Il volontariato professionale

Significato di un ossimoro

Il sintagma volontariato professionale sembra una forma retorica priva di un coerente senso logico, espressione poetica la cui sostanza è volontariato, mentre professionale è una qualità contraddittoria attribuitale. Non avrebbe analogo senso l’ossimoro: professionismo volontario, poiché la forma del contenuto concerne individui che spendono tempo ed energie per promuovere azioni socialmente utili, senza alcun compenso materiale.

La forma della sostanza è contestuale all’attuale condizione della società occidentale e se i tratti logistici, economici o sociali mutassero, la significazione di volontariato potrebbe cambiare. La materia amorfa del volontariato è infatti il lavoro – in questa forma: gratuito -, in contrapposizione al lavoro del professionista – retribuito -.

Mi pare pertanto che una delle angolazioni che domina la riflessione sul volontariato non possa prescindere da considerazioni inerenti il senso del lavoro per l’uomo e per la società.

Il lavoro esige investimenti di energie per produrre i beni necessari a garantire la sopravvivenza psicofisica dell’uomo. Il legame tra investimento delle energie umane nel lavoro e soddisfazione che il lavoro produce per l’uomo stesso fornisce il senso più proprio dell’esistenza, anche quando il percorso si distanzia dall’immediatezza del vantaggio personale; in caso contrario, la dissoluzione del legame sfocia in un senso d’alienazione dell’individuo.

In una società ideale in cui tutti lavorino1, il tempo e le energie dei volontari sarebbero spesi per mansioni lasciate scoperte dai professionisti. In una società ove la piena occupazione venga invece considerata un’utopia nociva al sistema2, il volontariato risulterebbe antisindacale, poiché i disoccupati attenderebbero la disponibilità di posti di lavoro, al fine di poter guadagnare per vivere. Se le mansioni svolte dal volontario fossero socialmente utili, sarebbe infatti necessario che la società le retribuisse, altrimenti priverebbe il disoccupato della possibilità di lavorare e guadagnare.

Da qualche decennio la disoccupazione media dei Paesi occidentali3 si è stabilizzata attorno al 10%, anche se la quantità di popolazione che non lavora in modo retribuito (includendo lo studio e le attività domestiche) è in realtà superiore.

Il volontariato dovrebbe pertanto essere considerato antisindacale e antisociale. Esistono inoltre i disoccupati o i non-occupati-economicamente-garantiti che costituiscono un importante nucleo della presente riflessione.

Negli anni ’70-’80, si è infatti avviata nel nostro Paese una fase di trasformazione del lavoro, passato dalla produzione in grandi fabbriche, a quella in piccole e medie aziende ad alto contenuto tecnologico e al terziario. Mutamento costato molte migliaia di licenziamenti e prepensionamenti di individui sopra i 40 anni, che non hanno più trovato collocazione nel nuovo tessuto produttivo. Solo una piccola parte ha saputo o potuto investire energie per adeguarsi alla rivoluzione professionale che ha emarginato interi settori della popolazione.

Nel XXI secolo, il lavoro è per contro maggiormente frammentato rispetto agli scopi finali della singola attività, alle funzioni e ai progetti sociali, al senso esistenziale del singolo e genera pure nel professionista un senso d’alienazione. Le stesse interazioni contribuiscono a indurre questo senso di vuoto, perché il lavoro è sovente svolto in solitudine, da casa o tramite il telefono o con il computer. Il lavoratore abita così un ambiente che rappresenta il fantasma interiore da cui fugge, allorché tenta di costruire rapporti sociali, forse inautentici, ma consolatori rispetto
all’essere soli nel mondo.

