IL MISTERO DI MARIA – LUCE IRIGARAY

“Il mistero di Maria”

Luce Irigaray è filosofa e psicoanalista, direttrice di ricerca in filosofia presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica francese. Formatasi alla scuola psicanalitica di Jaques Lacan, è una delle pensatrici più influenti degli ultimi decenni, anche in relazione alla riflessione sul tema delle differenze di genere. Ha scritto per le edizioni Paoline (2010) Il mistero di Maria, libro il cui intento è quello di parlare a tutti, credenti e non credenti, per avvicinare il lettore a questa figura che, proprio perché pienamente umana, è stata in grado di accogliere e dare carne al totalmente divino. Il centro significante del breve scritto è ì l’umanità piena di Maria, o meglio, la sua femminilità totale e accolta, il suo essere donna e quindi custode del soffio generativo, del legame profondo tra essere umano e natura che il peccato originale ha spezzato. Una parola “universale”, che si avvale di molteplici apporti culturali, nella volontà di svincolare Maria da una tradizione che il pensiero moderno tende a considerare mortificante nei confronti del femminile.

Recensioni di Ambrogio Cozzi e Luca Buccheri

AMBROGIO COZZI*

Conservo della mia infanzia ricordi molto vivi di mesi mariani (il mese di maggio), novene e rosari che indicavano una centralità della figura della Madonna nelle pratiche religiose. Più chiese legavano la sua figura ad avvenimenti della vita sociale, ad eventi storici perduti nel tempo.

Così c’era una chiesa dedicata alla Madonna del Lazzaretto, protettrice del luogo dove venivano confinati i malati di peste. Dediche che andavano a confermare quel ruolo di mediazione con il divino che da sempre, in parte ereditandolo da altre figure femminili della Bibbia, la Madonna si era trovata a svolgere.

Una Madonna quindi legata agli eventi della comunità, che soffriva o gioiva con lei, ma legata anche alla sfera divina. Queste Madonne, anche come rappresentazione, erano ben lontane dall’iconografia e dalle raffigurazioni successive poi dilaganti, vestite di bianco, col velo azzurro, gli occhioni grandi, nascoste,
di cui non si vede mai il corpo.

E’ chiaro che questa devozione verso queste Madonne non era solo una dimensione popolare del culto, ma si legava alla dimensione ufficiale del culto, attraverso calendarizzazioni liturgiche, riletture della centralità della figura di Maria e via di seguito. Perché questa lunga premessa? Perché, a mio parere, se l’Autrice, anziché contrapporre il culto di Maria nella religiosità popolare all’accantonamento di Maria nella liturgia ufficiale, avesse inseguito l’intrecciarsi delle due dimensioni, verificando come l’una si sostenga sull’altra, come entrambe siano necessarie per comprendere le radici del culto religioso, forse il libro ne avrebbe guadagnato in chiarezza senza perdere la dimensione di complessità del problema. Invece così ne risulta una raffigurazione dell’altro ritagliata rispetto ad uno sfondo e questo implica la necessità preliminare, per costruire il proprio discorso, di decidere cosa è sfondo e cosa figura.

Vedo un po’ questo pericolo anche nel discorso che l’autrice fa intorno al respiro, che se è lecito tradurre come respiro, occorre tenere presente che questo respiro è contemporaneamente soffio, cioè rimando all’altro. Allora forse la figura di Maria ha più sfaccettature, vive qualcosa che in parte è incomprensibile, oltre le regole dell’esistenza umana, che oltre al silenzio, che ben sottolinea l’autrice a partire dall’Annunciazione in una dimensione originale, vi è anche la parola. Ma questa parola non parte dall’essere madre, poiché l’essere madre è più sottolineato da difficoltà e rinnegamenti che da acquiescenze.

