Il diritto all’istruzione e all’educazione dei ragazzi rumeni in Italia

Il diritto all’istruzione e all’educazione dei ragazzi rumeni in Italia

Con le seconde generazioni l’immigrazione diventa un fattore d’incontro e conflitto all’interno delle famiglie d’origine, rumene nello specifico, e all’esterno con la società locale. La migrazione delle famiglie comporta sacrifici ai genitori, ma anche ai ragazzi alle prese con l’inserimento in un sistema scolastico e di relazioni nuovo. Le testimonianze raccolte mettono in luce vissuti di sofferenza legati alla scuola e al diritto all’istruzione.

Mariangela Giusti*

Il diritto all’istruzione e all’educazione dei ragazzi rumeni in Italia

Con le seconde generazioni l’immigrazione diventa un fattore d’incontro e conflitto all’interno delle famiglie d’origine, rumene nello specifico, e all’esterno con la società locale. La migrazione delle famiglie comporta sacrifici ai genitori, ma anche ai ragazzi alle prese con l’inserimento in un sistema scolastico e di relazioni nuovo. Le testimonianze raccolte mettono in luce vissuti di sofferenza legati alla scuola e al diritto all’istruzione.

Mariangela Giusti*

Il diritto all’istruzione dei bambini e dei ragazzi rumeni[1]

L’interesse e l’attenzione nei confronti del diritto all’istruzione e all’educazione degli allievi rumeni si sono manifestati in seguito alla richiesta pervenuta a chi scrive da parte di insegnanti e educatori di centri ricreativi educativi (nello specifico di Voghera, Vimercate e altre città minori lombarde). In questi contesti sono state condotte piccole ricerche/intervento finalizzate a comprendere situazioni educative che presentavano tratti evidenti di problematicità. Da queste occasioni è nata una ricerca etnografica di tipo esplorativo che ha coinvolto venti madri rumene, tre delle quali mediatrici culturali, al fine di raccogliere informazioni sulla situazione dei figli nelle scuole[2]. Con le seconde generazioni l’immigrazione diventa un fattore d’incontro e conflitto all’interno delle famiglie d’origine (rumene nello specifico) e all’esterno con la società locale. Le seconde generazioni non accettano ruoli marginali, non hanno il mito del rientro; apparentemente assumono i valori dominanti della società locale, si mimetizzano. Di fatto nascono forti conflitti relazionali sia coi ragazzi nativi (lombardi) sia con quelli di altre nazionalità. I genitori in molti casi coltivano il mito del rientro, credono che grazie agli sforzi compiuti in terra straniera sarà possibile tornare al paese d’origine, realizzando là un nuovo progetto di vita, fatto di tante aspettative, per esempio: saldare i debiti, acquistare casa, avviare un lavoro autonomo e remunerativo, che permetta di dare un’istruzione ai figli. Ciò spesso serve a mantenere un equilibrio personale, a dare un senso alla vita, sopportare i sacrifici, risparmiare. In molti casi osservati, si è visto che la coscienza che la propria immigrazione da precaria è diventata definitiva è stata acquisita quasi senza rendersene conto: il rientro è stato rinviato di anno in anno e poi la nascita o la chiamata dei figli ha modificato il progetto migratorio. La migrazione della famiglia comporta sacrifici ai genitori, ma anche ai ragazzi alle prese con l’inserimento in un sistema scolastico e di relazioni nuovo. Le testimonianze raccolte convergono nel riferire che all’arrivo in Italia i ragazzi hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà d’inserimento nelle classi in quanto si sono trovati in un gruppo di coetanei che parlavano una lingua incomprensibile. Le testimonianze raccolte mettono in luce vissuti di sofferenza legati principalmente a due tipologie di problematiche legate alla scuola e al diritto all’istruzione.

