Il “Gioco della sabbia”

“…Ho voluto misurarmi, tornare a giocare con la sabbia della mia infanzia…”

Il gioco nella terapia Il mio primo incontro con la Sand play therapy o terapia del gioco della sabbia, risale a circa 15 anni fa. Era un momento di scarsi interessi, di sfiducia e nella mia analisi individuale mi sembrava di ripetere sempre le stesse cose, di girare a vuoto attorno agli stessi temi e di non progredire. Un giorno la mia analista di allora mi portò nella stanza che stava allestendo per il “gioco della sabbia” e forte fu il mio interesse e la mia curiosità per tutti quei giochi riposti sulle mensole e ben ordinati. Credo che la mia attenzione sia andata subito ai tanti oggetti più che alle due cassettine di sabbia; mossa da una certa curiosità ho voluto misurarmi e tornare a giocare con la sabbia della mia infanzia, passata in campagna con pochi giochi e tanta natura.

Mi sono misurata con un bisogno concreto di costruire qualcosa e ascoltare bisogni e fantasie lontane nel tentativo di dare loro un nuovo senso.

E’ stato un momento importante per riprendere un contatto fisico con la terra e con l’infanzia, per riaprire un dialogo interrotto.

Il “gioco della sabbia” è stato sviluppato da D. M. Kalff come applicazione del pensiero e della pratica junghiana nella psicoterapia dei bambini e successivamente degli adulti, una applicazione in chiave psicoterapeutica della “tecnica del mondo” di M. Lowenfeld utilizzata nella diagnosi di personalità.

Il materiale e le istruzioni

Per lavorare con “il gioco della sabbia” è necessario avere una serie illimitata di giocattoli in miniatura, contenuti in armadi o mensole, rappresentativi del mondo in cui viviamo: esseri umani, animali, case ed altri edifici, mezzi di trasporto, elementi paesaggistici come alberi, ponti, recinti. Oltre a questo è utile una piccola scorta di materiale non strutturato: creta, filo, sassi, legno, perline, conchiglie e altro.

Scrive L. R. Bowyer: “(…) La Lowenfeld (1954) definisce il suo materiale come un insieme di oggetti dal ‘linguaggio pluridimensionale’, la cui funzione fondamentale ed esclusiva è quella di rendere possibile l’espressione delle idee, dei concetti e delle esperienze interiori, che neppure i disegni e le pitture più ‘fantastiche’ possono comunicare, senza richiedere, d’altra parte, nessuna abilità specifica a chi li usa”. Questo materiale viene usato dal paziente in un vassoio o cassetta di sabbia dall’interno impermeabile azzurro per dare l’impressione dell’acqua quando si libera il fondo dalla sabbia.

Le dimensioni della cassetta sono ben definite e corrispondono al campo visivo umano “(…) La misura della cassetta di sabbia, tagliata sulla misura dell’uomo, pone alla rappresentazione un confine entro il quale il mutamento si compie” (D. M. Kalff).

La sabbia può essere utilizzata sia asciutta che bagnata e perciò è utile avere a disposizione almeno due cassette.

Il setting, ovvero le condizioni necessarie per consentire lo svolgimento del processo terapeutico va esplicitato e definito come in ogni trattamento psicoterapeutico, il paziente è invitato a “costruire” qualcosa: scena, oggetto o altro nello spazio “libero e protetto” della sabbiera.

Il terapeuta tiene un resoconto di quanto avviene nel corso della seduta e la scena costruita viene fotografata e custodita.

Al di là dell’aspetto strettamente tecnico è importante l’atteggiamento di ascolto del terapeuta, che consente il dispiegarsi dell’immagine dall’inconscio e attiva le potenzialità integrative e trasformative del Sé.

D. M. Kalff in un’intervista sulla Rivista di Psicologia Analitica “Percorsi dell’immagine”, sottolinea “(…) La mia paura è che il metodo della sabbia degeneri fino a diventare una semplice tecnica. Il gioco della sabbia applicato con una mente aperta può rivelare i livelli più profondi della personalità che permettono una trasformazione spontanea delle energie in modo naturale…”.

L’utilizzo del gioco della sabbia non comporta per il paziente bambino o adulto una possibilità di confronto con qualcosa di predeterminato come con il disegno o altra tecnica artistica, creare qualcosa nella cassetta viene spontaneo e non occorrono abilità, basta l’immediatezza del gioco.

