Il circolo chiuso delle periferie metropolitane

Contesti di vita riflessi nell’architettura

L’architettura e l’urbanistica sono prima di tutto manipolazione dello spazio per l’uomo e per la sua vita. Lo spazio generato prende forma, si fa segno e come tutti i segni che presuppongono esistenza, volontà e intelligenza

diviene linguaggio, comunicazione; e nel reciproco coinvolgimento con la struttura sociale cui pertiene, si trasfigura nel luogo dell’esperienza.

La storia e le immagini di una interessante pellicola sulle periferie milanesi, Fame chimica, suggeriscono proprio l’esistenza di un linguaggio espresso nel modo in cui i quartieri non centrali delle metropoli vengono progettati e realizzati. Nel film – del quale non intendo raccontare la trama, ma soltanto riferirmi alle scene utili ad alcune considerazioni – appare centrale il progetto di costruzione di un recinto destinato a chiudere un piccolo giardino, a sua volta già “stretto” tra i palazzi circostanti. Per il comitato al quale aderiscono alcuni  abitanti il recinto significa “sicurezza”. L’ipotesi che il film potrebbe indicare è che il modo in cui i palazzi stessi sono costruiti possa spingere i suoi abitanti a sentirsi più sicuri e protetti aumentando il grado di chiusura in cui già si è nati e si vive. E l’architettura suggerisce e stimola l’idea e la sensazione che una tale iniziativa possa rappresentare una fonte di benessere o, almeno, di non rischio. Quindi, il modo in cui la periferia raccontata dal film è stata concepita e costruita non sembra essere neutrale; piuttosto ha uno specifico linguaggio, che serve ad esprimere il contenuto accennato: chiusura uguale protezione.

Ma chiusura e protezione rispetto a chi e a che cosa? Ogni protagonista ed ogni gruppo raccontato sembrano volersi cautelare da ciò che è diverso da loro. In termini paradigmatici, alcuni abitanti del quartiere, quelli italiani di origine meridionale, si difendono contro gli “altri venuti dopo”, gli extracomunitari accusati di essere la minaccia, e dunque oggetto di proiezione di ogni possibile evento nefasto che coinvolga la comunità del quartiere. E tuttavia, tale spirito contrasta con la realtà. Nessuna distinzione selettiva risulta possibile. Claudio – uno dei protagonisti del film –  ammonisce i compagni del suo gruppo dicendo che la cancellata è costruita anche contro di loro, cioè i consumatori di droghe più o meno leggere e gli “spacciatori di pelle bianca”. Nelle scene finali del film, di fronte all’opera realizzata, uno di questi consumatori dirà sconsolato: <<E noi adesso dove andremo a farci le canne?>>. Ma nel film non è rappresentata esclusivamente la classica contrapposizione tra benpensanti e drogati o tra italiani e stranieri. Claudio, che appare spesso come un elemento di mediazione, si difende da possibilità di vita diverse da quella abituale, che pure non gli piace. Infatti, solo dopo aver visto finire in galera il suo migliore amico, riuscirà a lasciare il suo lavoro di scaricatore e partire per Londra, intesa come nuova ipotesi, sicuramente incerta, di lavoro e di vita in generale. Il lavoro di Claudio è anch’esso “architettonicamente” progettato come chiuso. Si vedono lui e i compagni di lavoro, ma anche i coordinatori, che lavorano con orari eccessivi in celle frigorifere scaricando materiale per un supermarket. Anche il grande capo, in giacca a cravatta, vive chiuso in un suo ufficio dal quale scende raramente per comunicare pochi scarni ordini. Il padre di Claudio vive a sua volta chiuso in casa, pensionato disoccupato in costante polemica col figlio. E’ un personaggio di secondo piano, ma comunque interessante: da un lato condivide il ritornello “chiusura uguale sicurezza”, infatti segue con timorosa passione le notizie paranoicizzanti dei telegiornali, che parlano quasi esclusivamente di persone uccise da un variegato assortimento di delinquenti, o di periferie viste come un “problema cronico da risolvere con interventi calati dall’alto, pratici quanto poco meditati”.

Tuttavia è lo stesso padre a stimolare il figlio nella ricerca di un altro tipo di vita. Sembra dirgli infatti: <<Non ti piace il tuo lavoro? Lascialo… io posso cavarmela anche senza il tuo aiuto economico>>. Il padre appare comprendere che quello stesso senso e bisogno di chiuso non porta lontano e comunque non basta a dare soddisfazione. La vita del padre è scandita dalle entrate ed uscite di casa del figlio, dal fatto di preparargli la cena o la borsa per la palestra. Le riprese della casa danno anch’esse un senso di chiusura: le stanze appaiono sempre strette, così come lo è piazza Gagarin a Milano, nella Barona, il luogo dove si svolge la vicenda del film.

