Il bilinguismo nel sordo

Nell’analisi dei processi psicolinguistici del sordo è bene chiarire, sin dall’inizio, due principi già studiati da Fabro (1996) sulla diffrenziazione tra a) acquisizione della lingua e b) apprendimento della lingua.

Il piccolo sordo non è immerso in quel che Piaget chiama “bagno sonoro”.

Il sordo non acquisisce la lingua verbale sulla modalità dell’udente perchè non è immerso in questa lingua sonoro – verbale né ha quel potente legame ombelicale con la madre, prima stimolatrice, in questa lingua. Il bilinguismo del sordo di nascita è anomalo per i seguenti motivi: è apprenditivo e/o cognitivo e mai imitativo come quello degli udenti. Perchè non si può accedere ad una lingua se non si è immersi nella stessa, riprendendo la classica osservazione di Piaget. Il sordo “apprende cognitivamente” la lingua verbale, non la acquisisce sui processi prima imitativi  e poi cognitivi come nel coetaneo.

Il primo intervento consiste nel  valutare bene, con il conseling psicologico, se i genitori vogliono un bambino bilingue, ovvero un bambino in grado di manifestare le proprie emozioni ed idee prima nella Lingua dei Segni (LdS) poi nella lingua verbale della comunità di maggioranza. Senza volontà di accogliere un bambino bilingue sarà difficile predisporre un programma specifico. Il fallimento del bilinguismo nei bambini sordi dipende dalle contraddizioni e carenze propositive sia da parte de genitori che da parte degli operatori. La fondatrice della logopedia francese, Borel – Maisonny, a questo proposito afferma: “L’ideale sarebbe, senza dubbio, partire da ciò che il bambino vuole esprimere, da ciò che ci racconta, spontaneamente con la mimica e il gesto, non potendo fare diversamente, e questo servirebbe di base alla nostra traduzione orale, ben più difficile”. Focalizzando tutto lo sforzo sul cosidetto recupero alla verbalità priviamo il piccolo sordo dei processi gratificanti di divenire “linguaggio”. Infatti è comprensibile che apprendere codici vocali (i segni sonori) non significa che il soggetto sperimenti gratificazioni d’accesso alla lingua verbale di maggioranza.

Per approfondire i processi psicolinguistici del bambino sordo, e prepararlo all’acquisizione della LdS è opportuno portare l’attenzione su: a) cos’è il linguaggio, b) i centri del inguaggio.

Nell’intervenire sul piccolo sordo, si porta troppa attenzione sulle capacità di “produrre” esclusivamente la lingua sonoro – verbale, a scapito del contenuto del segno in rapporto all’ambiente nel quale interrelaziona.
Avere la capacità di emettere un segno vocale non significa nulla se non sappiamo collocarlo nel momento opportuno e/o non conosciamo a cosa si riferisce, il contenuto di base in relazione all’utilizzazione dialogica. A questo punto ci accorgiamo che la domanda “che cosa è il linguaggio?”, dovrebbe essere preceduta dalla “che cos’è la lingua?”. Rispondere alla seconda domanda per avere esplicite idee sulla prima.

La lingua è la produzione di un segno generato dagli apparati del corpo. Il problema del bambino sordo è che spesso non riesce a connettere il codice verbale al referente. Ascoltare per lui significa vedere. L’handicap del suo farsi parola vocale è da ricercare nell’impossibilità che ha, quella parola, di evolversi linguisticamente in interrelazioni con l’ambiente affichè la mente esprima idee e emozioni.

Il lavoro di demutizzazione (nel senso che il bambino sordo si appropri della LdS, prima lingua di comunicazione) deve procedere in modo corretto attraveso il “bagno segnico”. Inoltre i genitori, in particolare la madre, devono credere nella capacità della LdS di accedere prima a tutte le caratteristiche linguistiche e poi a quelle del liguaggio. Le tappe principali sono: accettazione inconscia del bambino nella modalità linguistica visuomanuale; desiderio e volontà d’imparare nuovi codici  prima del suo bambino; estendere l’apprendimento della LdS in famiglia, nel parentado e tra gli amici adulti e, poi, tra loro figli e tra i coetanei nel corso dello sviluppo.

Bouvet (tr.it. 1986) ha messo bene in evidenza l’accesso del bambino sordo alla parola, il suo diritto alla lingua materna. Le madri possiedono una pedagogia inconscia (Bouvet p. 135), che permette loro di comprendere linguisticamente “il loro piccolo e stabilire una comunicazione nel dialogo preverbale e nella conversazione verbale”.