Il Nuovo Testamento ci presenta una donna che il figlio tratta con durezza, che fa difficoltà a capire il figlio. “Che c’è tra me e te, o donna!” è una di queste. Gesù arriva a dire – e lo registrano Marco e Luca – che quegli è sua madre, quelli sono i suoi fratelli e le sue sorelle: “Quelli che fanno la volontà del Padre mio”. E a chi dice: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito”, dice ancora una volta:” Non beati questi, ma quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.

Quella che viene rinnegata è la maternità secondo la carne, accettare che il figlio si allontani, e che questo allontanamento sia stato stabilito altrove, che un disegno sia già stato tracciato, e che in questo disegno il divino abbia configurato la possibilità di riscatto dell’umano.

E’ così che ritroviamo Maria come madre e sorella al figlio nel discepolato, che Giovanni ce la descriverà ai piedi della Croce, che verrà presentata negli Atti degli Apostoli come il modello della perfetta credente. Ma anche queste osservazioni si collegano a quelle della prima parte. Vi è un intreccio di piani e nel culto e nella presenza di Maria nella Bibbia, che non può essere semplificato, non può essere ridotto ad un uso contro la misoginia della Chiesa. Nelle scritture, con le cautele dovute al fatto che non sono un biblista, si stratificano più piani. Non possiamo ridurli per leggere l’esito storico presente. Il rispetto della pluralità di piani deve essere mantenuto, pena una sorta di antologizzazione delle Scritture che rischiano di tradirle.

Penso che anche l’autrice inviti a seguire questa direzione quando scrive “Un mistero che non ha ancora svelato tutti i suoi segreti, e che rimarrà sempre in parte mistero, dato il toccare, l’intimità, l’invisibilità che vi partecipano. Un mistero che è stato, come lo vuole la nostra tradizione, assimilato al ruolo materno di Maria più che attribuito alla sua identità femminile, a partire dalla quale tuttavia lei continua a manifestarsi al mondo”.

 *Psicoterapeuta, membro effettivo della Scuola Europea di Psicoanalisi, lavora
presso il Servizio di psicologia clinica del AO Salvini di Garbagnate Milanese

LUCA BUCCHERI**

La riflessione che la filosofa francese Luce Irigaray dedica alla Madonna è un omaggio, quasi una  restituzione” alla sua importanza di donna nella storia della salvezza cristiana. Nel Prologo del testo la  ricercatrice francese si domanda come mai colei che rappresenta la “condizione dell’incarnazione”, e quindi del mistero cristiano per eccellenza, sia così poco considerata a livello teologico nel suo “rapporto con il divino” e non solo in qualità di “madre”. Quanto sfugge al pensiero teologico (maschile) – intuito al contrario dal fervore popolare –, è proprio quel legame col soffio divino che l’ha resa feconda.

Leggiamo un passaggio importante tolto dal secondo capitolo, dedicato alla donna “Divina per nascita”:

Il divino è collegato all’aria, al respiro. (…) Dio crea mediante il suo soffio. Il diabolico invece si compiace del rinchiuso, teme le correnti d’aria. Mimo del vivente, il diabolico non respira, o non respira più: toglie l’aria agli altri, al mondo. Siamo in qualche modo divini dalla nascita ma una mancanza di coltivazione del nostro respiro ci fa perdere la nostra divinità. (…) Coltivare il proprio respiro porta al risveglio, conduce a una conoscenza del divino in se stessi…”.

Dato questo presupposto, l’autrice presenta la donna come colei che “ha una relazione privilegiata con il respiro” capace di collegare “la terra e il cielo mediante una trasformazione della materia con il soffio”. A dire il vero non ci viene spiegato il erché di questo privilegio femminile e come avvenga questa spiritualizzazione del respiro che riesce a divinizzare la natura. Da questa affermazione deriva la convinzione che “la donna non deve staccarsi dalla natura per umanizzarla”, ma che le basta
essere se stessa. Passando poi a Maria e alla scena dell’Annunciazione, la Irigaray mostra come l’iconografia abbia spesso rappresentato Maria con le mani incrociate all’altezza dello sterno, luogo del respiro, quasi a voler proteggere il suo tesoro, “colui che risulta dalla trasformazione del suo respiro vitale in un respiro amoroso  spiritualmente condivisibile”, il bambino Gesù. L’angelo la risveglia dunque non ad una procreazione carnale, ma ad un respiro superiore, “animato da amore e da parole che permettono la comunicazione, e perfino la comunione, fra esseri differenti”.