Una prima difficoltà è linguistica: i ragazzi non capivano la lingua, non si sentivano coinvolti nelle attività didattiche di classe, non capivano i compiti da svolgere a casa, per i quali, fra l’altro, i familiari, nonostante l’impegno, non erano in grado di fornire spiegazioni né aiuti. Una seconda difficoltà è relazionale per l’impossibilità di interagire coi compagni sul piano linguistico e per un’iniziale reciproca diffidenza. In certi casi queste difficoltà hanno portato a situazioni d’isolamento dei bambini rumeni dal resto del gruppo ma si sono appianate dopo alcuni mesi; la situazione appare diversa invece per i ragazzi inseriti a scuola all’età di 12/14 anni. I programmi facilitati predisposti per loro costituiscono un aiuto iniziale per garantire il diritto all’istruzione, ma non sembrano sufficienti a consentire di essere allo stesso livello di studio dei compagni italiani. Alcuni genitori rumeni hanno espresso agli insegnanti la preoccupazione che queste difficoltà possano precludere ai figli la possibilità di proseguire l’iter scolastico oltre la scuola dell’obbligo.

Due mediatrici linguistico/culturali (Veronica, vedova, 40 anni, da Craiova, abitante a Lodi e Maria, 32enne, da Prilog, abitante a Verano Brianza) hanno fatto notare che spesso le migrazioni delle famiglie rumene si attuano col supporto delle cosiddette catene migratorie: in alcuni casi arrivano i fratelli o le sorelle, poi sono chiamati i figli (rimasti per un certo tempo in Romania) e talvolta anche i genitori. Soprattutto nelle prime fasi del percorso migratorio si sviluppa un forte aiuto fra parenti: quando un rumeno arriva in Italia trova aiuto presso parenti o amici già insediati, ma questa è la prima fase, poi le scelte nel nuovo paese prendono mille rivoli, diventano autonome. La famiglia (con due genitori e figli o monogenitoriale) inizia un percorso che non si esaurisce con lo stabilizzarsi della condizione abitativa e con l’eventuale ricongiungimento del nucleo, ma prosegue lungo tutto il ciclo della vita familiare.

Alcuni snodi significativi

Le mediatrici concordano nel proporre alcuni snodi significativi di cui il sistema sociale e scolastico dovrebbe tener conto per garantire il diritto all’istruzione: la nascita (o il ricongiungimento) dei figli, l’impatto col mondo della scuola, l’adolescenza.

La nascita o il ricongiungimento dei figli dal paese d’origine costituisce un primo momento critico nella vita delle famiglie rumene immigrate. E’ una fase in cui servirebbe sostegno, aiuto, informazioni per orientarsi nella rete dei servizi che possono essere utili. L’impatto col mondo della scuola costituisce la seconda tappa del processo d’integrazione di tante famiglie rumene: sarebbe necessario offrire un sostegno sia a scuola sia nelle attività extrascolastiche, favorendo la partecipazione a momenti di socializzazione che, soprattutto per i ragazzi che arrivano ad anno scolastico iniziato, rappresenterebbe un aiuto ad ambientarsi, a capire come funzionano le cose. Il mondo della scuola richiede competenze e disponibilità: per chi è immigrato spesso è difficile capire le richieste che provengono dalla scuola, controllare gli avvisi, rispondere. Spesso i genitori arrivano tardi dal lavoro, non riescono a leggere le comunicazioni casa/famiglia, sono in difficoltà a rispondere anche a un piccolo impegno che la scuola chiede. Talvolta le comunicazioni riguardano problemi di comportamento dei figli: gli insegnanti (scrivendo note alla famiglia, facendo rapporti disciplinari…) ritengono di fare la scelta giusta ma spesso creano un’ulteriore difficoltà perché i genitori preferiscono non chiedere aiuti né spiegazioni, dunque la comunicazione cade nel vuoto. Le esperienze osservate dimostrano che le cose funzionano meglio quando è la scuola stessa o i servizi integrativi a cercare qualche opportunità di sostegno didattico al mattino o al pomeriggio (piuttosto che fare ricorso agli strumenti della nota, del rapporto, della sospensione…)[3].

