Il sapere invisibile

I processi introspettivi e lo sviluppo dell’intelligenza segreta

La scienza di sé

La narrazione è sempre narrazione di se stessi. Non fosse altro perché l’ascolto di qualcuno o la parola da noi pronunciata sono il manifestarsi di abitudini, vizi e virtù cognitive costruitesi nel corso del tempo. Quindi anche la conoscenza più oggettiva e scientifica dipende dal suo dicitore e narratore, il quale tenterà di essere il più possibile infedele a se stesso per raggiungere soglie accettabili di comprensibilità e di restituzione dei dati meno inquinati dalla propria soggettività. Le scienze non tollerano – ce lo hanno sempre detto -manipolazioni di sorta finché non sono esse stesse ad automodificarsi, pur sempre in base ad accordi e patti che ne sanciscono i cosiddetti progressi. La scienza di sé invece – concrezione di saperi che non perseguono l’oggettività ma semmai l’enfasi soggettiva (poesia, letteratura, filosofia…) – si concede evasioni non da poco rispetto a quegli accordi che le scienze quantitative e nomotetiche perseguono. In quanto è squisitamente scienza anarchica, autarchica ed errabonda la cui missione non è raggiungere un risultato trasformabile in norma, condivisione, fissità. Tutt’altro, la scienza di sé persegue l’esplorazione introspettiva infinita e già destinata all’incompiutezza: per questo è scienza romantica che viaggia attraverso l’esperienza della vita che soltanto lo “scienziato” che ne prende coscienza può vivere e sperimentare. In un egocentrismo radicale che servirà soltanto a lui o a lei e che null’altro scopo avrà se non la comprensione progressivamente più profonda della propria storia e (evitando la trita parola “identità” psicologicamente marcata) e della propria presenza al mondo. Della propria – direbbe Heidegger – aggettatezza nel mondo in quanto vicenda interiore imperscrutabile definitivamente a se stessi e agli altri; però, al contempo, fonte inesauribile di lavoro mentale applicato non ai contenuti usuali bensì ai contenuti che l’esperienza del vivere giorno per giorno consente di trovare per strada e di riesaminare con la pazienza del pensiero.

Volti dell’interiorità come oggetto della autodidassi

Ogni riferimento alla parola interiorità rinvia a due modalità di viverne l’esperienza e il mistero.

La prima è rappresentata dal senso del dono, la seconda, dal desiderio di conquistare  e raggiungere quanto ci appare come una meta che dipende soltanto dalla nostra volontà. In un caso, avvertiamo dentro di noi  una predisposizione, naturale e spontanea al sentimento della  coscienza di sé (allorché percepiamo intimamente la nostra unicità individuale), che ben si concilia con valori, virtù e consuetudini cui l’interiorità viene associata e di cui è portatrice: silenzio, ponderazione, prudenza, serenità d’animo, pazienza…

Nell’altro, tutto ciò appare come il risultato di un faticoso percorso individuale, poiché quasi sempre tormentato e inquieto, alla ricerca di risposte e abitudini che soltanto dentro di noi possono essere raggiunte. Un tragitto che, a seconda dei casi, può riguardare la sfera psicologica (chi sono veramente?)
o tendere verso un approdo al divino, ad una fede smarrita, alla tranquillità e alla pace,  al  significato della propria vita. Come ben sappiamo, nella tradizione cristiana, il Dio nascosto può essere cercato e trovato proprio nelle nostre dimore interne e rivelarsi grazie alla nostra intenzione di fugare le tenebre attraverso, però, l’esercizio della carità: e quindi fuori di noi. Se l’attenzione per la nostra interiorità non ci riapre all’esteriorità, tanta fatica può rivelarsi vacua. Si scopre soltanto così quel che può essere chiamata vita interiore in senso pieno, il suo essere  per noi rifugio e momento di consolazione in certe particolari circostanze di smarrimento esistenziale o in rapporto a passaggi cruciali che inducono al raccoglimento, alla sospensione del giudizio, all’attesa. La meditazione, in qualsiasi religione, svolge questo compito quanto mai necessario per capire chi si sia stati, si sia  o si stia diventando.

Indipendentemente comunque dalla percezione provata, il rapporto che ciascuno intrattiene con la sua interiorità (ovvero con quanto è per antonomasia inafferrabile, in buona sostanza invisibile agli occhi altrui, e ai nostri nondimeno) – questo ci ricordano testi sacri o filosofici anche molto antichi – è sempre di carattere pedagogico. Infatti, sia nell’avvertirla come un dono, una sorta di stato di grazia che si rinnova con la preghiera o il ritiro, sia nel lungo cammino alla sua ricerca, emergono ed urgono processi mentali e spirituali che ci richiedono un impegno, un progetto, un obiettivo. E quando ci avvaliamo di queste ultime parole, la dimensione educativa emerge con evidenza. Dal momento che l’educazione, pur essendo certamente anche un condizionamento, che dipende quindi dalla cultura di appartenenza, è il risultato soprattutto di un’intenzione, di un programma, di una volontà. Se questa dipende dagli altri, impariamo ed apprendiamo ascoltando, leggendo, studiando quanto ha bisogno di essere elaborato dal “cuore” e dal pensiero, a livello emotivo e cognitivo: e cioè dalla nostra interiorità personale. Se, viceversa, noi ne siamo i protagonisti, diventando così cercatori di interiorità, per scoprirne i “meandri” come Agostino e Blaise Pascal ci rammentano,  ecco che l’educazione si muta in autoeducazione. Diventiamo in tal modo educatori di noi stessi e, in questo caso, la missione educativa che ci assegnamo non avrà mai fine. Con la conseguenza che, per un verso, se sentita come dono, la regione interiore dovrà pur sempre essere coltivata, affinché possa dare i suoi frutti migliori (ricordiamo la parabola dei talenti); per l’altro, diventa una meta i cui contorni sono un poco confusi, che si sposta verso un avanti di cui non vediamo un termine. Si orienta verso un bisogno e un richiamo ad approfondire progressivamente ogni conquista parziale che, pur nota soltanto a noi stessi, non manca di avere dei riscontri nella relazione con gli altri secondo quanto già accennato. E’, del resto, ben difficile trovare un laico o una persona di fede, attenta a tutto questo, che si mostri indifferente o sorda al prossimo suo. Il principio secondo il quale il conoscere se stessi sviluppa amore e pazienza verso l’estraneo, viene confermato da una miriade di testi sapienziali ed oggi anche dalla psicologia clinica, dalla psicoanalisi e dalla pedagogia del “lavoro” interiore.