Maria in questo è pienamente protagonista, partner del divino che la interpella per divenire Parola incarnata. Ma anche l’umanità di Maria – e di noi tutti – ha bisogno della Parola divina per trasfigurare se stessa trasformando un’appartenenza naturale in una spirituale.

La verginità di Maria viene letta come la “capacità di mantenere il proprio respiro, il proprio soffio autonomo”, cioè la propria non-sottomissione all’umano, alla maschile separazione corpo-spirito che “impedisce di partecipare in modo attivo alla nostra divinizzazione e a quella dell’universo”. E il silenzio di Maria – rappresentato da labbra che si toccano – è cifra non di un’assenza, ma del compimento di sé e di una perfetta interiorità, è mezzo per preservare l’intimità con se stessa. Dunque un silenzio gravido di futuro, “riserva di parole o eventi futuri la cui manifestazione è ancora sconosciuta”.

Questa lettura mariologica al femminile che Luce Irigaray ci regala è certo una impegnativa e affascinante riflessione sulle profondità dell’essere e del trascendente, una freccia acuta scoccata contro il maschilismo nella chiesa, che pone in evidenza la missione spirituale del femminile nella storia, ben oltre la sua mera funzione naturale.

**Sacerdote, biblista, giornalista e collaboratore della Fraternità di Romena

Recensione di Annarosa Buttarelli


ANNAROSA BUTTARELLI***

In un delizioso libriccino da tenere in tasca come quelli destinati alla meditazione quotidiana, Luce Irigaray scrive una delle tappe più significative della sua ricerca intorno al divino di segno femminile. L’autrice si conferma come geniale filosofa della differenza sessuale, attraversata dalle contraddizioni del presente e sempre più fedele all’impegno di sperimentare e offrire compassionevolmente le chiavi della liberazione per donne e uomini, senza cessare di dare priorità a un cammino di libertà delle donne, che è in corso e le è debitore, di passi decisivi e, crediamo, irreversibili.


Il testo, un’intensa riflessione su Maria di Nazaret e madre di Gesù, scritto con la semplicità accurata di chi vuole arrivare al cuore di molti e di molte, si muove per soccorrere un’umanità che ha fatto a pezzi sé e il pianeta dove vive; che si è ridotta a non avere quasi più la capacità di alimentare lo spirito e di conservarsi caro l’accesso alla trascendenza, prima ancora di gettarsi in qualche confessione religiosa. Da grande pensatrice qual è, Irigaray sa che nel presente le trasformazioni non possono più avvenire secondo argomentazioni e dimostrazioni logiche neo-illuministiche, alle quali ci ha abituato un razionalismo estenuato, vista la sua impotenza di fronte al bisogno di saper dare parole anche al sentire, all’immaginazione, a tutto quel mondo dell’interiorità che María Zambrano e Simone Weil indicano come bisogni radicali dell’anima. Irigaray va al punto forse più dolente della crisi globale contemporanea: l’ottusità della ripetizione di tutto ciò che non solo non ma che anzi è distruttivo e la correlata mancanza di creatività dovuta, in Occidente, anche all’abbandono di quella che si può chiamare filosofia sapienziale.