A questi fattori produttivi se ne sono aggiunti altri, relativi a mutamenti sociali avvenuti nei Paesi occidentali e industrializzati negli ultimi due secoli. Non è qui in discussione la validità dei cambiamenti, che sono però segnalati in quanto hanno prodotto una rivoluzione planetaria:

• l’allungamento di alcuni lustri della vita media s’è combinato con il rallentamento del processo d’invecchiamento umano, grazie ai migliorati standard di vita;

• non subiamo guerre sul nostro territorio da 60 anni, favorendo l’allungamento della vita media e producendo, per la prima volta nella storia dell’uomo, un’ampia fascia di terza età, con elevati gradi d’efficienza psicofisica, ma fuori dal ciclo produttivo. L’assoluta novità ci lascia senza modelli a cui riferirsi per ottenere un riequilibrio del nuovo profilo sociale;

• la famiglia s’è trasformata da struttura a convivenza multigenerazionale, fino all’800 occupata pure in relazioni di parentela laterale (nonni-nipoti, zii-nipoti, cugini), a una struttura nucleare a convivenza monogenerazionale, in cui agiscono rapporti di primo grado (figli-genitori e fratelli). Si sono così perse le funzioni adulte, finito l’accompagnamento dei figli all’autonomia;

• la laicizzazione della popolazione, per l’eclissi delle aggregazioni sociali finalizzate alla lotta per sopravvivere e per l’indebolimento del senso religioso, ha eliminato àmbiti di catalizzazione delle energie disponibili nel tempo libero. Le associazioni confessionali e politiche hanno diminuito la capacità di attrarre l’interesse dei cittadini e di offrire, per identificazione collettiva, dei terreni di aggregazione e di socializzazione, come nella militanza.

Diventa pertanto sempre più pressante la spinta di una moltitudine di singoli individui, i quali sono l’esito della frammentazione sociale. I soggetti individualizzati si sentono ricacciati nella solitudine interiore da cui provengono e cercano inconsciamente il modo per mantenerlo nascosto.

I tentativi individuali di sostituire la funzione aggregante persa non ritrovano però il senso d’insieme tessuto dal lavoro comune, dalla lotta sociale per sopravvivere, dalla convivenza multigenerazionale dalle forme associative religiose o politiche. L’eco o la memoria storica di forme, che tessevano il senso d’aggregazione, promuove a volte parodie che si sforzano d’attribuire coesione ad àmbiti che han perduto l’originale potere socializzante. Il lavoro si è nel frattempo individualizzato, la lotta per sopravvivere è spenta da una vita garantita, la coabitazione familiare avviene senza convivenza, le appartenenze associative hanno perso le tensioni che danno senso all’aggregazione.

Ridotte ben presto all’impotenza queste forme di facciata, restano fluttuanti ingenti quantità di energie individuali, che spesso s’incanalano sotto forma di desiderio di svolgere attività che restituiscano al singolo parte del senso dell’esistere. Gli individui si riversano così sul territorio con l’obiettivo di rendersi utili, di far del bene, di aiutare gli altri, di dare un senso alla propria vita, spesso aprendo però problemi maggiori di quelli che cercano di risolvere. A volte, il volontariato ingenuo infatti mescola inconsapevolmente la ricerca di un senso della propria vita, con attività verso chi sta male e che è ben lungi dal potersi preoccupare delle sue esigenze.

È quindi necessario interrogarsi sul volontariato e sulle sue funzioni, verificano l’opportunità di proseguire sulla via dell’investimento spontaneo o se è meglio trasformarlo in qualcosa di diverso.

Significati del volontariato nella società occidentale all’inizio del XXI secolo4

Lo psicologo osserva le variabili finora descritte, come proprietà che contribuiscono a costruire il registro mentale che produce quell’effetto della coscienza che comunemente chiamiamo: reale. L’analisi psicologica si sviluppa e si compone in modo caleidoscopico, man mano che cambiano le condizioni di ogni singola componente del reale. L’ostinata pretesa che il mondo funzioni secondo i propri desideri – sovente prodotti dal registro mentale immaginario, più che da prospettive reali -, costringe il reale tra le transenne dell’aspettativa, al prezzo d’estromettere elementi, distorcendo il riconoscimento del presente.

Mi sembra cioé che la riflessione sul volontariato necessiti una presa di coscienza delle condizioni attuali della società, resistendo alla tentazione di sviluppare nostalgie d’un passato che non c’è più. Le condizioni complesse compongono e regolano ogni tempo e spazio dell’esistenza e rendono un esercizio di conservatorismo il ritorno al passato del riconoscimento, che viene travolto da un reale che a quel passato non può più adattarsi.

Mi pare che il volontariato si sviluppi oggi, in modo contraddittorio, tra le condizioni mutate sopra esposte.