Claudio e quelli “come lui” si ritrovano a loro volta in locali chiusi: uno è il centro sociale del quartiere. Qui ad un certo punto sono le stesse forze dell’ordine a ribadire il concetto: sfrecciano all’ingresso del centro sociale e dicono chiaramente ai suoi frequentatori che se vi staranno chiusi (<<non voglio vedere la faccia di nessuno di voi in giro nel resto del quartiere>>), le forze dell’ordine non daranno noie, mentre in caso contrario li sbatteranno fuori. E gli “abitanti” del centro sociale rientrano subito ed obbediscono, timorosi di perdere il loro luogo “chiuso” rispetto al resto del quartiere.

Certamente non si deve intendere la chiusura come elemento unicamente negativo. Serve ad ogni comunità avere un proprio grado di chiusura, utile a coltivare un modo di essere e di esistere, a rivendicare il diritto ad “usi e costumi”. Tuttavia nel film tale esigenza appare spesso avere un’unica funzione, difensiva rispetto a ciò che appare diverso, ma che in realtà fa parte della propria quotidianità. Il senso di chiusura che gli abitanti esprimono appare come l’espressione di un disagio generico, una insoddisfazione che trova forma solo nello scaricare o proiettare negatività su altri soggetti. Nel comizio per ottenere la cancellata, un politico a favore del progetto dice, cavalcando abilmente il generico disagio in questione, che sono gli “altri” a portare droga e criminalità. Agli abitanti “originari” compete il diritto di avere per primi il loro luogo chiuso-sicuro, che sia la casa o il quartiere recintato. Ma chi sono gli “abitanti originari”? Quelli che il film descrive più accuratamente sono gli “zarri”, giovani che passano il loro tempo “chiusi” nella piazza e “fermi” sulla loro panchina. Essi dicono a chi gli offre occasionalmente del lavoro a paga bassissima che loro non sono perditempo, ma “filosofi” che pensano. Ed in effetti, nel loro “cogliere il momento” – purtroppo sempre ristretto in una quotidianità davvero ripetitiva – gli “zarri” non mancano di sottolineare le contraddizioni e la pesantezza della quotidianità “altra”: dopo aver demolito con sarcasmo un’offerta di lavoro occasionale e senza certezze di alcun tipo, a parte una paga da fame, anche il mito della famiglia viene da loro ridotto drasticamente ad una formula del tipo “un tempo ci preoccupavamo di avere una fidanzata, ora ci ritroviamo con una donna, madre del nostro figlio, che è peggio di nostra madre nel ricordarci i nostri doveri e nel minacciarci per il fatto di volerci solo divertire”. Sono anche “zarri” razzisti, nel sostenere che da un certo giorno in poi loro andranno solo in un certo bar, quello “per italiani” e non più in quello gestito da un africano, cioè il luogo di ritrovo “chiuso”, destinato appunto agli “altri” coi quali fino ad un  giorno prima ci si frequentava.

