Il corpo che s-coppia

Burn out e corporeità  nei servizi di aiuto
alla persona

Per aprirsi all’esperienza dell’altro, la dimensione della corporeità entra nella relazione di aiuto, portando a guardare la persona “malata” oltre i segni che la superficie del suo corpo ci rimanda

Ascoltando molti giovani educatori che per la prima volta entrano in contatto con i servizi socioeducativi o esplorando insieme agli infermieri le motivazioni che li hanno spinti a scegliere la loro professione, non è infrequente raccogliere il forte desiderio di “sentirsi utili”, di “aiutare qualcuno” che anima e sostiene le loro scelte. E’ probabilmente con tali emozioni e aspettative che molti operatori socio-sanitari si avvicinano alla loro professione. In fondo come sostiene Cristina Palmieri (2000), riprendendo il pensiero del filosofo esistenzialista Martin Heiddegger, il desiderio di cura è insito nell’essere dell’uomo. La cura fa parte costituzionalmente di quella “tensione verso”, di quel modo di pre-occuparsi, ovvero di occuparsi delle cose e degli altri, che guida la possibilità stessa con cui l’uomo si relaziona con il mondo, realizzando la propria progettualità esistenziale. Questa riflessione sulla cura appare particolarmente interessante se inserita nei contesti sanitari nei quali si è soliti pensare ad essa quasi esclusivamente in termini di trattamento per sconfiggere la malattia, anziché di acquisizione di senso e di significato esistenziale. E’ una riflessione che apre anche ad alcune considerazioni rispetto al significato stesso del concetto di aiuto e di bisogno su cui si fonda la pratica sanitaria professionale.

La relazione di cura è una relazione d’aiuto che ha origine dall’esistenza di una malattia, un disagio, una disabilità, che getta l’uomo in uno stato di profonda sofferenza ed estraniazione da sé e dal mondo. Molto spesso il paziente vive il proprio sintomo come qualcosa di estraneo a sé, su cui non ha potere e questo stato genera un forte senso di bisogno per il quale si chiede l’intervento di qualcun altro. La relazione d’aiuto è pertanto una relazione per definizione asimmetrica tra chi ha bisogno, il malato, il disabile, e chi può far fronte alla malattia o alla disabilità in quanto portatore di competenze che gli consentano di occuparsi di lui, di soddisfare le sue necessità, ma anche di lavorare nella direzione di una sua autonomia futura. Crediamo che il modo di aiutare e, dunque, il sotteso della pratica professionale, dipenda essenzialmente da ciò che si considera essere il bisogno dell’altro. Nelle professioni sanitarie esso è generalmente inteso come bisogno di guarigione e, dunque, anche la cura è principalmente orientata a restituire la salute all’individuo, intesa principalmente come assenza di malattia. Tuttavia la malattia, in modo particolare la malattia cronica, pone interrogativi e richieste le cui risposte spesso non risiedono solo in saperi e procedure tecniche, ma anche nella capacità di consentire al malato di transitare in una difficile e spesso delicata riappropriazione del proprio corpo malato e di accettazione di esso, nella direzione di una futura presa in carico di sé che rappresenta sicuramente uno dei compiti più complessi a cui gli operatori sono chiamati nel loro ruolo di aiuto.

Riconoscere questo significa attivare una relazione d’aiuto autentica in quanto aperta a offrire occasioni affinché l’altro possa prendersi cura di sé, orientando la propria azione verso la dimensione più progettuale dell’essere dell’individuo. Questo modo autentico di aiutare implica una comprensione dell’altro in cui è fortemente in gioco anche il corpo dell’operatore nelle sue dimensioni emotive, cognitive e sensoriali. In una prospettiva fenomenologica, il corpo e la corporeità sono strumento di conoscenza: l’operatore sanitario entra nella relazione con il paziente prima di tutto attraverso il suo corpo, con lo sguardo, il tocco, l’olfatto. È proprio al corpo dell’operatore che il corpo del paziente racconta come guardarlo, toccarlo, che ne rivela la sofferenza e le resistenze attraverso i rifiuti, i silenzi, gli avvicinamenti e la condivisione della propria storia. Avere la consapevolezza di quanto la dimensione della corporeità entri nella relazione d’aiuto significa guardare alla persona malata oltre i segni che la superficie del suo corpo malato ci rimandano, per aprirsi all’esperienza dell’altro. Il tentativo è quello di non paralizzare il paziente unicamente nella sua malattia, e dunque come corpo mancante (dove l’aiuto si gioca soprattutto nel curarsi delle cose da procurare all’altro per sopperire a questa mancanza), ma cogliere l’individuo nel suo essere corpo, con una propria sessualità, inserito in un ambiente con cui è in relazione, e con una propria rete sociale.

