Il Bandito Valerio. Educatori del tempo

La motivazione alla lettura come valore intrinseco del testo

Premesse di conflitto

Leggere le “Introduzioni” alle prose narrative è, il più delle volte, e soprattutto per lo studente, un esercizio noioso. Esse, infatti, sono spesso cariche di riferimenti storici e storiografici di inquadramento del testo e dell’autore, di chiavi di lettura, di analisi stilistiche e contenutistiche. D’altra parte, va pur detto, qualsiasi lettore di una narrazione desidera confrontarsi direttamente con il testo, conoscere la storia che esso narra: per questo decide di leggerlo. E salta in blocco, talvolta, le pagine introduttive. Salvo, ovviamente, obblighi didattici.

Esiste poi una tipologia di lettore-studente, dall’“intelligenza relazionale”, capace di una formidabile intuitività: egli si butta a capofitto sull’introduzione, la legge in maniera puntuale, ne sussume gli aspetti funzionali all’apprendimento, e salta in blocco il testo. Al fondo di quest’ultimo, forse, troverà una “Conclusione” che gli fornirà la sintesi concettuale e di contenuto dalla quale evincere il “succo del discorso”. Nella più felice delle ipotesi, quando il testo gli sembra particolarmente interessante, lo sfoglia rapidamente, fissando il suo sguardo qua e là, dove le pagine gli sembrano – per caso o per arguzia – più indicative. Letta qualche riga, il gioco è fatto: siamo in grado persino di buttare lì qualche citazione. La sua intelligenza, quando ciò accade, mette in relazione le diverse valenze di ciò che ha letto, separa ciò che serve da ciò che interessa, e produce un’idea, un giudizio (magari destinato a restare taciuto).

Questa forma d’intelligenza creativa è nient’affatto da sottovalutare o, peggio ancora, da criticare: grazie ad essa è possibile ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, e quando le letture sono imposte, o rese faticose e poco interessanti dal contesto argomentativo nel quale sono contemplate, essa le affronta proprio con quello spirito – l’uso dell’intelligenza – che dovrebbe essere considerato quale fondamento dell’azione educativa scolastica. In fondo – ma nemmeno troppo giù – ogni soggetto dà forma a se stesso anche imparando a conoscere e a gestire le proprie capacità intellettuali.

Il problema, semmai, è lo sfondo motivazionale offerto allo studente quando gli si propone una lettura: quello che dipende dai contesti, dai singoli attori posti sulla scena e dalle capacità “recitative” ed ermeneutiche dell’insegnante. Tutto ciò, insomma, che non s’impara nei corsi di aggiornamento e che non c’è scritto sui Programmi, nonostante qualcuno abbia ancora l’ostinata pretesa di “insegnare a motivarsi e a motivare”. Quasi che la relazione educativa – unico plesso semantico attraverso il quale la cultura ha qualche speranza di essere conosciuta e prodotta – possa davvero essere schematizzata su griglie, valutata con test, supportata psicologicamente e, perciò, “appresa”.

La motivazione, probabilmente, ha assai più a che fare con ciò che l’insegnante, nel momento in cui insegna, è già, offre, è disposto a rivedere di sé e dei suoi metodi. Idem, ma con una responsabilità istituzionale assai inferiore, per lo studente.

Con ciò, forse, il nucleo di senso del discorso – ma con molte e faticose semplificazioni – sta altrove. Forse, si trova proprio, paradossalmente, vicino al testo stesso, dentro di esso, nelle ragioni culturali e intellettuali che da esso emergono e si dispiegano nel lettore, che sia egli insegnante o studente non importa.