L’interrogazione di fondo dovrebbe essere: come aiutare il bambino sordo a accedere alla “parola” per sviluppare la prima lingua nell’emssione visuoamanuale? Il primo punto, secondo noi, è impegnarsi con la madre perchè sia decisa ad accogliere la LdS. “Capiscono le madri che, se il bambino è handicappato nell’ascoltare, non lo è nel comunicare in una modalità visiva…” (D. Bouvet, p. 136). La madre non percepisce più un figlio “che non parla” ma solo un “figlio che non ode”. E’ fondamentale che la madre e l’intera famiglia comprenda ciò al fine di sfruttare al massimo le potenzialità psicolinguistiche del bambino. La madre capisce che la LdS è un fatto naturale della conseguenza della sordità. Ma, nella nostra esposizione, di quale madre parliamo?

La madre sorda con il figlio sordo

Esistono madri sorde con figli sordi, la cui sordità per lo più è ereditaria o genetica. La madre sorda, della quale scriviamo, è una madre educata al bilinguismo. Scrive Danielle Bouvet: “le madri sorde introducono il bambino in un dialogo preverbale accomagnato anche da tutta una conversazione verbale. Esse stabiliscono una comunicazione ricorrendo a tutti i canali sensoriali possibili, ovvero il tatto, la vista, l’udito. Molto spesso si scorgono azioni nelle quali il bambino diviene iniziatore di un dialogo preverbale”. (pag.137).

Il bambino è immerso nella LdS che si rivela quale ariete verso l’apprendimento della lingua di maggioranza: “La madre sorda accompagna, questi scambi di comunicazione preverbale, con tutto un bisogno di linguaggio nel quale ricorre alla parola visiva, ma pure alla parola vocale..”(op. cit. pag.137). Le madri sorde devono essere aiutate a scorgere nella LdS una lingua vera e propria, essere preparate con speciali programmi e corsi a vedere le potenzialità di comunicazione nella LdS. Sottoposte come sono al “bombardamento” dei cosidetti “aspetti del linguaggio” finiscono per esserne coinvolte. Le madri dunque vedano nelle mani del loro piccolo la genesi di codici semantici. Il movimento di quelle mani siano comparate al movimento dell’apparato vocale.

Il bilinguismo nel bambino sordo è una costruzione idonea nelle sue interrelazioni socioambientali  e socioscolastiche. Si troverà nella condizione di non essere più in svantaggio linguistico negli ambienti frequentati diventando, molto precocemente, “un soggetto bilingue, che parla due diverse lingue, a seconda dell’ambiente nel quale si trova, ambiente sordo o ambiente udente”. (ibidem) Non è pertanto un caso che la maggior parte degli interpreti di LdS sia figli di genitori sordi educati alla madre lingua segnica.

La madre udente con figlio sordo.

Il bambino sordo è pronto a manifestarsi essere linguistico come il coetaneo udente, che privilegia la lingua verbale, perchè la madre e tutto l’ambiente circostante si attivano perchè le strutture e i meccanismi fonatori si dispongono in modo corretto alle esigenze della produzione di segni vocali. Nel piccolo sordo non viene sempre attivata la comunicazione polisensoriale attraverso un programma idoneo che lo porti alla produzione del segno manuale in modo autonomo. Se questo non avviene il bambino sordo letterelmente si inventa gesti utilitaristi, mimati o mimici, trasparenti, ma aleatori perchè non stabili nel significato (referente), sottoponendo l’interlcutore all’interpretazione del significato.

La maggior parte dei sordi italiani (nati negli anni ‘50) non ha avuto un’educazione linguistica visuomanuale e espressiva. I nostri occhi non sono stati impregnati di segni visivi, di coscienza del valore dei segni visuomanuali nella comunicazione. Molti di noi sordi finivano per “inventarsi” dei gesti che poi, a scuola o nei rapporti interrerazionali, perfezionavamo o comparavamo tramite un ragionamento di comprensione del referente. Ma forse non entravamo realmente in quel che Saussure chiama le parole. Infatti la costruzione della lingua è sì in simbiosi di significati con gli altri, ma deve esserci una autorità che la proponga: e se non è presente lo stimolo dell’ambiente linguistico non si manifesta il processo empatico d’imitazione della nostra lingua.