Se la relazione d’aiuto è quanto sin qui affermato allora l’essere con l’altro in senso progettuale, conoscerlo, comprenderlo e condividerne l’esperienza è strettamente legato alla dimensione dello “stare insieme”.

Facendo le debite proporzioni, pensiamo si possa fare un parallelismo tra la coppia terapeutica che si instaura nella relazione d’aiuto e la coppia amorosa.

Per quanto riguarda la coppia amorosa la letteratura specialistica di sessuologia (Cociglio, a cura di, 2002) sottolinea come questa si giochi molto di più sull’aspetto della qualità nella relazione di coppia, che non sull’unicità o sulla perpetuità. I protagonisti della relazione danno e ricevono continuamente e simultaneamente passione, intimità e progettualità. È una ricerca continua di equilibrio e di completezza di queste tre dimensioni che figurativamente possiamo immaginare, come ha sottolineato Sternberg, posizionate sui lati di un triangolo equilatero. (Cociglio, a cura di, 2002) La prevaricazione di una dimensione sulle altre porta al disequilibrio della relazione di coppia e, quindi, a forme triangolari scalene.

Vediamo ora nel dettaglio cosa vogliono dire queste tre dimensioni e soprattutto come entrano in gioco nella relazione d’aiuto.

Per passione si intende la pulsione sessuale nelle sue espressioni più istintive, è il desiderio del corpo dell’altro. Ovviamente non ci immaginiamo personale socio sanitario che intrattiene atti sessuali con le persone da loro assistite, sarebbero questi agiti contro l’etica e il codice deontologico della professione. Tuttavia nella relazione d’aiuto esiste, è presente, in modo latente, la passione per l’altro, il desiderio del corpo dell’altro. È una relazione tra corpi, un corpo che cura l’altro: gesti, movimenti, atteggiamenti, manovre, abbigliamento. Questo sentimento agisce proprio nella pratica quotidiana, pensiamo per un attimo in quanti e quali momenti si va verso l’altro, perché il desiderio è una tensione verso, è un’intenzione. Citiamo solo alcune situazioni in cui ci si avvicina ad un paziente, ad esempio per fare un prelievo, per fare l’igiene, per fare una visita, per auscultarlo, per provagli la pressione, per guardarlo negli occhi, per rivolgergli delle domande. C’è passione nel rendere l’altro e se stesso soggetti e non oggetti della cura, nella possibilità di aprirsi all’altro da sé “inteso come soggetto da rispettare, da valorizzare, e quindi da considerare come motivo di desiderio non oggettivante dell’altro, e anche come tramite per una tensione verso un diverso, da vivere come chi può arricchire, magari completare” (Bertolini, 1999). L’Eros può essere inteso e perseguito come una straordinaria forza originaria dell’uomo, in grado di rendere la relazione d’aiuto e la cura per i luoghi e tempi ad essa dedicati, affascinante, appassionante e seducente.

Con intimità si intende quella capacità di condividere con il partner tutto ciò che abbiamo dentro il petto (en timos), ciò che dunque è legato alla sfera dell’emotivo. Essa implica, quindi, la condivisione di mondi emotivi interni. Ma quale intimità è possibile nella relazione d’aiuto? La relazione d’aiuto è una pratica dialogica: la parola cura, la parola è di aiuto, infatti, è proprio attraverso il dialogo che può avvenire quella conoscenza, quella compenetrazione empatica del mondo dell’altro (Zannini, 2001). Entrambi gli interlocutori del discorso (terapeuta e paziente) sono inseriti in un flusso di incontro, scambio e ridefinizione delle proprie storie. C’è qualcosa di intimo nel comprendere l’altro (cum-prehendere, contenere, ovvero tenere con sé), nel conoscerlo, nell’ascoltare la sua storia di salute e di malattia.

La progettualità è l’impegno creativo, la possibilità di costruire qualcosa insieme che duri nel tempo. La relazione d’aiuto è feconda quando corrisponde alla possibilità di costruire un progetto insieme, con l’altro e non sull’altro (Zannini, 2001), a partire da obiettivi
personali riconosciuti, condivisi e negoziati all’interno della coppia.