A che serve però un volontariato che espleti la funzione d’aiuto agli indigenti con spontaneità mossa dal buon cuore, in una società che si specializza nell’erogazione di servizi al cittadino? Il volontario, finalizzato a far del bene, produce a volte difficoltà, se non si rivisitano opportunamente i suoi modi d’assolvere i compiti.

Specialmente nel nostro Paese, il volontariato ha una profonda radice cattolica e possiamo mettere a fuoco le opportunità future a partire da essa, anche perché i valori della cultura cattolica pervadono spesso il senso comune di chi si considera laico. Il desiderio di aiutare i disagiati si fonda sovente sul sentimento di amore caritatevole. Un amore per il prossimo che alimenta i volontari, sostenuti dal fragile idealismo che forgia i loro comportamenti. Nulla contro l’idealismo, molla importante per affrontare gli ostacoli della vita. Esistono tuttavia due modi di porsi verso l’ideale: avere un ideale o essere un ideale5.

Il processo d’aiuto è basato su una relazione sbilanciata e asimmetrica6 tra un aiutante e un aiutato. L’aiutante produce un atto per lenire il dolore della sofferenza, del disagio, della mancanza vissuta dall’aiutato. È già evidente che si configura pertanto la necessità che l’aiutato riconosca lo stato d’indigenza, qualsiasi sia la fonte del disagio. Senza quest’accettazione, ogni aiuto diverrebbe una prevaricazione dell’aiutante sull’aiutato.

L’individuo può quindi focalizzare la propria necessità penosamente insoddisfatta e può (non deve) accettare di porre la situazione al centro della propria attenzione: non riuscendo a eliminare da solo il malessere, può chiedere aiuto. In tal caso si apre la possibilità di iniziare un processo d’aiuto autentico, che non sia prevaricazione da parte dell’aiutante.

Il riconoscimento dell’impotenza umana e della necessità d’aiuto apre quindi un’asimmetria tra l’indigente e chi può aiutarlo. Apertura schiusa sotto la spinta del dolore, ma pure della speranza e della fiducia d’incontrare qualcuno che possieda ciò che manca per star bene. Indispensabile illusione per non rimanere annichiliti dalla mancanza che struttura l’aspettativa immaginaria, lesa dagli stessi limiti umani dell’indigente che rendono autarchicamente inattuabile la soddisfazione. Il gioco tra il riconoscimento di sé e l’illusione d’aiuto proietta sull’altro l’ideale dell’indigente e lo eleva a luogo dell’onnipotenza.

Freud7 ha trattato un modello di sviluppo della mente dalla nascita all’adultità e ha nella seconda topica descritto i processi psichici che trasformano una mente autocentrata alla nascita -l’Io ideale-, in componenti psichiche che si confrontano nella vita dell’adulto -l’Io limitato e l’Ideale dell’io-. Esiste il rischio che l’impotente fragilità dell’infante costringa la mente del bambino a svilupparsi nell’ignoranza del fondamento della natura umana, il proprio sé autentico, limitato e finito. Nell’abbozzo aurorale che distingue tra sé bisognoso e ideale autosufficiente, la distanza tra le due istanze può sembrare intollerabile. Come dire che la mente dell’individuo non tollera di accettare il tempo della crescita in balìa di un corpo bisogno, sensibile, dolente e può ricorrere a un vissuto ideale, come se il corpo non esistesse e i suoi segnali fossero una sorta di disturbo. L’abbaglio sposta l’asse dello sviluppo mentale da un penoso e lento evolversi nella realtà umana limitata, verso un euforizzante e rapidissimo incedere di orizzonti di piacere.

Il vantaggio di scotomizzare l’Io limitato, vivendosi come Ideale dell’io, viene tuttavia pagato con un confronto continuo, che rivela costantemente un soggetto in perdita. Lo spostamento a viversi secondo i modi dell’Ideale dell’io induce infatti il soggetto a valutare la realtà sensibile e bisognosa come stato erroneo e difettoso,
uno stato d’inferiorità personale da emendare. L’individuo esiste per essere ideale, nell’euforizzante prospettiva che, se riuscisse a eliminare le lacune, sarebbe l’ideale. Egli vive in funzione del dover essere un ideale, che annulla la possibilità di essere se stesso.