La storia personale: testo e scrittoio del sapere autobiografico

Quanto detto, ci riconduce poi ai grandi temi filosofici, religiosi e morali della nozione: tutti oggetto, fra l’altro, di pedagogie che riguardano l’educazione alla riflessione, al dialogo con Dio, alla morale. Per designare i processi che si compiono nella nostra mente, come coltivatori ed esploratori di interiorità, è stata coniata poi una parola appropriata e particolare: ci riferiamo al termine introspezione. Esso  designa  il procedimento autoeducativo che scandisce  questo nostro sondare, domandare, rovistare tanto nel passato (per comprendere chi fummo e poi diventammo), quanto nel presente o nel futuro: per scegliere con adeguata riflessione, per prefigurare rischi, vantaggi, limiti connessi a scelte e prospettive.

L’introspezione è quindi il metodo che ci apre  ai paesaggi mutevoli dell’interiorità; che si incontra con gli strumenti (libri, maestri, manifestazioni d’arte e del sacro, ecc.), per arricchirla con altre ed altre ancora riflessioni, con le esperienze di vita (d’amore, dolore, impegno, dovere, ecc.) che mettono alla prova la nostra capacità di fare dell’interiorità un luogo segreto, un’opportunità di autocontrollo e attenzione a se stessi .

Tra questi strumenti, ancora una volta tradizioni millenarie ci consegnano quello della scrittura di sé: null’altro che un ricorso alla parola scritta per raccontarsi al passato o al presente. La scrittura personale è attività  che ci rinvia a quelle testimonianze introspettive (in questo caso materialmente visibili) solitamente  chiamate diario intimo, autobiografia, memoriale, epistolario. Si tratta, nei casi più famosi, di vere e proprie forme d’arte che un tempo venivano utilizzate per lasciare una traccia di se stessi ai posteri, che oggi rispecchiano il bisogno psicologico di “farsi compagnia”, di dialogare con quel che si va vivendo o con la propria memoria. E’ una manifestazione del desiderio di manifestare la propria presenza, senza molte pretese, che si coltiva per lo più nella prima gioventù, che viene per un po’ di tempo abbandonata quando si è proiettati verso la vita, la carriera, il presente, ma che  poi riemerge  negli anni maturi e in vecchiaia. Per lo più quanto si attraversano le situazioni più critiche. Quei momenti apicali, guarda caso, in cui la nostra vita interiore si rivela una risorsa ineguagliabile. Vivendo i quali cerchiamo sovente da soli il modo per elaborare la sofferenza ricorrendo, soprattutto se già l’abbiamo visto fare ad altri, a carta e penna per lenire un male oscuro o per proseguire nella ricerca di se stessi quando questa subisce battute di arresto..

Scrivere di sé è una forma sui generis di autodominio poiché in tal modo, grazie all’attività introspettiva, controlliamo maggiormente la mente; riprendiamo nelle mani la nostra vicenda umana e cerchiamo di rimarginare le ferite rappresentandole sulla carta, leggendoci e facendoci leggere da chi crediamo possa capirci. Ma, soprattutto, scopriamo che possiamo quasi meditare su noi stessi, sul senso della nostra vita. Inoltre, se abbiamo dimestichezza con il pensiero filosofico o siamo stati educati ad autoeducarci anche in senso religioso impariamo, con la scrittura degli eventi cruciali della nostra esistenza a far interloquire le esperienze vissute, le scelte, gli errori, i pentimenti con i grandi temi universali della condizione umana. Ne consegue che se la scrittura autobiografica nasce come esigenza ed impulso ad esprimere quel che non riusciamo a dire in altro modo agli altri, in seguito, diventa quasi una necessità vitale tutta interiore, un’abitudine a mettere nero su bianco pensieri del presente, emozioni, cogitazioni, che possano mantener viva la ricerca di qualcosa che vada oltre la quotidianità. Ad esempio l’occuparsi degli altri, di chi non ha dimestichezza con la narrazione autobiografica che però, in quanto persona con una storia, può essere sollecitata a raccontarla affinché qualcuno più esperto la trascriva e se ne prenda cura per poi donarla, romanzo breve, in nome di un gesto di pietas e affetto.

*Docente di

Pedagogia Generale ed Educazione degli adulti, Università Milano Bicocca