Il principio di sostenibilità 

E’ riduzionistico limitarsi ad un approccio estetico al problema ambientale… occorre rivolgere l’attenzione all’esaurimento delle risorse ambientali

“Una delle cause delle nostre miserie è che noi viviamo seguendo l’esempio altrui e, invece di regolarci secondo ragione, ci lasciamo trascinare dalla consuetudine”

(Seneca, Lettere a Lucilio, XX-123, trad. Giuseppe Monti – BUR, classici latini e greci, 2001)

Nel corso della storia sociale umana la questione ambientale ha subito una complessificazione progressiva e funzionale alle problematiche che ciascuna epoca ha dovuto affrontare. In passato ciò di cui si aveva più timore erano le patologie infettive: inquinare era lordare, contaminare. Data la visione esclusivamente macroscopica del mondo nell’antichità, i cinque sensi erano gli unici strumenti di monitoraggio della salubrità dell’ambiente circostante. Non è casuale che Seneca, colpito da febbre, racconti di essersi rifugiato nella sua villa nomentana e di avere tratto giovamento dallo stare lontano “dall’aria pesante di Roma e [da] l’odore di cucine fumanti che,…, effondono con la polvere tutto quel vapore pestifero che hanno assorbito”1. La possibilità di percepire direttamente la presenza di un fattore inquinante e di associare a quella un immediato effetto sulla salute umana è stato essenziale per la gestione del problema ed ha mosso consensi o proteste di carattere sociale. Oggi la consapevolezza, da parte degli amministratori delle strutture produttive, dell’enorme valenza dell’impatto estetico in sede di approvazione delle loro attività, ha guidato gli stessi ad allontanare i siti di produzione da quelli di utenza o a rendere sensorialmente impercettibili gli inquinanti emessi, in modo conforme alla filosofia del “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

Questa poteva essere una soluzione (anche se discutibile) ai tempi dei maestri ramai della zona dello Stolberg (Germania) del XVII secolo, quando l’intensità della attività dei medesimi e l’assenza della combustione a carbone garantivano la reale dispersione e diluizione nell’aria dei vapori inquinanti dei loro camini. Quando quelle fucine (nell’ordine delle centinaia, sparse per la vallata) che producevano 300 t/anno di ottone furono sostituite da cinque che utilizzavano carbone come combustibile (che nei processi di ossidazione produce anidride solforosa) e delle quali una sola arrivò a produrre 2500 t/anno di ottone, ci si rese conto di come i danni causati dal fumo deteriorassero le città e degradassero i boschi circostanti. Non era più vero che nell’aria, miracolosamente, spariva ogni cosa. Meglio: il sistema ambiente non era più in grado di metabolizzare i residui di lavorazione. Se l’intensità di emissione di un fattore inquinante non è in equilibrio con i tempi richiesti dall’ambiente per smaltirlo, si va incontro ad un accumulo della sostanza in causa, qualunque essa sia.

Si comprende quanto il primo approccio che l’umanità ha avuto con la problematica ambientale sia stato legato alla gestione delle scorie organiche o chimiche di sintesi immediatamente percepibili.

Questo deve portare a riflettere su due aspetti: 1) in tempi attuali, a seguito della conoscenza di fenomeni biologici e chimico-fisici causati da agenti non rilevabili dai cinque sensi, è anacronistico e riduzionistico limitarsi ad un approccio estetico al problema ambientale,  2) l’attenzione si sta rivolgendo progressivamente oltre che agli scarti di lavorazione anche al consumo ed all’esaurimento delle risorse ambientali.

Durante l’epoca preindustriale ogni gruppo sociale viveva direttamente i passaggi della trasformazione. La risorsa naturale che veniva utilizzata, che fosse idrica, suolo o animale, veniva ricavata nell’intorno dell’insediamento in quantità tali da garantirla anche in tempi a venire; ogni scarto, poi, rientrava, circolarmente e secondo i tempi naturalmente sostenibili, nel microsistema instauratosi: una sorta di riciclaggio ante litteram. Non è un caso che allevamento ed agricoltura convivessero sinergicamente nello stesso contesto produttivo, del quale il contadino conosceva la complessità ed i limiti. Ogni anno la risorsa risorgeva2 garantendo l’autosostentamento.

