgimento attivo della comunità in una “strategia di responsabilizzazione” alla tutela collettiva della sicurezza sociale, per creare disincentivi al reato, per distribuire i costi ed anche i rischi, tutelando i beni e le persone da proteggere. Coordinare le pratiche ed il sapere organizzativo delle agenzie statuali con i costumi di autotutela della comunità e dei singoli privati, è diventato il passo successivo. Ci siamo concentrati su come coniugare pratiche di controllo informale con quelle formali dei corpi di polizia giudiziaria. Il risultato sperato deve operare un controllo diffuso più efficace del crimine e dei suoi esecutori.

Proprio questo nuovo modo di governare la sicurezza “a distanza”, da parte dello stato, rappresenta la proficua ed incredibile novità di questi anni recenti.

Descrivendo il processo in corso con Garland, l’autore che meglio ha spiegato l’evoluzione di questa prospettiva politica del controllo sociale, stiamo procedendo in un periodo storico ed in una produzione culturale che costruisce una “criminologia dell’offerta”, che “decentra i rischi, ridistribuisce i costi e crea disincentivi ai reati” ed un controllo situazionale. “Essa mette in campo un insieme di riforme più immediate, dirette non tanto a trasformare le persone (gli autori del reato), quanto a ridisegnare gli oggetti e a riconfigurare le situazioni[9] che favoriscono le condotte illegali.

Questa nuova prospettiva del controllo sociale si prefigge di sostenere le possibili vittime aiutandole a proporre dei comportamenti di protezione efficaci, in particolare aiutando le fasce deboli della popolazione. La funzione del controllo del crimine viene delegata alla responsabilità ed al controllo attivo di gruppi di residenti, di associazioni del volontariato, di esperti privati e a tecnologie gestite dal mercato privato.

Le potenziali vittime si impossessano di un protagonismo prima sconosciuto e gli interventi di empowerment (di rafforzamento delle abilità individuali), finalizzati alla tutela della propria sicurezza, soprattutto per le categorie di cittadini esposti a situazioni rischiose, disegnano una nuova prospettiva di governo e di riduzione della criminalità.

*Sociologo e criminologo clinico, Università degli Studi di Milano Bicocca


[1]              E. Rossi, Paure e bisogni di sicurezza degli anziani, Pearson Paravia Bruno Mondadori S.p.A., PD 2009.

[2]              D. Blith, P. Reinolds, Occurrence, reaction to, and perception of victimizations in an urban settino: analysis of a survey in the twin cities region, Unpublished monografy, University of Minnesota, 1976. R. L. Shetland, “Fear of crime in residential communities”, Criminology, 17, 34, 1976, citati in T. Bandini, U. Gatti, M. I. Marugo, A. Verde, Criminologia, Giuffrè, Milano 1991, pag. 637.

[3]              M. P. Lawton, S. Yaffe, “Victimization and fear of crime in elderly public housing tenants”, Journal of Gerontology, 35, 768, 1980. Citato in T. Bandini, U. Gatti, M. I. Marugo, A. Verde, op. cit., pag. 636.

[4]              E’ il teorema di Thomas in W.I. Thomas and F. Znaniecki, The polish peasant in Europe and America, The University of Chicago Press, Chicago 1918-20.

[5]              J. E. Conklin, “Dimensions of comunity response to the crime problem”, Social Problems, 28, 373, 1971.

[6]              M. Warr, “Fear of rape among urban women”, Socials Problems, 32, 238, 1985.

[7]           J. Mc Intyre, “Public attitudes, toward crime and law enforcement”, Annals of the American Academy of political and Social Science, 374, 34, 1967; J. Garofalo, “Victimization and fear of crime”, Journal of Research in Crime and delinquency, 16,80, 1979.

[8]              E. Durkheim, Les règles de la methode siciologique, F. Alcan, Paris 1895.

[9]              D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, Milano 2004, pag. 230.

Author