Il bambino ir-reale

La difficoltà  di crescere in contesti di vita sempre più¹ complessa

Da parte di molti educatori si sente sempre più frequentemente affermare che ci troviamo di fronte ad un’emergenza educativa dai confini inediti. Senza accedere a visioni apocalittiche cui pure molti dei fenomeni sociali che stiamo attraversando ci farebbero indulgere, non possiamo non essere sedotti dagli argomenti a sostegno dell’ideologia della crisi. Tutta la cultura occidentale moderna si è fondata, su una credenza fondamentale: il futuro era promesso come una specie di redenzione laica, di messianismo ateo. Ma questa promessa non è stata mantenuta.

Nella nostra società come in tutte le altre, l’educazione, la trasmissione dei valori e dei principi che assicurano la continuità di una cultura si basano sulla riproduzione e sulla trasmissione dei suoi valori fondanti. Come è possibile pertanto educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura che spesso sembra aver perso i propri fondamenti, che ha trasformato il futuro-promessa nel futuro-minaccia? Sembra che, oggi, per i giovani la minaccia del futuro si sia sostituita all’invito ad entrare nella società, a condividere, a conoscere e ad appropriarsi dei beni della cultura. Sembra questo, il tempo delle passioni tristi. Una sorta di sfiducia educativa attraversa gli insegnanti, gli operatori per eccellenza di quello snodo fondamentale nella vita dei bambini e degli adolescenti che la scuola rappresenta. Essi percepiscono dalla loro postazione professionale un significativo e profondo mutamento rispetto agli anni precedenti. Le nuove generazioni, quelle della tv e del computer, appaiono più fragili sul piano cognitivo; fanno più fatica ad apprendere e manifestano, per dirla con la lingua della scuola, profonde “carenze di base”. Esprimono, inoltre, un’insofferenza diffusa a rispettare le più semplici regole della convivenza scolastica.

Il disagio non sembra coinvolgere solo i docenti: sempre più frequentemente la relazione con l’adulto di riferimento viene percepita come simmetrica, nel senso che non esiste più una differenza, un’asimmetria in grado di instaurare
automaticamente un’autorità, di costituire un senso propizio alla relazione educativa. Sempre più spesso, infatti, vediamo genitori in “affanno” anche per bambini molto piccoli, che vengono descritti come tirannici o indomabili. In realtà la difficoltà dei genitori ad assumere una posizione di autorità rassicurante, ma “contenitiva”, lascia il bambino solo di fronte all’ansia ed il rapporto tra genitori e figli diventa un rapporto teso, si trasforma in uno psicodramma. Se all’ansia del presente aggiungiamo poi l’inquietudine per l’avvenire…

Di questa difficoltà diffusa ed enfatizzata sui media da opinion makers di ogni tendenza politica, il CGD era ben consapevole quando, insieme agli amici di Pedagogika.it, ha cominciato a riflettere sui temi che avrebbero connotato il XVI Incontro di Castiglioncello. Il bambino, oggetto della nostra passione “ermeneutica” ci appariva sempre più dai contorni incerti, ir-reale appunto, mentre su di lui tendevamo a proiettare la nostra insicurezza educativa. Abbiamo assunto la cifra della complessità sia pure con le cautele necessarie. Su questo termine pesa, infatti, un abuso linguistico degli ultimi anni che spesso corrisponde alla nostra stanchezza o impotenza educativa: una sorta di coperta di Linus per adulti spesso ripiegati su se stessi.

Vogliamo assumere la complessità per declinarla nella tre giorni di Castiglioncello, per (ri)trovare insieme dei punti fermi nel nostro quotidiano di educatori che sappiano con serenità assumersi rischi ed incertezze.

I nostri bambini e i nostri ragazzi crescono in contesti di vita ad alto grado di complessità, nei quali cioè scelte e progetti educativi sono segnati da irriducibile incertezza per la presenza di fattori e dinamiche eterogenei e contraddittori, in relazione a parametri quali la scarsità o l’abbondanza delle risorse educative, il panorama dei nuovi modelli familiari e delle culture educative di riferimento, la pluralità dei linguaggi e delle culture, la dinamica tra l’orizzonte globale delle opportunità e degli interessi e l’ancoraggio a dimensioni e contesti locali, la crescente disarmonia tra la durata maggiore dei processi formativi ed educativi e i ritmi sempre più rapidi delle trasformazioni sociali e tecnologiche.

Ci appassiona anche molto ragionare sulle nuove forme della democrazia moderna. Sicuri come siamo che l’unica accumulazione di capitale che ci convince appieno è quella del capitale umano come fattore cruciale per le politiche economiche e sociali di un paese moderno: non conta solo la scolarità acquisita in un paese, ma anche la sua distribuzione all’interno della popolazione. Come lavorare, come progettare perché la disuguaglianza delle opportunità si trasformi in uguaglianza degli esiti formativi?

La maggiore complessità dei contesti di vita si proietta anche nelle forme e nei processi di conoscenza attraverso i quali decifriamo e interpretiamo la realtà dell’infanzia, costruendo mappe dei bisogni, dei desideri, delle capacità dei bambini che finiscono per semplificare gli elementi di complessità presenti nei reali contesti di vita.

Il Bambino ir-reale è pertanto la rappresentazione illusoria e sfuggente che necessariamente costruiamo per orientarci nel labirinto delle complessità che segnano l’attuale condizione dell’infanzia e sulla cui base decifriamo i bisogni dei bambini, definiamo le scelte educative, progettiamo percorsi di formazione e di apprendimento, affianchiamo le generazioni più giovani nella costruzione delle forme di identità.

Di tutto questo, insieme al Laboratorio della Complessità Ichnos dell’Università di Pisa che opera col Comune di Rosignano Marittimo, ai tanti studiosi, agli educatori che hanno condiviso il nostro percorso parleremo insieme il 567 maggio al Castello Pasquini. Con un desiderio in più: quello di contribuire a sconfiggere quell’individualismo che sembra la caratteristica dominante dei nostri anni. E’ l’individualismo assunto come paradigma della modernità cui ci siamo un po’ tutti subalternamente piegati; la crisi dei luoghi di riproduzione sociale, delle identità collettive, della politica come passione civile, hanno fatto il resto. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al passaggio da una società delle regole condivise a una società dei rischi individualizzati, da una società della continuità e della stabilità a una società del mutamento discontinuo. Siamo tutti più soli. E alla nostra solitudine di cittadini, di genitori e di educatori si oppone sempre più la propaganda di un’idea di famiglia tutta teorica, mutuata da un cattolicesimo di maniera, incurante della storia e della realtà che tutti i giorni attraversiamo.

Vogliamo perciò, insieme, “ripensare ai luoghi” in cui progettare e praticare cittadinanza e solidarietà: la strada, la città, la scuola, le istituzioni in genere.

Un particolare contributo ci aspettiamo, a proposito della diversificazione di tali luoghi, dagli amici di Pedagogika.it che, nell’ambito del programma del Convegno, nella serata di Sabato 6 Maggio, discuteranno del variegato mondo dell’extrascuola con noi e con  tutti quelli che di questo mondo sono, a diverso titolo, preziosi protagonisti.

Arrivederci a Castiglioncello!