Il mediatore linguistico culturale

Figura trasversale, punto forte di riferimento che costruisce “ponti invisibili”

L’importanza e la necessità dell’intervento del Mediatore Linguistico Culturale (M.L.C.) in una struttura come L’I.P.M. Cesare Beccaria di Milano è legata all’elevata presenza di ragazzi appartenenti a lingue, culture e, più specificamente, a modelli di organizzazione sociale e familiare diversi che comprendono, ad esempio, le modalità di allevamento e di cura dei figli, la concezione della famiglia, il rapporto uomo-donna, le forme dell’autorità genitoriale e il rapporto fra questa e l’autorità pubblica, e tutte quelle altre dimensioni che vengono ad incidere fortemente sulla gestione della quotidianità.

Il M.L.C. è una figura “trasversale” che collabora in ogni fase dell’intervento rendendolo possibile, efficace, facilitandolo. Tale trasversalità non è però solo di tipo diacronico (segue il ragazzo dall’inizio alla fine) ma anche inter-professionale; la sua presenza è infatti richiesta in ciascuno degli interventi che riguardano il minore straniero, cosa questa che garantisce un passaggio più cospicuo di informazioni sul ragazzo agli operatori, oltre che una continuità e coerenza dell’intervento a suo carico. Le due parti, grazie al mediatore, hanno la possibilità di conoscersi meglio e di comprendere le reciproche tradizioni. Va inoltre sottolineato che, sebbene l’intervento di mediazione presupponga – per definizione – la co-presenza di tre soggetti, esso si dimostra efficace anche in assenza del mediatore stesso; il suo infatti, è un lavoro sotterraneo che tesse trame di rapporti fra le due parti in causa facilitandone il rapporto e cementandone la fiducia reciproca; in questo senso, si può dire che il mediatore agisce costruendo “ponti invisibili”.

Il M.L.C. deve sviluppare una forte capacità di ascolto empatico, che non si applica solo al rapporto col ragazzo, ma che si estende anche a quello con gli operatori; per svolgere efficacemente il proprio ruolo il mediatore deve, in altri termini, riuscire a “leggere le situazioni” tenendo contemporaneamente presenti i punti di vista delle due parti in gioco; solo così può rendere possibile un aggancio efficace che non sacrifichi le specificità di ciascuna di esse, ma che, anzi, offra spunti di arricchimento reciproco.

Il mediatore partecipa all’équipe, alle sedute diagnostiche/terapeutiche, ad alcuni momenti della vita del gruppo (pranzi, riunioni), alla stesura della relazione d’osservazione e al processo, affiancandosi a tutte le altre figure professionali che operano all’interno dell’istituto, senza mai sostituirsi ad esse; la sua è una “figura terza” che non può essere ridotta a nessuna delle parti in gioco. Non è un surrogato né dell’operatore, né del ragazzo straniero; con ciò si intende dire che non può (e non deve) parlare per conto dell’uno o dell’altro scavalcandolo, ma limitarsi a facilitare il rapporto fra i due. Esiste il rischio che il M.L.C., in virtù del legame di fiducia instaurato col ragazzo, finisca col colludere con questi e risponda a richieste che esulano del proprio ruolo; è importante quindi che il M.L.C. mantenga la propria neutralità, da intendersi come capacità di essere consapevoli e di agire nei limiti del proprio ruolo.