Il bambino sordo figlio di genitori udenti non è predisposto ad acquisire la LdS per il fatto che i genitori udenti sono impressionati per l’incapacità di parlare del/col loro figlio piuttosto dell’incapacità di ascoltare. Scrive Bouvet “la madre udente non sa parlargli, nella misura in cui vede il bambino nell’incapacità di parlare. (..) la parola della madre (…)  un adattamento a quella del suo piccolo..E quando quest’ultima non è presente essa si trova isolata, privata della parola di fronte al suo bambino sordo” (op. cit. p 125). Qui si infrange la comunicazione tra madre udente e figlio sordo perchè gli impone l’esclusività dell’utilizzazione delle modalità del canale sonoro – vebale, non estendendo lo sviluppo della lingua alla polisensorialità.

La madre udente deve essere preparata a stimolare il piccolo all’acquisizione della LdS, riannodando a se stessa il cordone ombelicale rigenerato sulla percezione visiva. Non deve restare “privata della parola” dinanzi al suo bambino, ma riciclarsi (è difficile!) linguisticamente sui bisogni di suo figlio. Occorre programmare un intervento specifico con l’apporto professionale di formatori sordi prparati a trasmettere alla famiglia e ai servizi oltre la professionalità anche l’esperenzialità del vissuto sordo perchè il piccolo possa essere coerentemente aiutato nello sviluppo linguistico con una dilgente relazione con le figure che lo circondano.

Condivisione linguistica

Famiglia udente e famiglia sorda hanno un diverso approccio linguistico col figlio sordo. La prima, anche se utilizza la Lds, non potrà essere considerata bilingue in senso specifico. La seconda famiglia si. La famglia sorda sperimenta la lingua del piccolo componente. La famiglia udente, invece, la utilizza per non essere tagliata fuori dal mondo relazionale col proprio bambino.

L’aiuto della madre sorda è accentrato sull’articolazione del “segno” perchè sia emesso con armonia; al contrario della madre udente che, anche se accetta la LdS, si preoccupa quasi sempre di articolare bene il fonema. L’una vede nel segno manuale ed espressivo una realtà di cui ha esperienza, l’altra non lo considera a sufficienza utile che possa permettere al figlio di superare l’handicap relazionale.

A scuola, se il sordo è visto nella sua ricca possibilità di comunicazione dai coetanei e dagli insegnanti costoro ne sperimentano felicemente il canale d’emissione della produzione del segno, e, spesso, lo sperimentano come attività ludica. Inoltre il sordo sarà favorito nello sviluppo del patrimonio linguistico se verrà sollecitato a appropriarsi dei codici della LdS quando tutti i compagni coi quali interagisce nella classe lo fanno. Non si reputa più
soggetto diverso linguisticamente che apprende segni per comunicare esclusivamente coi simili, ma si reputa soggetto che ha una vera lingua che potrà utilizzare anche con la maggioranza educata sul verbale.

Programmazione dell’educazione bilingue.

Il principio base d’inzio del lavoro è nel piacere dei genitori di comunicare col figlio. Questa realtà sarà convinzione quando il piccolo è accettato come sordo. Accettare dunque significa prendo su di me la tua esperienza di vita farò il possibile perchè sia la mia vita sia la tua si sviluppino secondo le tue necessità e ti arricchisca accogliendo e interagendo coi simili. Se la lingua dei segni è lingua valida a esprimere idee ed emozioni è allora opportuno che il sordo che la utilizzi abbia le stesse esperienze relazionali del coetaneo udente. È grave ignoranza da parte dei cosidetti esperti dell’educazione del sordo e denigratori delle LdS l’affermazione che il sordo “non conosce i segni” se non quelli convenzionali. Ovvio questo! Se non viene esposto alla LdS, adeguata all’età, segnerà male, finendo per rifugiarsi nel gesto convenzionale o nella mimica. Senza l’esposizione alla LdS non potrà essere stimolato all’innatismo linguistico (Chomsky).