L’interesse, esploso nel dopoguerra, verso la produzione di beni di consumo ed una progressiva monetizzazione del “ben-essere” ci hanno allontanato da una visione sistemica e circolare dell’ambiente, spaccato nei compartimenti stagni dei vari settori produttivi.

Ai giorni d’oggi, infatti, la possibilità di ridurre i tempi di percorrenza di grandi distanze e l’inaccessibilità dei poli industriali, ha portato a rendere ancora più lontani fisicamente e mentalmente i luoghi in cui viene generato ciò che è oggetto di consumo e questo, a nostro parere, ha creato dei buchi logici sul percorso che intercorre tra la risorsa utilizzata ed il prodotto finito.

La società dell’hic et nunc e della comunicazione a distanza qual è quella odierna ci ha portato a linearizzare i processi produttivi ponendo agli antipodi i produttori ed i consumatori, che si vedono ricevere passivamente energia nelle varie forme fruibili (compresa quella alimentare, che impegna il 20% delle risorse naturali). Schiacciare l’interruttore, girare il rubinetto sono ormai azioni che, nel nostro pensiero, portano inevitabilmente agli effetti luce ed acqua come fossero dei veri e propri riflessi incondizionati del nostro esistere: una sorta di estensione della nostra razionalità le cui eventuali (e sempre più probabili) deficienze diventano foriere di destabilizzazioni inaudite. Ma cosa c’è alle spalle? Romanticamente ci si potrebbe chiedere: “Che sono? Donde vengono e (soprattutto) dove vanno le risorse che sfruttiamo?”. Il contadino e l’uomo del villaggio (non globale, s’intende!) non dovevano porsi quelle domande perché avevano sotto gli occhi il ciclo del produrre e del consumare, nonché un habitus mentale tale da comprenderne l’equilibrio. Per noi gente occidentale dell’oggi, che non sa più che rumore fa la falce che taglia il grano, diventa essenziale recuperare la componente di riflessione sul percorso seguito da ciò che entra nel nostro vivere quotidiano: quello che non è più direttamente esperito necessita di una comprensione intellettuale. Non bisognerebbe mai dimenticare la semplice, e geniale, affermazione di Lavoisier: “nulla si crea, né si distrugge, tutto si trasforma” e questo vale anche su scala globale. La crescita di una consapevolezza della natura sistemica dell’ambiente porta inevitabilmente a prendere atto di quanto sia arduo cercare di porre rimedio alla questione ambientale e del consumo delle risorse. Ogni volta che qualcosa ci ricorda l’esistenza di una crisi (una conferenza sull’esaurimento del petrolio, della risorsa idrica, piuttosto che un black-out), scattano reazioni di panico collettivo alimentate da slogan massmediatici e sensazionalistici che portano ad accettare soluzioni basate su premesse molte volte mal poste. Scoprirsi timorosi e rabbrividire di fronte a scenari di carestia e di morte è un passo essenziale per prendere atto di una questione realmente esistente. Tuttavia, la paura rende vulnerabili e disposti ad affidarsi a chiunque proponga un rimedio subitaneo, figlio di un’ottica deterministica e lineare, ad un problema in realtà complesso come quello ambientale. I movimenti ambientalisti, necessari per dare evidenza ai fatti, non  dovrebbero mai abbandonare una visione razionale e riflessiva di fenomeni facilmente strumentalizzabili, se affrontati solo su un piano emotivo. Si pensi all’imminente esaurimento degli idrocarburi. Meditando sulla frase di Lavoisier si comprende che limitarsi a impiegare una nuova risorsa alternativa al petrolio non è risolutivo, perché il suo utilizzo prevede comunque il consumo di ulteriore risorsa e la sua trasformazione in scorie, anche se non le vediamo uscire direttamente dalla nostra macchina. Senza dimenticare, poi, che la nostra specie tende ad adagiarsi in ciò che viene posto come rassicurante soluzione (“tanto non inquina”), trasformando l’uso in ab-uso e ritrovandosi ad affrontare le conseguenze di una situazione gestita male dall’inizio. Molti anni fa si propose, come panacea dell’inquinamento viabilistico, la macchina elettrica. È vero, ha emissioni nulle; ma la ricarica delle sue batterie prevede l’attività di un’industria termoelettrica che consuma combustibile come fonte energetica. Lo stesso vale per la macchina ad idrogeno. L’idrogeno non esiste in natura, bisogna produrlo o con la combustione degli idrocarburi o con l’idrolisi dell’acqua; nel primo caso si consumano idrocarburi e si produce anidride carbonica (causa principale dell’effetto serra), nel secondo caso serve energia elettrica. Anche l’uso delle cosiddette energie rinnovabili (vento, energia solare e termica, ad esempio) porta dei problemi che sarebbe
errato e superficiale non considerare. La quantità di energia ricavabile dalle suddette fonti è, infatti, funzionale all’assetto territoriale del sito che le utilizza ed è variabile nel tempo. Si parla spesso di energia eolica. In Italia, non particolarmente ventosa, con l’energia eolica non si potrebbe produrre più del 5% del fabbisogno nazionale. Le pale eoliche, comunque, non sono esenti da impatto visivo e strutturale sull’ambiente che le ospita. I progressi fatti nella produzione di energia dai pannelli fotovoltaici rende più ottimisti, ma se si pensa che occorrerebbe occupare con moduli fotovoltaici una superficie pari a quella di una città per coprire solo una piccola frazione del fabbisogno energetico nazionale, si comprende che c’è ancora molta strada da fare.