Mentre in ambito sanitario e/o scolastico l’intervento del M.L.C. consiste nel non far sorgere i conflitti, in una struttura carceraria, ove la dimensione del conflitto è inevitabile, il compito del mediatore è quello di ridurlo ed evitare la “rottura” che potrebbe esprimersi in una chiusura del ragazzo in se stesso e in un rifiuto a collaborare con le altre figure istituzionali, delle quali non comprende il ruolo. Per i ragazzi albanesi, l’educatore, l’assistente sociale, e la psicologa sono figure nuove o, quantomeno, completamente diverse da quelle che hanno conosciuto nel paese d’origine; pertanto è facile che, all’inizio, esse vengano vissute in termini persecutori e definite come “ficcanaso” desiderose di raccogliere informazioni sul ragazzo per colpire lui e chi sta dietro di lui. La conseguenza è che, nonostante gli sforzi degli operatori, il ragazzo si dimostra diffidente; in questo caso, il M.L.C. può riuscire meglio di altri ad individuare strategie d’approccio adatte ad aprire il canale della comunicazione, e si pone così come punto forte di riferimento per lui. Mentre nella relazione con l’operatore italiano il ragazzo sente di doversi difendere dalle “etichette” che lo stigmatizzano per il solo fatto di essere straniero, la relazione col mediatore è più facile, perché il ragazzo lo sente istintivamente “dalla sua parte”, e lo vive come una persona che può capirlo e conoscerlo proprio perché estraneo alle deformazioni del pregiudizio. La “bacchetta magica” che rende possibile tutto ciò, sta nel fatto che si comunica in una lingua a loro familiare, lingua da intendersi come veicolo d’espressione di codici culturali, modi di vita, modelli di organizzazione sociale; è la lingua madre che fa sentire i ragazzi protetti, che dà loro sicurezza, che li aiuta a recuperare la memoria storica e che, a volte, li “tradisce”. Nella propria lingua, pensiero e parola sono due facce di una stessa medaglia, sono i due estremi di un continuum: la parola segue sincronicamente il flusso del pensiero e la possibilità di intervenire su questo è fortemente limitata; per poter parlare in un’altra lingua occorre invece prima “pensare in un’altra lingua”: la “costruzione” del pensiero diventa così, per il ragazzo, un’opportunità di filtrare il proprio eloquio e di nascondersi con più facilità dietro a quelle menzogne che ritiene utili per sé. Parlando col mediatore, invece, i ragazzi lasciano emergere quasi istintivamente quello che hanno dentro; la loro comunicazione è automatica, immediata, sincera. Analogamente, il mediatore traduce e dà senso anche agli atteggiamenti tenuti dal ragazzo, rendendolo così trasparente agli occhi dell’operatore. Può succedere, ad esempio, che il ragazzo appena giunto in I.P.M. si senta spaventato, minacciato, privo di punti di riferimento e che, quindi, dia false generalità o si inventi una storia che non è la sua; in casi come questi, il M.L.C. interviene spigando al ragazzo l’inopportunità di certe reticenze, presentando il contesto normativo col quale sta interagendo, e rendendogli esplicito il peso che il reato da lui commesso assume in questo paese. Questa consapevolezza riduce la percezione di essere vittima di una pena ingiusta solo perché straniero, e tutto ciò si traduce in una riduzione del senso di frustrazione e del desiderio di rivalsa. Inoltre, la conoscenza – basata sulla condivisione – della realtà sociale e culturale di provenienza, facilita una lettura critica – ma non prevenuta – del reato, cosa questa che può innescare un processo di revisione della propria esperienza di vita, e contribuire alla ricostruzione di un’identità che è stata spezzata. Oltre a ciò, fin da questi primi momenti, il mediatore rende esplicito il proprio ruolo e quello degli altri operatori presenti in istituto, permettendo così al ragazzo di comprendere cosa debba aspettarsi dall’uno e dagli altri, quale sia il tipo di aiuto che può ricevere da ciascuno di essi e, cosa ancor più importante, in che consista l’“aiuto” che essi possono offrirgli, visto che i ragazzi tendono a confondere spesso l’aiuto con il “favore”.

Questo ed altri equivoci (non è infrequente che i ragazzi facciano fatica a comprendere il significato di certe espressioni come ad esempio: “prendersi cura di sé”, “Ti sto vicino”, “Come ti immagini il futuro?” “Cosa ti aspettavi quando sei venuto in Italia?”) derivano dal fatto che la loro cultura di appartenenza codifica l’esperienza secondo categorie differenti, cosa che determina una non sovrapposizione dei significati delle diverse espressioni (ad es. l’aiuto viene spesso ricondotto all’elargizione di qualche bene materiale o di qualche beneficio e non alla presenza fisica, e all’ascolto dei bisogni emotivi…). In questo caso il mediatore non si limita a trasmettere il messaggio e il suo contesto, ma offre al ragazzo anche “griglie di lettura del reale” che gli
permettono di decifrare e di comprendere adeguatamente una realtà a lui sconosciuta. Così facendo, il M.L.C. facilita il percorso di autonomizzazione del ragazzo, in quanto offre uno strumento che egli potrà spendere anche una volta uscito dal carcere in vista di una migliore integrazione col tessuto socio-culturale nel quale si trova.

Oltre a queste attività prettamente funzionali alla vita dell’istituto, il M.L.C. persegue obiettivi più ampi che riguardano la promozione di una cultura della tolleranza e del rispetto delle diversità. Il M.L.C. non deve infatti lavorare solo con il proprio gruppo di appartenenza, ma deve anche contribuire alla costruzione di un rapporto di rispetto inter-culturale.

A tal proposito, una volta alla settimana, i mediatori gestiscono uno spazio informale – detto Infostranieri – nel quale piccoli gruppi di ragazzi di diverse nazionalità si ritrovano a condividere esperienze di vita quotidiana, che vanno dall’ascolto di musica tradizionale, al fare merenda con dolci tipici, alla discussione di letture sui temi del pregiudizio, fino al dibattito sull’attuale situazione politica e sociale del loro paese d’origine. La non strutturazione di questi spazi, consente ai mediatori di cogliere nel gruppo tutti quei moti di insofferenza che si sviluppano sia all’interno di uno stesso gruppo di appartenenza, che fra ragazzi di nazionalità diversa, di leggere i conflitti e di depotenziare, così, l’aggressività.

Il medesimo contesto consente anche di proporre un’analisi critica della propria cultura d’origine; tramite un ascolto – che è segno di comprensione ma non di condivisione – il mediatore può facilitare una lettura critica delle tradizioni e degli stili di vita portati dal ragazzo, dandogli la possibilità di riflettere sull’opportunità o meno di rivedere alcuni di essi soprattutto in vista di un miglior inserimento nel tessuto culturale italiano.

Il mediatore diventa così, per il ragazzo, un modello cui rifarsi, la prova della possibilità reale di integrarsi con successo nel paese ospitante, un motivo di orgoglio per tutti.

Si ringrazia Annalisa Vicari,

psicologa, per le sue riflessioni sul ruolo del mediatore

linguistico culturale

*Mediatrice Linguistico Culturale

IPM C. Beccaria, Milano