Il luogo chiuso è anche il luogo dell’amore e del divertimento: Claudio sceglie come primo occasionale luogo d’amore una piscina chiusa in cui entra con Maya di notte furtivamente. Il luogo in cui “uscire di testa” e lasciarsi andare al sesso ed allo sballo, anche dalle tinte fortemente aggressive, è ancora un luogo “chiuso” classico, la discoteca del quartiere. Qui ognuno cerca di sfogare ogni aspetto represso di sé e di esprimere quello che paradossalmente la quotidiana “chiusura” non permetterebbe. Nella discoteca e in un ennesimo luogo chiuso, cioè un furgoncino, Claudio ed il suo migliore amico Manuel si contendono, fino ad arrivare a condividerla, la stessa ragazza Maya. A proposito di Manuel, si può dire che questo personaggio esprima invece un estremo rifiuto per ogni tipo di chiusura  e limite: i diversi personaggi del film continuano a ripetergli che “non gli può andare bene per sempre” in termini di furti e di spaccio di droghe leggere e non. Lui invece ribadisce che la vita lui sa godersela, proprio facendo sempre quello che gli viene in mente di fare. E’ il personaggio che forse vediamo più spesso all’aperto, fuori da quelle abitazioni cogenti. Ama girare con il suo scooter, facendo furti o organizzando pericolosi spacci di droga pesante. Ma la sua voglia di libertà appare troppo rischiosa. Lo si intuisce già in un inseguimento pericolossimo nel corso del quale Manuel e Claudio sono braccati dalla polizia. Sono scene da capogiro, dove lo spettatore scommette con incredibile sicurezza sulla morte di almeno uno dei due inseguiti. Qui torna paradossalmente il senso di chiusura: auto, bus, pedoni e polizia che costringono disinvoltamente gli inseguiti a giocare con la vita
propria ed altrui. Saranno dei paletti antitraffico (che “chiudono” alle macchine un altro luogo chiuso, il centro commerciale) ad impedire alla polizia di arrestare i due, che una volta salvi si compiacciono della loro complicità nell’affrontare il rischio, pur nella consapevolezza – almeno da parte di Claudio – che non può andare bene per sempre. E così infatti sembra essere, ma in due sensi: Manuel finirà per essere successivamente arrestato e posto nel luogo più “chiuso” di tutti, il carcere; Claudio capisce proprio grazie a questo fatto che la sua quotidianità gli è diventata troppo stretta, e trova il coraggio di licenziarsi e di andare a Londra con Maya. Claudio è l’unico dei personaggi narrati che almeno prova a ribellarsi in modo adeguato al disagio che prova rispetto al senso di oppressione che il suo contesto abitativo gli trasmette costantemente, architettonicamente e non solo. Manuel finisce per essere “il capro espiatorio”, l’animale sacrificato, punito per il suo voler essere libero dal senso del limite. Claudio appare meno “leader” e meno attrezzato per fronteggiare ogni evenienza, eppure riesce proprio con la sua moderazione e consapevolezza dei limiti, suoi e del proprio ambiente, a provare almeno a sperimentare delle alternative.

Concludendo, verrebbe da chiedersi quale chiusura venga prima, se quella degli abitanti di un luogo o quella di chi progetta costruisce quegli stessi luoghi? Sicuramente c’è una relazione dialettica ed ognuno fa la sua parte. Gli abitanti rispondono ad una architettura asfissiante, propria del loro luogo abitativo, cercando una ulteriore chiusura. Essi trovano risposta al loro disagio, non vedendo che le problematiche che sperimentano nel loro essere marginali e “periferici” rispetto al diritto di una migliore qualità della vita, è lo stesso di coloro che vengono connotati come “altri”, come “extra”comunitari, intesi appunto come non appartenenti ad una medesima comunità. Nell’ottica della pedagogia interculturale ogni diversità, intesa come cultura, ha diritto ad avere un proprio spazio dove coltivare la propria specificità, il proprio essere un qualcosa di diverso rispetto a qualcosa d’altro. Tuttavia quello che si auspica è la comunicazione tra varie diversità: lo scopo delle tecniche ludico-ricreative proposte come strumenti dalla pedagogia interculturale e non solo, come ad esempio i giochi di ruolo, è quello di mettere in comunicazione, non solo ad un livello intellettuale o formale, ma anche emozionale, persone appartenenti a diverse culture presenti in paesi diversi, oppure nello stesso paese. Questo concetto ci aiuta a capire, per contrapposizione, il senso di chiusura che invece rintracciamo nei vari gruppi o personaggi di questa pellicola. In essi troviamo solo la paura della diversità, o meglio, l’incapacità di comprendere ciò che è simile – l’essere cioè soggetti marginali, sfruttati e fortemente indirizzati ad un certo tipo di vita che non può essere diverso – a tutti i gruppi, gli “zarri” e gli extracomunitari stessi. Tra questi gruppi sembra esserci solo contrapposizione, proprio perché manca la consapevolezza della appartenenza, se vogliamo, ad una sola comunità, quella dei soggetti marginali, che si lasciano incantare da soluzioni pratiche quanto solo apparentemente efficaci. Si dice che chi progetta i palazzi delle periferie delle grandi metropoli, quasi mai è colui che poi ci abiterà. Probabilmente questo è vero proprio per il fatto che il soggetto che progetta è  socialmente marginale e “periferico”, ha cioè una possibilità maggiore di scegliere in merito alla qualità della propria vita, è  colui che si avvicina maggiormente, rispetto a Claudio ed a quelli come lui, a persone che, come dice il padre di Claudio, possono fare quello che vogliono rispetto al permanere all’interno della chiusura del proprio ambiente o fare altrimenti.

*Psicologo

e consulente filosofico

Riferimenti bibliografici:

Sirna Terranova, C. (1997) Pedagogia interculturale. Guerini Studio, Milano