In futuro si potrà forse individuare una nuova risorsa capace di assicurare quantitativamente il benessere energetico di tutti (…noi occidentali), ma occorre prendere coscienza del fatto che non avrà mai l’impatto zero, che si delinea come una chimera in un sistema in cui nulla scompare bensì entra in un grande ciclo in continuo divenire.

In generale, seguire una politica che miri solo all’individuazione di fonti energetiche innovative non ha futuro ed un esempio per tutti sia il fallimento della politica seguita dall’Italia per ridurre le emissioni di anidride carbonica dopo gli accordi della Conferenza di Kyoto nel 1997. Gli stati membri dell’Unione Europea avevano come obiettivo di diminuire le emissioni dell’8% dal 1990 al 2010. In Italia si è scelto esclusivamente di incentivare l’uso di pannelli fotovoltaici e solari. Risultato? Dal 1996 al 2002 si è registrato un aumento del 6% delle emissioni di anidride carbonica. La Germania, al contrario, che ha anche ottimizzato i suoi cicli di produzione e cercato di incrementarne l’efficienza, ha ridotto nel 2002 le emissioni del 15%.

Come scrive M.Pallante “Prima di pensare a nuove fonti è meglio fare in modo di non averne bisogno”3.

Questo vuol dire, nella valutazione del benessere, spostare l’attenzione dalla variabile “quantità” a quella della “qualità” e del “fare bene”. Questo vuol dire razionalizzare i consumi sia in sede di produzione sia a livello della cosiddetta “utenza finale”. Quando si parla di “consumo responsabile” si chiama in causa la necessità di abbandonare l’inconsapevolezza delle conseguenze dei nostri comportamenti, per recuperare un approccio riflessivo circa il peso, nella realtà che ci circonda, del nostro scegliere quotidiano.

Agire in modo che l’ambiente sia in grado di sostenere, anche in futuro, i nostri ritmi di consumo e produzione di risorse e scorie, significa prendere atto della esigenza di recuperare la conoscenza dei tempi necessari ai cicli naturali ed avvicinarsi al principio di “buona qualità” piuttosto che a quello di “grande quantità”.