La domanda sulla forma

La premessa a Banditi di Pietro Chiodi metterebbe in crisi qualunque intelligenza creativa. Si tratta di una breve nota dell’autore – mezza pagina – che stabilisce da subito una relazione diretta con il lettore:

«questo libro non è un romanzo, né una storia romanzata. È un documentario storico, nel senso che personaggi, fatti ed emozioni sono effettivamente stati. L’autore ne assume in proposito la più completa responsabilità»

L’autore, dunque, stabilisce da subito un legame, senza equivoci e senza interpretazioni. Egli parla al suo lettore, confidenzialmente e bruscamente. E continua:

«la presente ristampa si rivolge particolarmente ai giovani, non già per far rivivere nel loro animo gli odi del passato, ma affinché, guardando consapevolmente ad esso, vengano in chiaro senza illusioni del futuro che li attende se per qualunque ragione permetteranno che alcuni valori – come la libertà nei rapporti politici, la giustizia nei rapporti economici e la tolleranza in tutti i rapporti – siano ancora una volta manomessi subdolamente o violentemente da chicchessia»

Non solo, dunque, nessuna indicazione “esterna”, ma, al contrario, un esplicito invito ad entrare nel testo. Non solo nessuna considerazione di merito, ma, piuttosto, la richiesta di un’assunzione di responsabilità da parte del lettore.

Questo, insomma, è un libro che racconta la Storia, e la racconta dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona, e chiede a chi la legge non già semplicemente di conoscerla, ma di saper attribuire senso a ciò che è stato rispetto alla sua relazione con ciò che è. Deciderà il lettore, ma solo dopo aver letto, e, qualunque uso faccia della sua intelligenza relazionale, si tratterà di un esito, suo malgrado, connotato moralmente. E qui le cose si fanno serie…

Infatti, il giudizio sul diario di Chiodi, anche nel caso estremo in cui susciti indifferenza (?), sarà un giudizio nel quale i paradigmi morali soggettivi saranno inesorabilmente chiamati a strutturare (o a destrutturare) la propria responsabilità di “eredi” civili. Mirabilmente Chiodi ammonisce il suo potenziale lettore: questi è “alla pari” con l’autore esattamente dal punto di vista della responsabilità che gli ha oggi, e la “conoscenza dei fatti” è dichiaratamente strumentale ad essa. In altre parole, come direbbe Gargani, la cultura serve a produrne di nuova, ed essa non può essere mai – se è davvero cultura – separata né dal contesto storico di senso, né dalla responsabilità civile. Senza di esse, dunque, è possibile soltanto una riproduzione atona ed insensata (deformante) delle intenzioni altrui.

Il percorso imposto dalla scrittura diaristica in questione è, per l’appunto, storico: la cronologia ripercorre gli anni dal 1939 al 1945, in Italia. Le tappe della guerra sono scandite dalle vicende soggettive e dei gruppi: la Storia viene semantizzata attraverso di esse, secondo un agone incessante che esclude l’azione univoca della Storia sulle vite, ma che pone, al contrario, le vite all’opera su una Storia da cambiare.

Se, infatti, la Storia, marciando inesorabilmente sopra le nostre teste, circoscrive, in qualche modo, gli spazi di riflessione e di azione, essa lo fa in nome e per conto di persone e vicende che l’hanno costituita per come essa è. In altre parole – e questa sembra essere la radice del testo – la Storia è astratta e lontana tanto quanto non la si fa.

Dal Piemonte (Bra, Torino, Alba, Cuneo) a Bolzano, l’anagrafe geografica del diario è strumentale all’azione: i luoghi sono indifferenti, se non per le persone che li abitano e per le conformazioni territoriali che determinano le forme dell’azione.

Eppure in Piemonte Chiodi è vissuto, ha partecipato alla Resistenza, è stato arrestato. Un lungo viaggio lo porta a Trento, a Bolzano, a Vörgel, e poi, indietro, a Innsbruck, nel Lager. Da Innsbruck, a Bolzano a Torino. I luoghi sono spazi che lo separano da casa, dalla lotta, dalla vita.

Questo quanto c’è nel diario, in questa lunga confidenza con un lettore sconosciuto, che renderebbe inutile, retrospettivamente, ciò che in esso si racconta se la sua storia non si disponesse a diventare “vicenda collettiva del dopo”. Lontano da ogni
retorica, più o meno strumentale o subdola, più o meno nostalgica o inattuale, della Resistenza, Banditi restituisce all’Italiano di oggi la materia viva della propria coscienza civile, politica, economica e persino umana, singolare e collettiva.

