Il conflitto necessario

Il conflitto necessario

Il conflitto, il confronto anche teso, anche duro non è qualcosa di contrario alla relazione, ma piuttosto la costituisce, ne è l’elemento fondante, inevitabile anche per costituirci, ciascuna e ciascuno, come soggetto che interloquisce con l’alterità del nostro interlocutore.

di Barbara Mapelli*

di Barbara Mapelli*

Scelgo la parola conflitto per discutere delle relazioni nel contemporaneo tra donne e uomini e per contrapporre questo termine, con la sua complessa area di sensi e pratiche, ai significati che assume il tema della violenza di genere. Il conflitto implica il riconoscimento delle differenze e si oppone quindi alla loro negazione, che è sempre un’affermazione non solo superficiale ma anche autoritaria. Il conflitto può trasformarsi in discorso, in un esercizio che offre l’opportunità e la forza per conseguire una forma più avanzata del legame e della relazione. La violenza è invece una negazione dell’alterità, un’attività distruttiva di ogni possibilità di proseguire il confronto, mentre il conflitto non è una pura reazione aggressiva, ma un riconoscimento dell’altro/altra, dell’impossibilità di ridurre a simile ciò che o chi è diverso/diversa, che non esclude però – anzi può essere un mezzo per cercare – terreni di incontro, percorsi di reciproco avvicinamento.

Inizio allora a riflettere sulle difficoltà – che il conflitto rivela – del dialogo tra donne e uomini.

Colette scrive in uno dei suoi racconti, Duetto, “comincio a pensare che un uomo e una donna, insieme, possono fare impunemente di tutto, proprio di tutto, salvo parlare”. L’ironia è evidente, ma la frase esprime la sfiducia nella possibilità del dire e dirsi tra una donna e un uomo, i piani disconnessi, asimmetrici del linguaggio, i significati differenti attribuiti a vocaboli e frasi, l’incapacità o non volontà di accettare gli inevitabili fraintendimenti e malintesi pur di conservare un esile ponte di comunicazione.

Ho pensato spesso che Colette avesse ragione, l’ho pensato con rabbia e con dolore, e, al tempo stesso, mi sono convinta – con quella bella incoerenza che considero generatrice della nostre migliori imprese e virtù – che non ci credevo fino in fondo, e che tra donne e uomini invece occorre lavorare, separatamente e insieme, se vogliamo creare un altro mondo in cui vivere insieme. Credo che si tratti di una pratica e di un pensiero necessario, un pensiero di cui prendersi cura. Curando le parole, gli atti e i gesti quotidiani, privati e pubblici, individuali e collettivi, che cercano di tradurlo questo pensiero e metterlo in pratica, le parole, i gesti e le scelte che cerchiamo e ci scambiamo, che rimbalzano nei nostri discorsi, nei confronti, nei conflitti e nei malintesi, inevitabili e talvolta giocati fino alla tensione per esasperare la ricerca e i significati che pensiamo di poterne trarre.

Curare un pensiero e delle relazioni, quelle tra donne e uomini, molto particolari. Una lunga storia di separatezza coatta e di dominio che hanno creato tra noi differenze radicali e profonde, ma anche un desiderio e un bisogno di rapporti e contatti che non si è spento nel tempo e ancora ci spinge a cercare e capire.

Con queste premesse mi sembra di poter dire che il conflitto, il confronto anche teso, anche duro non sia qualcosa di contrario alla relazione, ma piuttosto la costituisca, ne sia elemento fondante, inevitabile anche per costituirci, ciascuna e ciascuno come soggetto che interloquisce con l’alterità del nostro interlocutore. Questa riflessione già ci insegna qualcosa e cioè la dipendenza che donne e uomini hanno tra loro, il legame comune nel mondo comune in cui viviamo, in cui i cambiamenti di un sesso inevitabilmente riguardano anche l’altro e questi ultimi decenni ne sono indubitabile testimonianza.

Questa accettazione del conflitto, l’inevitabilità di lavorarci, che io stessa ho faticato a comprendere per me, in modo apparentemente contraddittorio crea una sorta di nuovo patto, una complicità tra i sessi che si muove sul terreno di un’alleanza e che riconosce la necessità del conflitto, perché ne nasca del nuovo.

E allora ci siamo chieste, noi donne: è possibile, lecito, utile, esercitare ancora delle forme di complicità che non ci neghino o risospingano sui terreni della minorità, ma consentano di tenere aperto il dialogo con gli uomini, la vita in comune, la condivisione, tra simili, delle fatiche per stare in questo mondo, e gli sforzi, le speranze per crearne un altro? Se siamo state nel tempo, come scriveva Virginia Woolf, lo specchio ‘magico e delizioso’ in cui l’uomo vedeva riflessa la propria immagine, ingrandita dal nostro stesso sguardo, e se questo specchio si rompe e non riflette più nulla o qualche spezzone deforme e questa assenza mette gli uomini a confronto, questa volta, con la loro stessa miseria, cosa accade?