“(….) La capacità di immaginare la tematica del gioco e di ‘metterlo in forma’, cioè di utilizzare e trasformare gli elementi del mondo esterno per esprimere le vicissitudini del mondo interno, ricorda spesso il potenziale creativo dell’artista” (F. P. Espasa).

Il fattore creativo è uno dei cinque gruppi di fattori istintivi identificati da C. G. Jung come determinanti psicologiche del comportamento, quindi è parte della nostra individualità.

Per l’adulto come per il bambino giocare significa creare, trasformare le esperienze, conoscere e crescere.

Nell’intervista
già citata a D. M. Kalff ad una precisa domanda sulla applicazione del suo metodo agli adulti risponde “(…) Poiché questo processo cambiava i bambini in senso positivo, i genitori volevano sapere come avevano fatto. Risposi che questo processo non è facile da spiegare, ma se volevano avrebbero potuto provare a giocare”.

E’ importante per una persona adulta, “mettersi in gioco”, “stare al gioco” aprirsi alle esperienze, probabilmente occorre più tempo per recuperare una spontaneità perduta e esperienze sensoriali trascurate, come sentire e toccare i granelli di sabbia e abituare il tatto a valutarne la consistenza.

Il terapeuta e il gioco

Ritornando alla mia esperienza, una volta conclusasi ho iniziato a raccogliere oggetti che mi ricordavano l’esperienza analitica e le possibilità ludiche, e dopo anni ho deciso di dare una collocazione a quanto raccolto iniziando la Formazione alla Sand Play Therapy presso l’A.I.S.P.T (Associazione Italiana Sand Play Therapy).

L’idea di avvicinare la sofferenza psichica attraverso il gioco è una possibilità che apre più vie creative al mio lavoro di terapeuta.

Dopo aver lavorato con i bambini, non ho trovato difficoltà a proporre questo approccio terapeutico agli adulti. Oggi mi occupo quasi esclusivamente di persone adulte e quando nella stanza della Sand play mi viene chiesto un aiuto per rendere più aderente alla realtà quello che si desidera rappresentare e allora si allunga il ponte con qualche pezzo di costruzione o si “fa finta” che il filo sia una canna da pesca mi sembra di essere ancora all’interno del gioco

E di giocare anch’io in quello spazio di transizione che si viene a strutturare, una sperimentazione di possibilità sempre diverse.

Anche il terapeuta è parte del gioco e ne è coinvolto fino alla narrazione della seduta e alla sua registrazione, mettendo insieme i quadri di sabbia costruisce una storia e un processo che è anche visivo, colorato, coinvolgente.

Qui è mia intenzione soffermarmi solo sul terapeuta come parte del gioco e in questo senso riflettendo sulla mia esperienza penso di avere ancora oggi la curiosità di trovare e costruire nuovi percorsi, il desiderio di sperimentare e di riflettere su quanto emerge, come quando mi sono avvicinata per la prima volta agli oggetti sulle mensole.

C. G. Jung nel volume XVI Pratica della Psicoterapia (pag.54), dopo aver citato Schiller “l’uomo è totalmente uomo là dove gioca”, continua “(…) L’effetto al quale io miro è di produrre uno stato psichico nel quale il paziente cominci a sperimentare con la sua natura uno stato di fluidità, mutamento e divenire, in cui nulla è eternamente fissato e fissato senza speranza…”.

*Psicologo, psicoterapeuta

Bibliografia

Dora M. Kalff, Il gioco della sabbia e la sua azione terapeutica sulla psiche, Ed. O.S., Firenze, 1966

Ruth Bowyer, La tecnica del mondo di M. Lowenfeld, Ed. O.S., Firenze, 1970

Ricordi sogni e riflessioni di C.G. Jung, ed B.U.R., 1981;

Rivista di Psicologia Analitica, Percorsi dell’immagine, n. 39/89, Astrolabio

F. P. Espasa Psicoterapia con i bambini, (pag.75), R. Cortina, 1993

R. Amman, Heilende Bilder der Seele – Das Sandspiel, Ed. Koesel, 1989

F. Montecchi, Il gioco della sabbia nella pratica analitica, F. Angeli, 1997

Jung C. G., La dinamica dell’inconscio, Opere vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976

Jung C. G., Pratica della psicoterapia, Opere vol. XVI, Boringhieri, Torino, 1981