Secondo le due mediatrici l’ingresso nella fase dell’adolescenza dei figli rappresenta la terza tappa impegnativa per la famiglia rumena biparentale o monogenitoriale. Il momento critico dell’adolescenza a volte è un disastro: tanti ragazzi e ragazze (soprattutto quelli che sono ricongiunti a 12/13 anni) finiscono la scuola media con difficoltà e affrontano la superiore senza avere alle spalle basi sufficienti. Spesso sono bocciati al primo anno, a volte frequentano pochi mesi e poi lasciano, a volte abbandonano la scuola quando sono bocciati la prima volta; altre volte ripetono l’anno e ricominciano con più buona volontà. Le scuole secondarie di secondo grado fanno in realtà poco per questi ragazzi: in certi casi non segnalano nemmeno l’abbandono. La mediatrice culturale Maria afferma: “Noi che ci muoviamo sul territorio, incontriamo le mamme, qualche ragazzo… abbiamo qualche rimando, ma i professori si disinteressano… se tu chiedi dopo la terza media ai professori se sanno che fine ha fatto un certo ragazzo, ti dicono che non sanno più niente, così non sanno nemmeno se l’azione di orientamento svolta a scuola è andata a buon fine, se è stata efficace o se è il caso di cambiare qualcosa… Qualche volta sono io che riporto alle scuole qualche notizia in negativo o in positivo”.

Dublina, mediatrice culturale, afferma: “Ho visto tanti ragazzi e ragazze rumene di 15/16 anni non andare più a scuola, stare a casa… non ascoltano i genitori, non hanno punti di controllo… si sentono molto più forti dei genitori, svalorizzano i genitori, è una fase di grossa difficoltà”.

Il rapporto fra ragazzi, genitori e scuola propone un terreno di confronto che non deve dare nulla per scontato. Dai colloqui coi padri, le madri e le mediatrici è emerso che i genitori di famiglie rumene si trovano di fronte a compiti educativi difficili dovendo operare delle scelte educative in un contesto di vita diverso da quello delle origini che mette in crisi i modelli di riferimento tradizionali. Per molte famiglie che provengono da tradizioni familiari di tipo allargato si propone la novità di gestire i figli in una condizione nucleare in cui solo i genitori devono fare fronte a responsabilità che in patria sarebbero state condivise con vari componenti di diverse generazioni, con tutto il senso di solitudine, disorientamento e inadeguatezza che ciò può comportare.

Diritti e opportunità

L’incontro con la scuola può costituire per la famiglia rumena un luogo significativo per la tutela dei diritti, dove trovare opportunità d’integrazione e di aiuto; ma può anche aumentare il suo isolamento culturale e sociale. I figli costituiscono un ponte che però può dare accesso anche a situazioni contrastanti. I percorsi d’inserimento a scuola dei figli possono contribuire ad accelerare i processi d’integrazione dell’intera famiglia importando nel sistema familiare nuove informazioni, nuove competenze, fiducia nell’apertura. Ma le testimonianze raccolte ci dicono che possono indurre anche un innalzamento delle resistenze al cambiamento e un’incrinatura negli equilibri intergenerazionali familiari. Le giovani generazioni acquisiscono le competenze linguistiche, culturali e sociali nei nuovi contesti di vita in tempi più brevi rispetto agli adulti e ciò rischia di dar luogo a un’inversione dei ruoli che può indebolire l’autorità dei genitori. I genitori non sentendosi in grado di trasmettere ai figli un sapere utile per inserirsi nella società possono essere indotti a rinunciare a esercitare la propria funzione educativa e proiettare sui figli un senso di svalutazione. Quando i genitori rifiutano valori e modelli di riferimento della nuova cultura che sono invece accettati dai figli, i giovani possono intenderlo come un rifiuto di loro come persone.

Dublina, riguardo alle relazioni familiari in Romania, osserva: “Sotto il tetto di una stessa casa vivono i nonni, due o tre figli sposati, i nipoti… anche una famiglia povera tiene molto al legame familiare, c’è il modello di famiglia allargata… i nonni vivendo nella stessa famiglia hanno ancora autorità anche sui nipoti… così pure viene tenuto in un certo conto anche il parere degli zii accanto all’autorità dei genitori… per questo è una cosa normale che quando i genitori o anche un solo genitore decide di emigrare i figli possano essere affidati agli zii o ai nonni anche per lunghi periodi”.