Nella relazione d’aiuto, se l’aiutante tende verso l’essere ideale, l’inevitabile proiezione dell’ideale del beneficiato sull’operatore collude con la realizzazione di quest’ambizione. L’aiuto fallito rigetta quindi l’operatore idealista verso la realtà umana da cui fuggiva, riaprendo una ferita dolente.

Il volontario, al pari dell’operatore, si trova investito di quest’aspettativa d’onnipotenza che gli consente, a livello inconscio, di sistemare temporaneamente i conti con la propria mancanza. Come dire: “Se sono in grado di colmare la mancanza dell’altro, possiedo potenzialmente la capacità di controllare la mia e di evitare innanzi tutto la mia sofferenza”.

Desiderio con profonde radici nella natura umana, che materializza i contenuti culturali di cui fin da piccoli le menti dei bambini si alimentano, assimilando i valori comuni alla società. Per esempio, Paolo di Tarso8 afferma nella Lettera ai Corinti che il precetto più importante è quello dell’amore caritatevole: Ama il prossimo tuo come Dio ama te. L’amore caritatevole non è per Paolo né erosfilia, ma agape e comporta un’identificazione con Dio: il soggetto ama l’oggetto come Dio ama il soggetto. È ovviamente consolatorio identificarsi con Dio. Il rischio dell’amare caritatevole consiste pertanto nell’aver bisogno dell’altrui mancanza per evadere dalla propria9.

Per il volontario, la posizione nel fornire aiuto è molto più critica che nel professionista e non solo per il grado di formazione. Per il professionista esistono infatti risarcimenti stabiliti dalla società, che escludono una relazione affettiva diretta con l’indigente. Una ricompensa è di ordine economico -lo stipendio-, un’altra riguarda un’appartenenza sociale -l’associazione a un albo professionale o a una comunità scientifica-.

Le ricompense consentono al professionista di sopportare le condizioni operative più sfavorevoli, quando l’azione d’aiuto non fornisce l’esito auspicato. L’aiuto richiede un distanziamento affettivo ed emotivo dall’aiutato, altrimenti ogni esito infausto investirebbe l’operatore dei sentimenti di lutto o, peggio ancora, di melanconia. Il volontario è invece compensato dal sentirsi utile e l’utilità si misura nel benessere acquisito dal disagiato, a meno che non si verifichi la condizione mentale ascetica, propria dei religiosi, disposti a sopportare qualsiasi pena attuale che viene risarcita dalla cieca fede in una vita eterna beata. In termini psicologici, la posizione mentale dell’asceta consiste nella sopportazione della mancanza in funzione del raggiungimento futuro di uno stato ideale di beatitudine: un’identificazione con l’essere ideale.

Se chi viene aiutato non vuole aiuto, o nonostante l’aiuto sta male, non scuote il professionista che resta nella propria collocazione per convenzione sociale, mentre il volontario sente mancare ogni sostegno alla propria spinta. Da questo vertice, avere un ideale consente di abitare la distanza disagevole tra dove si è e dove si desidererebbe idealmente essere, mentre essere ideale comporta una distanza dall’ideale profilata come non-essere, come annichilimento che rigetta nel vuoto interiore che l’essere ideale teneva a bada e occultava.

Operatori volontari e utenti obbligati

La maggior parte di quanto finora discusso è, dall’angolazione del mio pensiero, comune per coincidenza o per adiacenza a ogni tipo di volontariato e, con qualche distinguo, ad ogni attività rivolta al benessere degli uomini. Lo sbilanciamento e l’asimmetria della relazione d’aiuto si regge su uno stato psicologico, prima che su una condizione materiale, anche se lo stato mentale è innescato dalla necessità reale. Pur in situazioni in cui la richiesta d’aiuto è evidentemente dettata da condizioni di bisogno, non si può completamente escludere la presenza di una componente psichica che regga gli esiti del rapporto. In psicoanalisi, questo stato psichico si chiama: domanda10.