Con Il mistero di Maria, la filosofa incoraggia l’accelerazione del necessario processo di ri-spiritualizzazione dell’umano proponendo esplicitamente un cambiamento generale della forma mentis occidentale in favore di una nuova “cultura della saggezza”. Si può provare la tentazione di attribuire tutto il merito di questa mossa alle sue personali ricerche in ambito buddista e induista, ma rimaniamo comunque stupiti e stupite dalla finezza con cui queste ricerche vengono messe al servizio della riapparizione e della collocazione di Maria di Nazaret al centro della nostra vita politica e spirituale. Riprendendo il filo tessuto nel suo fondamentale Sessi e genealogie, Luce Irigaray ci chiede di mettere al cuore del cambio di civiltà in corso la Madonna cristiana cattolica, in modo da riconoscerla e di avvalerci della sua opera di “co-redentrice del mondo”, insieme a suo figlio Gesù.


Se il senso profondo di questa proposta fosse già stato recepito, potremmo già tirare un respiro di sollievo: significherebbe che l’intelligenza generale ha registrato che ci troviamo in pieno post-patriarcato, un tempo che non ha più punti di orientamento, che ha bisogno di un nuovo ordine simbolico da condividere, per il quale occorre trovare immagini, metafore vive, creatività, nuove dimensioni narrative, e perfino mitologiche, così da scuotere e trasformare un immaginario spento da una sciatteria a senso unico (leggi fallocrazia), che l’ha tenuto in vita per un tempo incalcolabile. Luce Irigaray sa bene che sarebbe tragicamente ridicolo affidare di nuovo ai soli uomini intellettuali il compito di rimettere ordine ai legami sociali o a quel che ne resta, dopo che ne hanno accelerato il disfacimento attraverso la doppia morale: scrivere bene e, nella vita di relazione, razzolare male ma con più efficienza. E’ piuttosto necessario sapere come la mente abbia bisogno di nuove immagini per riprendere a pensare veramente e a pensare tutte e tutti.


Qui da noi, il cristianesimo popolare e femminile ha seguitato a coltivare il culto di Maria come virgo potens e come figura storica che merita e sostiene tutte le meravigliose attribuzioni contenute nelle Litanie lauretane. La dottrina istituzionale della Chiesa invece, scrive Irigaray, ha scelto di coltivarne la memoria e la posizione come archetipo di maternità esemplare al servizio di Dio-padre e del suo progetto. Il suo essere “Porta del Cielo” è stato scambiato come semplice essere corpo che si offre per l’attraversamento di un corpo celeste, mezzo tra padre-dio e figlio-dio. La cosa non è rimasta senza conseguenze, né per la nostra cultura, né per la politica, né per la ricezione della differenza femminile, quando vada intesa, ad esempio, come autorità filosofica, sapienziale e politica. Tanto è vero che, in pieno cristianesimo realizzato (?) e sbandierato, di “Maria non sappiamo quasi nulla”, scrive Irigaray, facendo di questa costatazione la cifra di una grave ignoranza della cultura generale e delle pratiche relazionali. L’incipit di Irigaray è infatti da leggersi anche come un reiterato “delle donne non sappiamo e non vogliamo sapere quasi nulla”.


Sono le donne stesse e il culto popolare che hanno traghettato e difeso una presenza e un’esperienza che ora vengono buone per soccorrere i nostri tempi. La pretesa di Irigaray è alta, è il tentativo di mostrare l’evidenza di una correzione teologica improcrastinabile: ciò che le donne sono riuscite a sapere di sé e di Maria di Nazaret si rivela necessario per riposizionare le carte in tavola del simbolico, per calarne altre, per ascoltare davvero il bisogno di trascendenza dell’anima. Colei che è cara a chi “ha fame e sete di giustizia” può essere la figura di una nuova era in cui il pensiero si incarna veramente, così come ha segnato l’ingresso nell’era cristiana con il suo consenso alla necessità di concepire il messaggio d’amore incarnato in suo figlio Gesù. Dice infatti Irigaray che Maria è protagonista consapevole di una novità: il concepimento di una nuova umanità non può essere solo emotivo o fisico (Maria non è mai solo corpo materno) ma accade se si trovano parole nuove, se si parla con l’angelo, come ha fatto per l’appunto Maria. Ci viene ricordato che ogni concepimento è simultaneamente nel corpo, spirito, pensiero e parole e che ogni nuovo inizio ha bisogno di parole vere incarnate e sessuate.