Quando dunque possiamo dire che il corpo s-coppia? Ovvero quando le dimensioni di passione, intimità e progettualità non sono più così in equilibrio da creare un gap nella relazione di coppia terapeutica? Quali sono i rischi di quanto sin qui delineato per la relazione d’aiuto? Rischi che poi sono inevitabilmente legati a possibili fattori scatenanti il burn out per gli operatori sociosanitari.

In letteratura si definisce burn out un processo nel quale un professionista si disimpegna dal proprio lavoro in risposta allo stress e alla tensione sperimentate. Esso è caratterizzato da: esaurimento emozionale (l’individuo si sente svuotato, di non essere più in grado di dare qualcosa di sé agli altri), depersonalizzazione (essere distaccati, collocare la responsabilità all’esterno), ridotta realizzazione personale (mostrare disinteresse nel proprio lavoro e perdita di autostima). Questi fattori ci sembrano corrispondenti a quelli su cui si gioca la coppia terapeutica: intimità, pulsionalità e progettualità. L’esaurimento emozionale infatti può essere l’equivalente di troppa o troppo poca intimità; la depersonalizzazione come eccesso o scarsa passionalità e la ridotta realizzazione personale è direttamente proporzionale alla dimensione della progettualità.

Una sindrome, dunque, in cui si ha una progressiva perdita di idealismo, energia, obiettivi, motivazioni, uno stato di affaticamento, frustrazione e impotenza (Pellegrino, 2000). Vedremo qui di seguito quali sono i fattori che nella nostra prospettiva portano il corpo a scoppiare, a non farcela più, ad essere fuori di sé.

Riprendendo il concetto di cura e il suo intreccio con la corporeità, con cui abbiamo aperto questa nostra riflessione, possiamo affermare che in ogni relazione d’aiuto ci sia in realtà anche un rispondere a dei propri bisogni esistenziali. Quali sono, dunque, i confini possibili tra i bisogni dell’operatore e quelli del paziente mentre si è in relazione? Il rischio per l’operatore può essere quello di sovraccaricare la relazione di propri bisogni, per esempio di gratificazione, affetto, autostima, espiazione di sentimenti di colpa, ricerca di intimità perché non ottenuta altrove. La conseguenza di questo atteggiamento può determinare un eccessivo esaurimento emotivo (Maslach, 1982). Il rischio, infatti, è quello di rimanere sedotti dalla relazione di cura, talmente affascinante da condurre fuori strada, da non far più scorgere con chi e per chi si sta lavorando, ad esempio quando non si è in grado di porre fine ad una relazione o di delegare a qualcun altro la presa in carico del paziente.

Come la letteratura sul burn out indica (Maslach, 1982, Pellegrino, 2000), vi è poi una complementarietà del bisogno di riconoscimento, per l’operatore un bisogno di riconoscimento rispetto alle proprie capacità di aiutare e per il paziente il bisogno di essere riconosciuto nella sua necessità. Tuttavia questa è una professione avara sia di riconoscimenti economici (affermazione che potrebbe confermare la tesi secondo la quale la motivazione ad aiutare gli altri arrivi dal proprio interno), che di valutazioni positive del proprio operato. I feedback positivi, infatti, sono generalmente poco presenti: da un lato per la difficoltà di rilevazione degli stessi (cambiamenti a lungo termine, aspettative ideali e obiettivi troppo alti), dall’altro perché le situazioni a cui si fa fronte non lo consentano (la malattia è cronica, la disabilità è grave,…). Quindi in questi casi si presenta una difficoltà sull’asse della progettualità.

Un altro fattore che può portare burn out è quello più strettamente legato alla corporeità. Abbiamo visto che la relazione d’aiuto è un incontro e un dialogo, prima di tutto, tra corpi e non dimentichiamolo tra corpi sessuati. Questo può generare il rischio che l’operatore si senta oggetto d’amore privilegiato della persona di cui si deve prendere cura, come anche di scoprirsi attratto da questa. Se questo Eros non viene riconosciuto e trasformato in una opportunità educativa si crea generalmente allontanamento ed evitamento.