Anche la mediatrice Veronica coglie la portata del paradosso educativo in cui si sentono spesso costrette le famiglie rumene nei rapporti con la scuola: “il metodo educativo generalmente diffuso in Romania è abbastanza severo. Sia la mamma che il papà utilizzano sistemi severi per educare i figli: si può trattare di punizioni, botte con la ciabatta o con la cintura e così via… quando arrivano in Italia, quando i figli fanno qualche sbaglio, oppure se dalla scuola arriva una segnalazione di comportamenti non adeguati, una nota, una sospensione… i genitori non sanno più come comportarsi perché quello della severità è l’unico metodo che hanno utilizzato sino a quel momento, che hanno imparato dai loro genitori e ora non si sentono più autorizzati a adoperarlo.

Le tre mediatrici lasciano intendere la necessità di un impegno da parte delle scuole a interrogarsi su questi temi: pare necessario evitare giudizi negativi basati per lo più sul pregiudizio, cercare soluzioni a questi problemi didattici e di comportamento attraverso il dialogo in primo luogo coi ragazzi e poi fra scuola e famiglia, confrontandosi, cercando strade comuni da seguire entrambe. Se i ragazzi capiscono che c’è comunicazione positiva fra le due parti, che c’è una strategia condivisa, può darsi che anche certi loro atteggiamenti possano rientrare. In realtà non sempre si può sviluppare questa collaborazione perché a volte le famiglie non hanno strumenti culturali che possano aiutarle a capire che forse devono cambiare qualcosa nel loro modo di educare i figli per adeguarlo alla società dove si trovano. Alcune mamme riescono a reinquadrare il problema, a fare un cambiamento, a compiere uno sforzo per risolverlo. Il fatto è che se il problema sfugge di mano ai genitori e alla scuola nella fase iniziale, cioè nel periodo della scuola primaria, alla secondaria è più difficile trovare soluzioni.

Altre incomprensioni fra famiglie rumene e scuola (talvolta anche coi servizi sociali) possono insorgere anche a causa del diverso modo di considerare i bambini e di riconoscere loro autonomia e responsabilità. In Italia ci si sorprende del fatto che vengano mandati in un paese straniero dei ragazzi di 12/13 anni magari con uno zio o un parente o un amico di famiglia. Nella cultura rumena i ragazzi sono considerati sufficientemente grandi per fare questa esperienza, soprattutto se la famiglia d’origine è povera o se è intervenuta una separazione o qualche altro evento che la espone a situazioni di difficoltà. In questi casi la madre preferisce affrontare i rischi di una migrazione piuttosto che vivere nell’abbandono. Spesso diverse incomprensioni con la scuola derivano proprio da una diversa valutazione dell’autonomia da riconoscere ai bambini.

Una mediatrice afferma: “Capita d’incontrare bambini rumeni in giro per i parchi che giocano da soli, oppure all’oratorio da soli, o tornare a casa da scuola da soli… spesso anch’io ho avuto diverse segnalazioni di queste situazioni da parte di insegnanti o di vicini di casa… C’è un’abitudine delle famiglie rumene a lasciare che i bambini giochino e si muovano da soli, a riconoscere ai bambini maggiore autonomia, anche se non ovunque… il problema è che a volte questo può essere visto come mancanza di cura da parte della famiglia… invece è un modo diverso di riconoscere autonomia al ragazzo… un modo che a volte viene frainteso dai servizi”.