In questo diario privo di pause è raccontata la storia di un professore di Liceo (Chiodi insegnò ad Alba, al Liceo Govone, a partire dal 1939) che fa la Resistenza, dei suoi allievi che la scelgono a prescindere da lui (fra i suoi allievi partigiani c’era, com’è noto, Beppe Fenoglio, e molti altri sono ricordati in Banditi), dei suoi colleghi (nello stesso Liceo insegnava Leonardo Cocito, protagonista della Resistenza nelle Langhe), di quelli fuggiti, di quelli partigiani e, fra questi, di quelli arrestati, di quelli uccisi, delle sorelle e dei fratelli, dei padri e delle madri.

Chiodi dopo ritornerà ad Heidegger ed alla filosofia, sarà il maggior traduttore e curatore italiano dell’opera del filosofo tedesco, sarà il collega di Luigi Pareyson, di Nicola Abbagnano, di Augusto Guzzo, di Norberto Bobbio. Sarà anche il Professore di Riccardo Massa all’Università. Tutto ciò dopo, perché allora, nel 1945, era il “bandito” Valerio.

La sua vicenda esistenziale, con ciò, non si fa racconto storico, ma, appunto, “documento”. Chiede di essere salvato e custodito. Certo, chiede anche di non essere dimenticato, ma ciò non tanto per non rendere inutile il sacrificio di quegli uomini, ma piuttosto per farvi spazio, riflessivo e interiore, nella nostra esistenza.

Ogni diario che la letteratura di ogni tempo ha prodotto chiede di essere custodito come un dono importante, ma quello di Chiodi chiede anche di più. Esso, infatti, chiede la responsabilità educativa di sapersi nel mondo alle prese con la Storia, e di essere franchi, autentici e coraggiosi rispetto a questo.

Le vite fanno la Storia

Certo, tutto comincia da un evento:

«8 settembre [1943]. Alle sette di sera giungo a casa da una passeggiata in campagna e trovo tutto l’albergo in subbuglio. Badoglio ha annunciato la pace ed ordinato di reagire ad eventuali attacchi dei tedeschi. Questi non si sognano neppure di attaccare. In una stanza dell’albergo vanno e vengono ufficiali e portaordini, come se nulla fosse. Mi stupisce l’indifferenza con cui alcuni ufficiali italiani vanno a coricarsi alla sera.» (p. 15)

Ogni evento, tuttavia, è tale per le vite che esso coinvolge, ed a cui, con ciò, chiede d’intervenire. Le vite vicine a Chiodi sono molto diverse tra loro: il collega Cocito

« 23 gennaio [1943]. Cocito è rientrato dalla Croazia. Passa il tempo leggendo molto. Mi confida di aver aderito al partito comunista. Gli faccio qualche osservazione, ma è irremovibile. Ad un tratto mi guarda stranamente dicendomi: – Sai che a Mostar professori e allievi del Liceo sono tutti in montagna a fare i partigiani. Anche le ragazze ci sono andate. Quello è un Liceo dove mi piacerebbe insegnare.» (13);

il comandante partigiano

«26 aprile (1944) […] Stamane sono andato al Comando. […] Mi ha ricevuto Marco, il comandante. È un giovane alto, biondo, pieno di coraggio e di iniziativa. Ci parliamo a lungo. Diventiamo subito amici e ci diamo del tu. […] Marco mi incarica di tenerlo informato di quanto succede ad Alba. Restiamo intesi che farò per lui il collegamento con le formazioni garibaldine di Barolo.» (P. 22);

Pareyson e il Partito d’Azione

«13 giugno (1944) È venuto a trovarmi Pareyson. È sospeso dal grado e dall’insegnamento per motivi politici. Mi dice che a Cuneo i professori sono quasi tutti fuggiti. Ferrero è in prigione da tempo. Pareyson ha un posto di primo piano nell’organizzazione del Partito d’Azione. Sono fondamentalmente d’accorso con lui.» (p. 24);

gli allievi

«5 agosto [1944]. Oggi ho avuto una terribile notizia. Danilo è caduto in combattimento. Non posso credere che i suoi grandi occhi pieni di vita siano spenti per sempre! Lo rivedo nel suo banco al Liceo, col mitra a Sommariva Perno. Ed ora chissà dove sarà sepolto» (p. 31).