Se siamo una di fronte all’altro, donna e uomo, senza schermi o specchi che proteggano o nascondano, se pure con gli inganni del passato, questo scambio di sguardi senza difesa, se questo ora può avvenire, ne emerge o ne emergerà una nuova verità? O non abbiamo bisogno, ambedue, donna e uomo, di agire quei conflitti inevitabili tra noi, che paradossalmente possono divenire patti reciproci, fragili, temporanei quanto vogliamo, per ripensarci insieme ora e per il futuro, per riandare, ognuno e ognuna, a un passato da cui trarre, rovistando nei cumuli delle ingiustizie fatte e patite – ed è un lavoro che noi donne abbiamo già a lungo fatto, ma non finisce mai – le virtù e le sapienze che ciascun sesso riconosce come valore della/nella propria storia? Questo proponimento che si basa su un precario equilibrio tra conflitto e alleanza è difficile da praticare, ma anche da comprendere perché è in continuo spostamento e nella tensione del nostro cercarci, dobbiamo porre attenzione che non significhi mai una perdita, uno scivolare sul piano inclinato delle ambiguità, delle zone d’ombra che, venute a noi dal passato, vivono ancora, profonde e potenti, nell’interiorità di ciascuna e ciascuno.

In questa tensione vive la qualità o virtù dell’incertezza, che non solo è necessaria, ma ci aiuta perché significa apertura al dubbio e all’ascolto e diviene quindi a un tempo condizione di fragilità e forza.

E il malinteso allora ci soccorre come capacità di accettare che non sempre si diano gli stessi significati alle parole o ai gesti, di accettare lo stesso malinteso come virtù dell’approssimazione, dell’avvicinarsi comunque, anche nel fraintendimento, senza abbandonare la necessità di mantenere aperto il ponte della comunicazione.

Ma fino a che punto? Di nuovo ricorro all’immagine di un’altra virtù, la misura.

Ci vuole misura in questa ricerca di nuova complicità/conflitto con gli uomini, misura ed equilibrio per rispettare l’impresa che affrontiamo insieme, continuando a rispettare quello che ognuno od ognuna è diventata o desidera divenire, misura per custodire, curare ambedue i percorsi, anche quando appaiano in contraddizione. Viviamo ora all’interno di un lungo, prolungato frattempo che forse occuperà le vite e il lavoro di più generazioni, e siamo chiamate e chiamati a trovare – se pure mai in forma definitiva – la giusta misura tra diverse tensioni. Ci affacciamo a una soglia mobile, e anche piuttosto scivolosa, che può insegnarci però parecchio di noi e insegnarci anche alcune virtù. O almeno insegnarci quanto sia pericoloso non averle.

La misura, ancora una volta, ci insegna il senso del limite, quando fermarci a pensare, o semplicemente a sostare, dandoci requie o respiro, perché non è detto che siamo sempre all’altezza delle imprese migliori: questa ricerca di altro mondo non può offuscare il mio, di mondo, le mie priorità, affetti, tempi, luoghi in cui mi situo e da cui parlo e penso e che sono le mie radici, irrinunciabili. Penso a quanto male ho fatto e mi sono fatta, quando mi sono lanciata fuori di me, ho creduto di pensare con le parole, se pure di libertà femminile, pronunciate da altre, ho perso la misura di me, della mia interezza, che dovrebbe essere intangibile.

Ma la misura, al tempo stesso, insegna anche il coraggio, proprio a partire da questa riconquista del senso di sé. Il coraggio, appunto, di misurarmi, per quel che sono, nel lavoro comune con donne e uomini, per ricostruire, migliorare, cambiare, per un altro mondo, in cui speriamo.

E’ un coraggio che imparo a misurare (la parola si continua a ripresentare, una volta usata, diventa sempre più importante) soprattutto dentro di me, l’impresa è soprattutto mia, i risultati visibili ad altri e altre poi verranno. E’ ancora una volta, una soglia interiore da cui mi affaccio, con cautela, senso del limite, prendendomi in custodia di me stessa.

Ma la misura, e il coraggio che insegna, la penso anche come parola che significa, può significare la capacità di scegliere, di esporsi nella propria scelta, trovando l’equilibrio tra il mantenermi il più possibile me stessa e l’andare verso l’altro, sapendo che questa percorso mi muterà, anzi desiderandolo. E non si tratta di un percorso neutro, né tranquillo, ma è un continuo scegliere, patteggiare e ripatteggiare, negare e accettare, confliggere e riunificarsi, comprendere il significato della rabbia che ci abita tutte e tutti quando non venga riconosciuto il nostro desiderio o, meglio, nel caso di donne, quando il desiderio non si riesca più a trovarlo, annientato da un allenamento di secoli a interpretare i desideri altrui.