Dove si mettono in atto delle proposte per le famiglie rumene di aderire a un progetto extrascolastico per i figli, di solito sono contente, aderiscono e spingono i figli a frequentare e partecipare. Un esempio in questa direzione è la Scuola laboratorio Giovani di Vimercate, associazione di volontariato che offre a ragazzi e ragazze a forte rischio di dispersione scolastica la possibilità di vivere un’esperienza di formazione attraverso laboratori di cucina, meccanica, falegnameria. E’ un’esperienza di cura, che cerca di valorizzare le loro risorse (soprattutto relative al saper fare) che spesso non emergono nelle ore di scuola. Dei trenta ragazzi che hanno iniziato il percorso nell’anno 2011/2012 quasi il 50% è di origine straniera: Nord Africa, Sud America, Est Europa, fra cui i ragazzi rumeni sono numerosi.

Solo in rari casi si colgono resistenze causate da disinformazione: le mediatrici Veronica e Dublina riferiscono di fare fatica spesso a convincere alcune mamme a portare i bambini allo spazio/compiti pomeridiano o a mandarli in biblioteca o ai CRE quando le mamme sono signore provenienti da zone rurali, con poca cultura alle spalle. Solo con un paziente e lungo lavoro di incontri queste mamme aderiscono alle varie iniziative che sono proposte ai figli. Un problema concreto è come far arrivare le informazioni alle famiglie rumene. I genitori che possiedono gli strumenti culturali sufficienti si muovono, chiedono; quelli che ignorano i meccanismi d’informazione non sono a conoscenza delle opportunità offerte dal territorio. Secondo la mediatrice Maria in generale i rumeni non usufruiscono molto dei servizi come gli spazio/compiti, i CRE, le ludoteche: occorre un costante lavoro dei mediatori che contattano le famiglie e le informano delle opportunità presenti sul territorio, solo così aumenta l’utilizzo dei servizi. E’ compito della scuola, del sistema dell’istruzione e delle politiche educative locali insistere: gli adulti che, a vari livelli, si occupano di educazione non dovrebbero cedere a quelle che spesso sono solo provocazioni culturali. Il diritto all’istruzione di questi ragazzi deve essere garantito nonostante le difficoltà palesi che spesso emergono.

*Docente di Pedagogia Interculturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca

Bibliografia

M. Giusti, L’educazione interculturale nella scuola, Rizzoli-ETAS, Milano 2012

M. Giusti, Pedagogia interculturale. Teorie, esperienze, laboratori, Laterza, Roma-Bari 2007

M. Giusti, Immigrati e tempo libero, UTET, Torino 2008

M. Giusti, Immigrazione e consumi culturali, Laterza, Roma-Bari 2012


[1]              Il contenuto di questo articolo è stato presentato in altra forma al convegno “Nessuno può crescere solo. Progetto per la promozione dei diritti di bambini e adolescenti in Italia e in Romania”, organizzato dall’associazione Bambini in Romania e tenuto presso l’Università di Milano Bicocca il 15 marzo 2012.

[2]              Dal 2008 per il Corso di Pedagogia interculturale erogato in modalità e-learning presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, avevo aperto in modo sperimentale (e reso obbligatorio per gli studenti iscritti) un esercizio di implementazione progressiva di un WIKI che aveva (ed ha) come titolo “La cultura rumena”. Ciascuno studente e studentessa aveva (ed ha) il compito di avvicinarsi alla cultura rumena, conoscerla in alcuni suoi aspetti e, di seguito, caricare da uno a tre post su un aspetto a sua scelta della cultura rumena stessa, basandosi su varie possibili fonti: libri, siti web, opuscoli, testimonianze dirette raccolte da rumeni, documentazione personale. Il Corso è tuttora attivo nel momento in cui scriviamo.

[3]              Emblematicamente negativo è il caso di una Scuola media di Pisa (ascoltato dalla voce delle docenti interessate) dove ben cinque allievi rumeni sono stati sospesi per un mese per motivi disciplinari. La prima cosa da domandarsi è che cosa avrebbero fatto quei ragazzi in un intero mese di non scuola; la seconda cosa che quegli insegnanti avrebbero dovuto chiedersi è: “Davvero la scuola non ha altri strumenti?”. Purtroppo gli insegnanti non si sono poste domande di questo tipo e al termine del mese di sospensione solo uno dei cinque ragazzi è tornato fra i banchi. Degli altri non hanno avuto più notizie.

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