Maria, secondo la filosofa, corregge genealogicamente l’incauto errore di Eva perché le insegna che non si può pretendere di diventare divini prima di portare a compimento la propria umanità, prima di assumerla avendola accettata. La “redenzione” viene intesa in questo senso e anche nel senso della ripresa del respiro e della parola autenticamente pronunciata. Ma da dove viene l’autorità simbolica di Maria? Proprio dalla sua misteriosa verginità, bistrattata e fraintesa dalla Chiesa al punto da indurre Luce Irigaray ad accusarla di minare paradossalmente “i fondamenti stessi del cristianesimo”, forse perché le è sfuggito che è già stata formulata l’idea che uno dei nomi della Madonna sia “Spirito Santo”. La filosofa respinge in particolare la teologia della “mediazione dello Spirito Santo (nel mettere incinta Maria, n.d.r) che rappresenta l’amore tra il Padre e il Figlio della Trinità cristiana. “Maria avrebbe concepito senza partecipare!”. La cifra della verginità di Maria (non la castità!) starebbe invece a significare che, alle radici stesse del cristianesimo, il legame diretto delle donne con Dio, non è mediato da alcun uomo, né da alcunché di maschile. Come a dire che l’autonoma verginità del pensare e parlare delle donne è garanzia di buona novella per tutta l’umanità, è conveniente per tutti.


Maria appare così anche l’affrancamento, fin dall’origine, dall’identificazione con lo stato di natura in cui la cultura filosofica occidentale ha invitato spesso le donne a rincantucciarsi. Poiché il “gesto etico” di Maria non consiste solo “nel rispettare la vita dell’altro, ma anche nel dare la vita all’altro”, fisiologicamente e spiritualmente differente da lei, ecco che nella vita femminile si evidenzia la capacità di “rispettare la trascendenza dell’altro, di cui pochi uomini sono effettivamente capaci”. Questo affondo di Irigaray intende colpire sia i residui culturali e psicoanalitici dell’ortodossia freudiana, quando teorizza la necessità dell’intervento del padre per separare il bambino dalla madre, sia la responsabilità degli uomini di oggi, quando continuano a non vedere come sono loro ad essere i più vicini allo stato di natura, incapaci di affrancarsi da impulsi violenti e distruttivi. Le donne già si trascendono nel concepire l’opera di dare la vita e di mettere al mondo altre vite differenti in corpo e spirito.


Infine, in continuità con la sua ricerca filosofica sell’importanza dei “trascendentali sensibili” nella vita di relazione (Etica della differenza sessuale), Luce Irigaray ci presenta Maria come “la prima figura divina del tempo dell’incarnazione”, come ben sanno gli artisti che hanno provato a rappresentarne la novità. Fatta eccezione per la mistica, l’autrice polemizza con l’esito di una cultura cristiana anestetizzata, che considera trascendente solo ciò che “sfugge alle nostre percezioni sensibili, solo ciò che è disincarnato”. Maria, concependo e crescendo nel suo corpo l’invisibile divino, mostra la realtà del divino dentro l’umano e testimonia la necessità di coltivare le percezioni sensibili interiori ed esteriori, una “cultura del toccare” sensibile e carnale versus le politiche dell’immunizzazione, dell’astrazione e dell’indifferenza.


Mostrando Maria di Nazaret in questa luce, Luce Irigaray, oltre a indicare un modo di fare filosofia radicalmente trasformato, ripercorre i luoghi catastrofici della nostra epoca e presenta la sua proposta, che si accompagna ad altre proposte femminili analoghe, di una nuova politica, forse l’unica politica possibile oggi. Ci offre così una testimonianza ulteriore che porta acqua al mulino di un’intuizione sempre più consistente, un’intuizione che dice al secolo appena iniziato: la filosofia è la filosofia delle donne.

 

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