Il 18 agosto dello stesso anno Chiodi ed alcuni amici combattenti (Marco, Lino, Elio, Cocito) vengono arrestati, incarcerati, interrogati, e poi divisi. Chiodi viene trasferito alle Carceri Nuove di Torino, e da lì caricato su un treno diretto in Germania. Sul treno «nessuno ha la minima idea del destino che ci attende» (p. 77). Arrivano a Trento, proseguono per Vörgel, tornano a Innsbruck, dove vengono internati in un Lager colmo d’italiani. Gli ultimi giorni del settembre 1944 Chiodi, gravemente provato da un’infermità alle gambe, dai lavori forzati e dalla fame, ma incredibilmente lucido, riesce ad ottenere dal Lagerführer un lavoro più leggero. Con la complicità del medico, ottiene un visto per il rientro in Italia. La fuga comincia: tra permessi strappati e pericoli scampati, dopo un viaggio folle dal “Lager-Bolzano”, aggrappato sotto al treno fino a Bergamo per scansare i controlli della Gestapo, Chiodi arriva a Milano, poi a Torino, a Carmagnola, e, finalmente, a piedi, a casa. Il tempo di riaversi, e di dissotterrare lo sten, e la lotta per la liberazione riprende.

Non c’è spazio, si capisce, per i sotterfugi: una sola dev’essere l’idea chiara, a cui, semmai, riservare lo spazio di una domanda strategica. Le esistenze che abitano Banditi sono, in fondo, tutte segnate da questa fermezza. Essa è radicata e profonda, affonda le conseguenze degli eventi fin dentro le esistenze, e quando una di esse perisce, è perché viene compiuto un attentato alla morale e alla sua dignità. La Storia, insomma, sembra chiedere la vittoria degli uni sugli altri. A vincere, invece, si sa, è sempre – anche in tempo di pace – l’ambiguità costitutiva dell’uomo.

Se, infatti, la Storia è fatta sempre dagli uomini, essi sono tuttavia preda di quella contraddittorietà originaria che li accompagna dalla nascita, quella traccia infelice che, da Vico a Paci, chiede sempre la fatica del riscatto. Con ciò, è precisamente questa fatica a fare la Storia, sia essa manifesta nella volontà di potenza di alcuni, o nell’andirivieni di eventi apparentemente casuali. Non c’è sosta per l’uomo, né adeguamento davvero realizzabile: c’è invece lo scacco pedagogico di un’esistenza cui attribuire senso.

L’idea pedagogica

Ogni fatto, ogni persona, ogni azione ed ogni luogo sono, in questo diario asciutto e grave, un segno di presenza. La violenza delle azioni, i morti, i rastrellamenti, le fughe, tutte le recrudescenze, insomma, delle vicende narrate non fungono da “corollario” alla Storia, ma si fanno esse stesse il centro della scena.

Schivando le polemiche ideologiche sulla Resistenza – quelle che oggi conosciamo così bene, perché ci chiedono di schierarci, magari seduti davanti al televisore, fornendo attributi morali alle morti (quelle “giuste” o quelle “ingiuste”), oppure ci chiedono di mortificare la Storia costringendola alla sequenza dei fatti – Chiodi ha inteso offrire una testimonianza formativa.

Lo ha fatto non celando la propria appartenenza politica – non avrebbe davvero potuto – ma restituendo al lettore le ragioni morali, ideologiche, civili e, sia pure, anche quelle sentimentali della propria scelta. Lo squarcio che si apre è quello di un’esistenza che, costretta dalla barbarie della Storia, accetta la sfida di una lotta. Una lotta che non è soltanto quella storicamente situata e concretamente combattuta, ma che è, più profondamente, la lotta di ogni esistenza con il proprio tempo, con la decidibilità di sé, e con le implicazioni che ciò ha rispetto alla responsabilità sull’altro.

