Identità e immigrazione

Pareri ed esperienze intorno al bambino straniero che ha già ‘passato il confine’.

Intervista a Lia Chinosi*

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Maria Piacente: Come vede l’accoglienza del bambino straniero in Italia dal punto di vista della sua professione?

Lia Chinosi: Normalmente si ritiene che un bambino (anche europeo) raggiunga molto tardi la possibilità di presentarsi come identità autonoma: io lavoro normalmente, ed ho svolto una ricerca finanziata dalla Regione Veneto, con bambini molto piccoli, nei confronti dei quali è molto difficile “separare” la condizione della madre da quella del figlio, fino almeno ai tre anni di vita. L’accoglienza di cui normalmente si parla riguarda invece, più correttamente, il bambino straniero che ha effettuato un formale ingresso nei sistemi educativi esterni alla famiglia, dalla scuola materna in poi: in questo settore la mia conoscenza non è legata né ad una pratica operativa diretta né ad una particolare riflessione scientifica. Posso invece dare un apporto specifico sulla difficoltà del sistema sanitario e socio assistenziale italiano nell’affrontare una accoglienza adeguata alle mamme straniere che hanno bambini molto piccoli. La solitudine, la difficoltà nella comunicazione verbale, la fatica di dare un senso culturalmente condiviso all’esperienza della gravidanza prima e della crescita del bambino poi, la forte competenza nella lettura dei messaggi infantili che si scontra quotidianamente con la delega – tutta occidentale – al sapere medico che ha invaso il quotidiano, accompagnate dalla possibilità di sentirsi per la prima volta totalmente responsabili della educazione del proprio bambino, senza madri né suocere né sorelle maggiori che se ne possano appropriare di diritto, condividendo tale terreno con il padre del bambino o trovandosi in assoluta solitudine, avendo rotto i ponti con il paese d’origine: tutto questo forma il mix che accompagna la crescita della “Prima Infanzia” straniera nel paese ospitante. L’accoglienza di questa diversità non viene in Italia quasi mai organizzata, attraverso consultori per mamme e bambini stranieri, viene invece lasciata implicitamente alla solidarietà del gruppo di connazionali od alle organizzazioni di volontariato, senza cogliere le differenze nella capacità delle varie etnie di riorganizzare sul nostro territorio un percorso verso nuove identità: le mamme albanesi da me incontrate non desiderano altro, per se stesse e per i loro figli, che di “sembrare italiane”, pagando con la solitudine la mancanza di desiderio aggregativo con le proprie simili, mentre le mamme tunisine, ad esempio, si difendono dalla mancata armonia di un mondo non organizzato secondo i tempi ed i ritmi islamici della vita, ricreando un sistema di contatti solo interni alla propria etnia e solo al femminile, che le riconfermi nella loro identità femminile – il problema del velo islamico per sé e per le proprie figlie – e in una coerente funzione materna. Il prezzo che l’universo infantile immigrato paga per tale tipologia di non accoglienza, si evidenzia nel percorso di adattamento attivo verso una nuova identità, lasciato alla capacità del gruppo familiare di mediare tra vecchio e nuovo territorio, tra cultura d’origine e quella d’impatto. L’implicito pensiero “politico” che troviamo all’origine della non accoglienza si ricollega all’immagine di una migrazione predatoria, che non è portatrice di stanzialità, e quindi di un interesse alla reciproca conoscenza ed adattamento verso una società multiculturale dalla quale occorre difendersi e disfarsi il più presto possibile: i bambini, in tale disegno, non sono previsti e diventano un ulteriore impiccio.

M.P.: E’ opinione corrente che nel passaggio da una cultura del conflitto ad una caratterizzata dalla negoziazione, un ruolo importante possa averlo la sensibilità femminile, tanto più se riferita alla trasformazione della nostra società in senso multiculturale. Cosa ne pensa?