Preferire di abitare in edifici ben coibentati, per diminuire le dispersioni di calore e, quindi, ridurre il consumo di idrocarburi per il riscaldamento, piuttosto che utilizzare lampade ad alta efficienza ed elettrodomestici a bassi consumo o mangiare bene ed in modo equilibrato, sono scelte che richiedono costi iniziali più elevati, ma completamente ammortizzati nel tempo sia in termini economici sia di qualità della vita. Ormai il manifestarsi di condizioni di degrado ambientale legate alla difficoltà di smaltire i rifiuti, impone a noi tutti di non abusare di carta e plastica (nonché di cibo!) e di scegliere prodotti imballati in modo da avere il minore scarto possibile. Anche nei nostri spostamenti quotidiani dovremmo valutare l’opportunità di avvicinarsi a mezzi alternativi meno “inscatolanti” e più a misura d’uomo (come la bicicletta) rispetto alla macchina; in caso di reale bisogno dell’autovettura, si dovrebbe cercare di mantenere una guida che ottimizzi i consumi di combustibile.

Si comprende quanto il “pensare” ed il “pensarsi” nell’ambiente e per l’ambiente sia, dunque, essenziale nel fare sì che si avvii “uno sviluppo che risponda alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze”(definizione di “sviluppo sostenibile” Brundtland, World Commission on Environment and Development, 1987).

Solo intorno a questo nucleo culturale può, infatti, crescere in modo coerente e stabile il principio della sostenibilità, di cui tanto si parla negli ultimi anni. Si ritiene, infatti, che nella sua definizione sia insita la necessità della ricerca di un habitus trasversale al nostro agire, poggiante su un approccio critico e sulla consapevolezza del nostro ruolo nel sistema ambiente.

Lo sforzo intellettuale è e sarà notevole, poiché una visione sistemica come quella proposta richiede di allargare gli orizzonti non solo spaziali ma anche temporali del nostro percepire il mondo. Nella meravigliosa Antigone, più di due millenni fa, Sofocle (vv. 618-619) scrisse “l’uomo non si rende conto della sciagura che lo coglie prima che egli non si scotti i piedi col fuoco”. Ad oggi, con quello che c’è in gioco, forse vale la pena di fermarsi e riflettere e, se è vero che “crisi” e “critica” hanno la medesima radice etimologica, in loro è contenuta sì la fatica del discernimento e della separazione, ma anche la grandezza della comprensione.

*Specialista tecnico-ambientale

Note

1 Seneca, Lettere a Lucilio, trad. Giuseppe Monti – BUR, classici latini e greci, 2001

2 Il termine “risorsa” deriva dal latino surgere, che evoca l’immagine di una sorgente d’acqua che sgorga con continuità dal terreno […] una «ri-sorsa» sgorga con continuità, anche se viene ripetutamente usata e consumata” (Shiva, V., in Sachs, W, 1998, pag. 261, in bibliografia).

3 Maurizio Pallante, Ricchezza ecologica, Ed. manifestolibri, Roma 2003

Bibliografia

AA.VV. Fa la cosa giusta – Guida pratica al consumo critico e agli stili di vita sostenibili a Milano e in Lombardia, Berti, Piacenza 2001

Caracciolo A. – Bonacchi G., Il declino degli elementi – ambiente naturale e rigenerazione delle risorse nell’Europa moderna, Società editrice Il Mulino, Bologna 1990

Pallante M., Ricchezza ecologica, Ed. manifestolibri, Roma 2003

Regge T. – Pallante M., Scienza e ambiente – un dialogo,Ed. Bollati Boringhieri, Torino 1996

Sachs W., Dizionario dello sviluppo, Gruppo Abele Torino 1998; (Orig.: The development dictionary: a guide to knowledge as power, ZedBokks, London 1992)