Non di necessità si è trattato in questo caso, né di suggestione eroica, ma di attribuzione di senso all’orizzonte della propria vicenda esistenziale alla luce della inamovibilità della Storia. Un orizzonte, certo, che è stato soprattutto politico, ma che ha fatto della propria scelta politica la sintesi estrema della propria forma costitutiva. Dal 1939 al 1945, sembra suggerire Chiodi, la scelta politica – e le modalità di testimonianza della stessa – è stata, per lui e per i suoi compagni, la forza di un’idea. E l’idea è stata fondamentalmente quella di salvare la libertà dal caos, quale unica condizione essenziale all’uomo, riconquistabile, dopo la lotta, nella sua pervasività esistenziale. “Per la libertà”: questo il tesoro da riprendere, per ciascuno e per tutti; questa la ragione di tutto, la spinta per la vita.

Lì,
quindi, nell’agone con la Storia e nelle contraddizioni tremende che lacerano la retorica della relazione con l’altro, proprio lì, si situa la verità pedagogica del diario di Chiodi. Laddove l’altro è, volta a volta, con-preso e condiviso, ma anche lontano e opposto; e dove, nel caos primordiale della barbarie umana, a ciascuno viene chiesto di testimoniare la propria scelta in quanto verità. Non ci sono, qui, “scelte convenienti”, e nemmeno “scelte convincenti”. C’è, invece, l’appello alla coscienza morale, il dovere di essere fino allo stremo ciò che si è, di agire per dipanarsi da quel caos in nome e per conto della propria idea del mondo e degli uomini, portandosi appresso, per ciò stesso, tutta la radicalità delle conseguenze che questo implica rispetto a sé, al mondo e agli uomini.

La testimonianza della presenza di Chiodi, allora, si rivela tutta tesa al di sopra di sé e della Storia e, in questo sforzo inarrestabile di trascendenza, viene posta, forse, l’unica autentica chiave formativa.

Sopra la “trama”, eppure dentro le righe del diario, al di là delle vicende narrate, eppure imprescindibilmente da esse, Banditi costringe alla riflessione critica, all’impegno morale, alla validazione della coscienza intenzionale come luoghi privilegiati dell’educazione dell’uomo. È dunque in questo plesso problematico che la lettura stessa acquista senso e valore, che la conoscenza è davvero “utile” a qualcosa, perché evoca sé, le proprie convinzioni e le proprie esperienza, le proprie idee e la propria capacità critica. E, soprattutto, un nuovo coraggio, diverso, nell’azione e nella Storia, da quello di Chiodi, ma ad esso assolutamente congruo: il coraggio della propria presenza nel mondo e nel tempo.

Spogliata dei dogmatismi valutativi, la conoscenza di ciò che è stato diviene, allora, strumentale ad altro, ad un altro che ci riguarda, oggi e direttamente. Un “altro” che riproduce, sempre e comunque, la contesa tra noi stessi e la nostra esistenza, il valore morale della nostra storia autoformativa.

La conclusione, quella preziosa per l’intelligenza creativa, non c’è. Le ultime pagine del diario sono costituite dal “Promemoria del fatti del 7 settembre 1944”: il rapporto del medico di Carignano sulle esecuzioni di Antonio Cossu, Leonardo Cocito, Liberale De Zardo, Guido Portigliatti, Pietro Mancuso, Giorgio Bruco, Giorgio Porello, Marco Lamberti.

Per questa spaesante lettura è richiesta, all’intelligenza, l’intenzionalità morale e, con essa, la forza relazionale di pensarsi alle prese con la Storia.

*Dottoranda in

Modelli di Formazione,

Università della Calabria

 

Bibliografia essenziale

Costituzione italiana, Einaudi, 1975

Pietro Chiodi, Banditi (1961), Torino, Einaudi, 1975

Piero Bertolini, Educazione e politica, Milano, Raffaello Cortina, 2003

Antonio Erbetta, Piero Bertolini (a cura di), Senso della politica e fatica di pensare, Bologna, Clueb, 2003

Enzo Paci, Ingens sylva. Saggio sulla filosofia di G.B. Vico, Milano, Mondadori, 1949

Author