Il riconoscimento dei corpi in relazione, il desiderio reciproco, permette la soggettivizzazione dei protagonisti. Il rischio di non realizzare questi aspetti è quello di portare l’operatore a trovarsi in una situazione alienante (fuori-da-sé) in cui si percepisce anch’esso come corpo-oggetto, probabilmente mero esecutore di compiti e non in sintonia con le emozioni vissute nel qui ed ora della relazione. Spesso nelle relazioni d’aiuto si risponde al disagio con una “mutilazione” delle proprie emozioni in quanto si pensa che esse siano soggettive e, dunque, fuorvianti. Da qui si può generare un sovraccarico emotivo e una depersonalizzazione in quanto esse rimangono un bagaglio scomodo non elaborato. Quest’ultima considerazione ci porta a due ulteriori analisi: la prima riguarda l’organizzazione dei contesti socio sanitari che dovrebbero favorire la riflessione e la formazione alle emozioni, che ribadiamo sono essenzialmente corporee in quanto esprimono «il corpo, la carne, il sesso» (Mottana, 2000), attraverso percorsi esperienziali che consentano l’integrazione del corpo nella prassi quotidiana. La seconda è che l’essere in sintonia con le proprie emozioni consente all’operatore di valutare le situazioni in cui è necessario, considerare se stesso e l’altro come corpi oggetto. In sala operatoria, per esempio, il chirurgo orienta lo sguardo e l’attenzione solo su singole parti del corpo del paziente ed è solo attraverso questo disinvestimento che egli è in grado di svolgere il proprio compito curativo. Questa capacità di oscillare tra corpo-oggetto e corpo-soggetto presuppone che l’operatore nel corso della relazione riesca a recuperare i vissuti emotivi del paziente e riflettere sui propri restituendo spazio al corpo vissuto di entrambi (Zannini, a cura di, 2004).

Essere un corpo personale, operativo e affettivo, cioè un corpo vissuto, vuol dire anche avere cura di sé, rispetto e valorizzazione delle proprie potenzialità, dei propri sentimenti. Come è possibile, quindi, lavorare nella direzione del benessere degli operatori?

Il ben-essere è inteso come la capacità dell’individuo di adattarsi e di progettarsi continuamente nelle circostanze ambientali e relazionali in cui è inserito. Star bene con se stessi e nel mondo è strettamente legato ad un rapporto autentico col proprio corpo, con la possibilità di vivere pienamente le proprie potenzialità, tensioni e desideri. Abbiamo visto come i drive sui quali si muove una coppia e dunque anche la coppia terapeutica sono: intimità, progettualità, pulsionalità. La soddisfazione dello stare in coppia e quindi dello stare in relazione con ben-essere, è data da un equilibrio di queste dimensioni. Le difficoltà incontrate dagli operatori nella relazione di aiuto possono essere comprese anche alla luce di una scarsa educazione all’ascolto di se stessi e del proprio corpo in relazione con l’altro, ad una cultura socio-affettiva giocata molto spesso sul piano cognitivo (per esempio conoscere le principali emozioni), prestazionale (nel senso di un dover fare e non di un essere per sé) e raramente sul piano dell’elaborazione critico-riflessiva delle proprie esperienze professionali. Pensiamo che per contrastare in burn out, cioè il mal-essere dell’individuo, sia necessario lavorare in una direzione di promozione di ben-essere per esempio attraverso una pedagogia del corpo che ne consenta l’espressione nella sua complessità, un intreccio tra sensi, pensieri ed emozioni, nella direzione di una rielaborazione delle sue componenti cognitive ed affettive.

*Cultore dell’Insegnamento di Pedagogia Sanitaria alla Facoltà di Scienze della Formazione

dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca

**Formatrice sugli aspetti psicopedagogici

in ambito sanitario

***Ricercatrice e Docente di Pedagogia Sanitaria alla Facoltà di Scienze della Formazione

dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca

 

Bibliografia

M. Ancona, M. Orbecchi,E. Torre, L’arte medica. Tra comunicazione, relazione, tecnica e organizzazione, Atti del Convegno 6-8 aprile, 1995, Paravia, Torino 1966.

P. Bertolini, La dimensione erotica della relazione educativa in R. Massa, L. Cetrioli, Sottobanco, Franco Angeli, Milano 1999.

G. Cociglio (a cura di), Manuale del consulente sessuale, vol.I, Franco Angeli, Milano 2002.

C. Maslach, La
sindrome del burn out. Il prezzo dell’aiuto agli altri
, Cittadella Editore, Assisi 1982.

P. Mottana, Miti d’oggi nell’educazione, e opportune contromisure, Franco Angeli, Milano 2002.

C. Palmieri, La cura educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell’educare, Franco Angeli, Milano 2002.

F. Pellegrino, La sindrome del burn out, Centro Scientifico Editore, Torino 2002.

L. Zannini, Salute, malattia e cura, Teorie e percorsi di clinica della formazione per gli  operatori sociosanitari, Franco Angeli, Milano 2001.

L. Zannini (a cura di), Il corpo-paziente. Da oggetto delle cure a soggetto della relazione terapeutica, Franco Angeli, Milano 2004.