Lo statuto del dominio o del potere che ha sempre regolato i rapporti tra i sessi, che si è ritorto in maniera distruttiva anche su chi lo ha istituito, può insegnarci che il conflitto, con tutte le qualità di cui dicevo, diviene la via per elaborare insieme, donne e uomini, le reciproche vulnerabilità e limiti.

Per elaborare insieme anche questo tema del potere e della violenza che porta con sé, che sembra essere il grande tema etico dei nostri tempi e che finora ha segnato, nei tentativi di superamento, sconfitte e scacchi.

Ma muoversi dentro il conflitto e lì ritrovare la misura e l’equilibrio del proprio desiderio nel confronto con l’altro, l’altra salva dai molti pericoli che in questo momento, nel nuovo discorso tra donne e uomini, ci insidiano.

E’ un pericolo che gli uomini hanno corso e corrono, quando smettono di pensarsi, di misurarsi con sé stessi per legittimarsi, accreditarsi nei luoghi e parole sacre del femminismo o prendono la corsa verso la confusiva e opacizzante opinione o affermazione che femminile è meglio, che femminile è cambiamento verso il meglio, mentre maschile è stasi. Un femminile che perde pelle e carne e mostra un’intelaiatura assai rigida e un’inquietante simmetria di giudizio sommario, se pure rovesciato, rispetto al passato, il tutto ben lontano dalle donne reali e ancora dotate non solo di carne e ossa, ma, fortunatamente, di profonde differenze tra loro.

Pericolo che anche noi donne conosciamo, perché spesso abbiamo fatto altrettanto, e spesso ci siamo perse. Abbiamo perso la misura, quella misura aurea che ha le dimensioni – altezza, larghezza, profondità – della nostra persona, che deve sempre esserci, tutta, nelle parole e nelle imprese, nelle relazioni, private e pubbliche, politiche, deve essere il metro o il segnavia per non smarrirci.

Come ci si può smarrire nel contrasto tra i sessi o, all’opposto, nel desiderio indiscriminato di comporre tutto troppo rapidamente. Stabilendo complicità affrettate, superficiali, irrispettose, sedative del timore del conflitto, del timore, in realtà, del mettersi in gioco, diversamente, in modo creativo.

Resta comunque, la misura, virtù personale, anche se è uno strumento fondamentale, irrinunciabile per agire nel mondo. E’ il metro della conoscenza di sé, che dà coraggio oltre che consapevolezza dei limiti e consente di comprendere quanto si riesce a dare e a prendere in ogni forma di relazione – in particolare qui ho ragionato su quella con l’altro sesso – in modo da poterci rendere flessibili, disponibili al cambiamento senza timore, trasformarci nella relazione e pensare, così, di poter trasformare il mondo.

Vorrei aggiungere qualcosa ora su quel desiderio tra donne e uomini che sopravvive nonostante il passato, nonostante ma io direi grazie al conflitto: il desiderio, non so fino a che punto legittimo, ma che comunque ci abita, di possedere. E’ possibile mantenere questo desiderio senza esercitare il potere? Trovo, forse, un inizio di risposta in due filosofi uomini, Emmanuel Levinas (Il tempo e l’altro) e Franco Rella (Ai confini del corpo). Parlano ambedue della carezza, un gesto che unisce i corpi, ne consente reciproco riconoscimento e che vive nell’interiorità come forma della tenerezza e che Rella definisce un’appropriazione non proprietaria. Mi chiedo se la carezza possa solo rappresentare un momento di tregua o l’accettazione di una inconciliabilità tra i sessi, un approssimarsi affettuoso che rende il conflitto una soglia, una visione di possibili varchi.

O un’approssimazione dialogata, condivisa, un’accettazione inevitabile di questa inconciliabilità, che non esclude ma è materia viva delle relazioni? Un’aporia insolubile anche in amore – come scrive Simone Weil – quando si desidera ma non si è in grado di perdonare all’altro/altra di restare un’alterità.

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Riferimenti bibliografici

Colette, “Duetto”, in, Romanzi e racconti, Mondadori, Milano 2000.

Emmanuel Levinas, Il Tempo e l’Altro, Il Melangolo, Genova 1987.

Barbara Mapelli, Nuove virtù, Guerini Milano 2004.

Franco Rella. Ai confini del corpo, Garzanti, Milano 2012.

Simone Weil, Quaderni, Adelphi, Milano 1982-93.

Sui Generi, Il linguaggio delle relazioni, Stripes, Rho (Mi) 2009.

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