Per quanto riguarda il bilinguismo del sordo si rifletta che sperimenta un approccio liguistico bilingue contraddittorio rispetto all’udente. E’ letteralmente lingua visiva sia nella prima lingua sia nella seconda, perciò il suo linguaggio ha stimolo prettamente visivo; tuttavia si trova a relazionare con individui, familiari e insegnanti udenti, coetanei che sviluppano e sperimentano il linguaggio con afferenza sensorialmente diversificata. La miglior via per, per potere sviluppare tutte le potenzialità psicolinguistiche, è far vivere insieme  i bambini sordi sia a scuola che nell’attività ludica. Molte deficienze apprenditive  e lo scarso profitto scolastico vanno imputati alla mancata conoscenza e strutturazione dei lessemi segnici. Il docente e l’allievo doverebbero dialogare in LdS con termini precisi e il vocabolario segnico dovrebbe arricchirsi secondo le necessità di apprendimento. Oggi non siamo isolati nell’affermare che molti sordi sono cresciuti in una forma di pidgin rendendo impossibile il bilinguismo perchè sono costretti a convivere con la lingua vebale di maggioranza, che influenza ogni loro agire, che alla fine si rivela un coattismo linguistico che li stressa, nel quale non si trovano a loro agio.

L’educazione bilingue coscenziale favorisce il bambino sordo nell’accesso primariamante alla propria identità linguistica, al Sé chomskiano che lo spinge a pensare a codici visuomanuali. Quando il sordo non raggiunge la conscienzalizzazione linguistica si barcamena tra l’una e l’altra lingua senza provare gratificazione in nessuna delle due.

Il bilinguismo felice

Nel bilinguismo il bambino sordo potrà accedere alla sua porzione di felicità, facendosi comunità tra gli eguali perchè s’appropria dei segni, che sono i suoi morfemi visuomanuali, e li manipola, grazie alla vista che guida le sue mani che danno forma al segno. I sordi non ricevono più sofferenza dalla società di maggioranza perchè ne danno vita a un’altra altrettanto valida e soprattutto gratificante che parla in modo specifico ed efficacissimo alle proprie esigenze espressive e visivomanuale.

E’ opportuno preparare una classe bilingue. Questa predisposizione e integrazione deve iniziare sùbito, sin dalla scuola materna.

• Presentazione del bambino nella classe della scuola ordinaria nella quale siano inseriti due e più bambini sordi coetanei.

• Presenza di un educatore sordo segnante o udente per almeno tre o quattro ore al giorno.

• Estendere la conoscenza della Lis all’insegnante comune a tutti i bambini con cui il piccolo sordo interagisce.

• Estendere la conoscenza della Lis agli operatori scolastici a mente delle loro esigenze operativa nell’ambito scolastico.

• Favorire e stimolare il bambino a comunicare con i coetanei tramite i segni appropriati all’età. Lo stesso i bambini udenti nei suoi confronti.

• Favorire l’apprendimento della dattilologia, partendo dal proprio nome, e insegnadola a tutti i bambini della classe.

• Caratterizzare con un “segno personale” di riconoscimento ogni bambino affinchè il bambino sordo possa rievocarlo per motivazioni dialogiche e emozionali.

• Caratterizzare, con un “segno personale” di riconoscimento, tutti coloro che hanno un’occupazione entro la scuola.

• Favorire l’accoglimento della Lis prima a livello ludico poi come lingua vera e propria programmandola sull’orario delle lezioni.

• Non utilizzare segni complicati sia nel significati sia nell’esecuzione.

• Intervenire corregendo l’erronea esecuzione del segno allo stesso modo col quale correggiamo la pronuncia sbagliata di una parola. L’ausilio di “esguire il segno” è un atto d’esercitazione fondamentale per il sistema neurale che dovrà correggere le mani per riformare il codice cinetico.

• Gratificare il bambino con segni al di fuori della sua realtà percettiva, ossia introdurlo, sin da piccolo, all’astrazione.

La LdS è il principio del farsi e disfarsi del linguaggio, già da Jakobson per i bambini udenti. Esperienza che ciascun bambino deve vivere per appropriarsi del suo mondo linguistico. Il nostro piccolo con difficoltà accederà al linguaggio senza il possesso dei fondamenti del segno cinetico: vedo ed elaboro secondo un preciso codice, memorizzo, penso e ragiono, richiamo il codice che veicolo nel “segno forma” pregno di emozioni e idee, propositi.

Il bilinguismo è l’educazione a due lingue, tutte e due attraverso il canale visivo. Così preparato alla vita non sarà mai emarginato nella comunità. Avrà sempre da giocare due carte: la LdS nella comunità nella quale si esplica la massima funzione di relazione linguistica e quindi emozionale e informativa; dall’altra userà la LV come strumento di conoscenza critica e di partecipazione in quella comunità: egli si troverà pertanto in una situazione di privilegio, decidendo liberamente su quale società scommettere per il futuro della sua vita.

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