Il coraggio di sognare in grande

La scuola pubblica gode nell’immaginario collettivo di “buona salute”, nonostante abbia perso agli occhi dei più la connotazione di passaporto per un lavoro in qualche modo equipollente al titolo di studio conseguito.

Proprio la famiglia ha rimandato al mittente il progetto di scuola individualistico del governo. Forse più che il rifiuto “ideologico” di una libertà di scelta individuale ed egoista, c’è la necessità, in una società resa più difficile alle “famiglie” per l’impallidire di ogni forma di welfare, di delegare buona parte dell’educazione dei figli.

Anche l’educazione alla cittadinanza: integrazione e laicità passano nel momento in cui i genitori affidano i loro figli alla scuola pubblica, luogo necessario di contaminazione. Delega pesante per gli insegnanti, ma il peso può trasformarsi in sfida culturale se il paese tutto esprime una chiara scelta di sostegno alla categoria. Come genitori oggi dobbiamo sostenere la necessità di una seria battaglia anche culturale, che nella scuola vuol dire qualità della didattica, del fare scuola, di relazione significativa con chi apprende, di confronto critico ma stringente con i genitori che chiedono o si attendono.

Cosa chiede un genitore: che suo figlio pensi con la sua testa (non siamo lontani dalla testa ben fatta di Morin), che abbia le stesse opportunità, che non sia inchiodato alla sua provenienza. Come rispondere a queste domande?

Certo con un percorso iniziale, precoce, inclusivo, un percorso educativo e non assistenziale, non di servizio a domanda. La legge di iniziativa popolare  06 ne è un esempio.

E quale scuola può rispondere a questa esigenza? Abbiamo imparato che la scuola è valore in sé, che il tempo trascorso dentro di essa ha un peso che non si può misurare solo nel numero di contenuti appresi o di competenze acquisite, che il tempo “perso” ha un valore aggiunto.

Profitti e perdite si misurano in tempi lunghi e non in bilanci annuali. Lo sanno gli insegnanti, ma lo sanno i genitori che leggono una perdita nell’offerta di solo 27 ore settimanali garantite a tutti, che continuano ostinatamente a chiedere in tanta parte d’Italia per i più piccoli il tempo pieno come risorsa di valore, che non vogliono più il maestro unico come sostituto del genitore rimasto fuori della porta della scuola.

Una scuola che ripristini quindi l’articolo 130 del Testo Unico, che rafforzi la continuità tra scuola di base e scuola secondaria di secondo grado perché meno ragazzi vadano perduti.

Una scuola che estenda l’obbligo nell’immediato fino ai 16 anni in bienni unitari ed orientanti.

Certamente una scuola riformata: l’antagonismo alla riforma morattiana, rischia di rinchiuderci in una difesa dell’esistente. Uno sguardo lucidamente retrospettivo deve avere il coraggio di affermare che “la scuola per tutti e per ciascuno” non è stata pronta ad essere di tutti o di ciascuno. In quel momento storico hanno cominciato a delinearsi molte insicurezze: quelle dei docenti intaccati nella sicurezza della trasmissione del sapere e nell’esercizio di pratiche docimologiche indiscusse, quelle delle fasce sociali abituate a considerare la scuola diritto per alcuni e non per tutti, quelle delle fasce sociali più deboli, costrette a “perdere” la sicurezza dell’apporto economico derivante dal lavoro minorile senza acquisire, il più delle volte, la sicurezza dell’istruzione per i propri figli che, consegnati a fatica alla scuola, venivano da questa “riconsegnati” alla famiglia mediante diverse strategie espulsive.

E’ perciò nella prima adolescenza che bisogna concentrare cure e risorse: ci vuole un più esteso accompagnamento attraverso questa età difficile, una attenzione ai singoli, ci vuole una scuola flessibile, capace di contenere e di pretendere ma anche di dare occasioni, riducendo rigidità autoreferenziali  e noiosi modi di insegnare.

Bisogna che la scuola sappia anche riaccogliere quanti ne sono usciti, riconoscendo le competenze acquisite fuori dalla scuola ridando diritto di cittadinanza a tutti.

Insomma il saper essere e saper fare evocati dalla legge 53 devono essere un’indicazione che va declinata in modo diverso e che non conduce alla canalizzazione precoce.

Proprio come genitori siamo stati i destinatari privilegiati di una campagna mediatica seducente e costosa (i fondi che l’hanno sostenuta provengono dalla legge 440 che eroga denaro all’autonomia delle scuole): da una parte rassicurati sulle sorti magnifiche e progressive della scuola italiana riformata, dall’altra blanditi con l’idea che finalmente avremmo scelto il percorso scolastico dei nostri figli. E gli insegnanti si sarebbero dovuti piegare al nostro disegno, perché “chi meglio del genitore conosce il proprio figlio?”. Deve essere chiaro che non si può salvare il proprio figlio se non tentiamo di salvare tutti i bambini e tutte le bambine di questo paese.

Affermo queste cose con passione. Passione così come Rodari intendeva “la capacità di resistenza e di rivolta; l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà d’azione e di dedizione; il coraggio di sognare in grande; la coscienza del dovere che abbiamo come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima: il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non fare come gli altri, anche se per questo bisogna pagare un prezzo”. Con passione quindi e con il senso dell’urgenza: con l’abrogazione della legge 9 sull’obbligo a 15 anni sono usciti dalla scuola ragazzi di cui abbiamo perso le tracce, altri ne usciranno mentre i decreti sul dirittodovere e quello sull’alternanza vengono discussi e lo stato divenuto leggero li dimentica. Io come tanti altri sento il peso dei nuovi invisibili.

Presidente Coordinamento Genitori Democratici

Testo di parte dell’intervento tenuto presso “La Fabbrica del Programma”, Bologna, 14 maggio 2005

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