L.C.: Ritengo che la sensibilità femminile operante sia nella comunità d’accoglienza che in quella migrante sia molto influenzata dalla immagine e dalla realtà contestuale del progetto migratorio. Di fronte ad un progetto migratorio ritenuto provvisorio, le energie della madre saranno indirizzate alla protezione e perpetuazione della
cultura fondante l’identità del gruppo familiare: le donne cinesi che lavorano come salariate, rimandano volentieri in Cina fino ai sei anni, presso i propri genitori, il bambino nato in Italia, poiché ritengono prioritario un percorso educativo che non lo sradichi troppo dalla struttura familiare che resta e resterà costante punto di riferimento. Se l’iniziale lavoro come salariata si trasforma in quello di imprenditrice (ristoranti, negozi…) il loro progetto migratorio cambia radicalmente, diventano maggiormente duttili verso il permanere di se stesse e del proprio figlio nel paese ospitante ed allora desiderano che l’intero gruppo familiare inizi l’apprendimento della lingua e dei costumi italiani, diventando le dirette gestrici della mediazione tra culture. Di fronte ad un progetto migratorio senza ritorno, sia per impossibilità (vedi le popolazioni curde) sia per precisa scelta (come le famiglie albanesi), il ruolo materno si trasforma radicalmente: da tutrice della memoria e del ricordo dei legami e delle tradizioni lontane, le madri si trasformano in agevolatrici dell’integrazione, poiché diventa loro principale interesse fare da ponte con la comunità ospitante.

M. P.: Nella sua quotidianità ha avuto modo di interrogarsi su aspetti contradditori o comunque di difficile valutazione relativi alla integrazione possibile dello straniero in Italia?

L.C.: Tra i tanti e legittimi dubbi quotidiani sulle modalità integrative e di possibile confronto e convivenza tra la nostra e l’altrui cultura, la mia prassi professionale nel settore della Prima Infanzia ne ha evidenziati in particolare due: il problema dell’attaccamento nella relazione mamma/bambino, tematica di grande attualità che colora l’operatività di molti servizi dell’area materno infantile viene affrontata da alcune popolazioni straniere con modalità molto differenti dalla nostra, laddove la condizione socio economica è talmente ai limiti della sopravvivenza da rendere normale la circolazione del bambino tra sistema familiare allargato e strutture di assistenza. La valutazione, ad esempio, della presenza di una funzione genitoriale adeguata in mamme provenienti da paesi dell’est-europeo, dove la permanenza per lunghi anni in Istituti di assistenza può significare la possibilità di vita per il proprio figlio, si confronta molte volte con la difficoltà degli operatori italiani nel comprendere se l’abbandono di tali bambini anche nei nostri istituti assistenziali sia la diretta conseguenza di una modalità tollerata in patria, oppure un comportamento legato ad una seria incapacità di farsene carico, in un contesto che le vede portatrici di un progetto di permanenza migratoria solo economico, dove la presenza ed il legame con un figlio diventa ostacolo al compito familiare per il quale l’arrivo in Italia è stato programmato. Così come, per certe popolazioni centro e nord africane, organizzate ancora con una famiglia allargata, l’affido di un figlio ad un settore del sistema familiare non significa perdita del bambino, al quale viene costantemente ricordata l’appartenenza primaria ed indiscutibile ai genitori naturali. Il confronto con tali aspetti contradditori della genitorialità straniera ha fatto emergere il vuoto di conoscenza sulle modalità della cura dell’infanzia in alcune delle popolazioni immigrate nel territorio del Veneto. Ne è nata una ricerca, condotta da me e da una mia collaboratrice psicologa, la dott. Nives Martini, finanziata dalla Regione Veneto, pubblicata dalla casa editrice Franco Angeli di Milano, dal titolo “Sguardi di mamme – Manuale di puericultura multietnico”.

* Lia Chinosi – Psicologa e Psicoterapeuta

Responsabile Area Materno Infantile Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà” di Venezia e componente Unità operativa di Coordinamento per la Salute dell’Immigrato della Regione Veneto.

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