La domanda materiale può, ma non deve, collimare con lo stato psichico di domanda. La domanda s’installa in uno scarto psichico, un segmento ai cui estremi stanno l’accettazione della propria mancanza e l’aspettativa o desiderio fiducioso e speranzoso che esista una fonte per colmarlo. La dolorosa mancanza incrina il benessere, ma si coniuga indivisibilmente con la speranza che si presenti l’attesa fonte soddisfacente. Due termini singolarmente pensabili a condizione che esista l’altro: l’aspettativa è generata dalla mancanza e la mancanza è sopportabile nell’aspettativa della sua soddisfazione.

Senza produrre apologia della mancanza, il lascito del sapere popolare: il bisogno aguzza l’ingegno significa che senza mancanza ci sarebbe una diffusa ottusità psichica. L’aspettativa di soddisfazione si strappa alla mancanza annichilente e in questa apertura s’installa la domanda: lo stato psichico d’attesa speranzosa e fiduciosa di soddisfazione, l’apertura mentale interrogante senza cui l’abisso della mancanza emanerebbe quella tonalità emotiva che il senso comune chiama: angoscia.

Attorno allo stato di domanda psichica ruota l’universo delle relazioni umane, poiché, al contrario di quanto viene divulgato dalle ideologie idealiste, socializzare è fatica, è lavoro; la condizione più naturale dell’individuo è infatti la chiusura al mondo, non l’apertura, e il lavoro di relazione viene realizzato perché è soggettivamente più vantaggioso l’esito di una faticosa relazione con il mondo, che quello di una estinguente chiusura in se stessi.

La difficoltà all’aprirsi degli individui verso il mondo sta nel coniugare l’autentico vantaggio del singolo coi rapporti tra i molti. Le relazioni si reggono solo pensandole come risultato di un lavoro, faticoso, pesante, ma con un obiettivo finale di maggior benessere.

La domanda psicologica è la condizione essenziale per una relazione autentica. È la logistica strutturale della domanda che determina le posizioni della relazione. L’autenticità della relazione può infatti essere abbozzata, sotto la spinta della mancanza, dall’indigente, che interroga chi ritiene in possesso delle proprietà per colmare soddisfacentemente la propria domanda. Gioco di esigenze che s’intersecano con le aspettative. In altri termini, da un’angolazione psicologica che non può in alcun modo essere elusa, la relazione d’aiuto non è mai paritetica e si fonda su una dipendenza, su un’asimmetria o, come suggeriscono gli psicologi sistemico-relazionali, su una complementarietà one down per chi interroga e una complementarietà one up per chi aiuta. È proprio la posizione one up che affascina in modo non consapevole chi spontaneamente si spinge verso il volontariato.

Questa posizione, non adeguatamente elaborata, produce effetti nefasti: sotto la spinta del malessere e alla ricerca del benessere, il sofferente si reca presso un servizio e incontra operatori, nella fiducia e nella speranza di trovare ciò che gli consenta di stare perlomeno meglio. Il portatore di un disagio spera in un vantaggio, sovrapponendo all’operatore reale -professionista o volontario, poco importa- la fonte di soddisfazione ideale proiettata dalla propria aspettativa immaginaria.

Se un volontario si dedica a quest’attività spinto da un amore per il prossimo uguale a quello che dio ha per lui, se il volontario brama la beatitudine di chi si identifica con l’ideale, l’indebolimento della domanda dell’utente produce la delusione di non essere l’identità onnipotente che, con la collusione dell’utente, andava inconsciamente cercando. Ciò significa che l’immaginario del volontario volonteroso, ma ingenuo, propone un’aspettativa verso l’utente che lo faccia sentire utile, mettendo in comune un malessere che si modifichi in benessere, tramite l’azione bonificatrice del volontario stesso.

L’indigente è portatore di una mancanza che già gli affligge la vita organica, psichica, economica, sociale o culturale e si rivolge a un servizio per ottenerne un beneficio. Perché dovrebbe sobbarcarsi anche il desiderio di essere desiderato del volontario? Perché dovrebbe entrare in contatto con la necessità dell’operatore di trovare il benessere, attraverso la posizione di curante della sofferenza? L’operatore volontario o professionista sceglie quel lavoro e può interromperlo, l’utente
non può evitare il ricorso all’operatore, pena la rinuncia alla speranza di recuperare il benessere.

Un’esperienza di volontariato professionale

Mi sembra che il mondo del volontariato si stia sempre più orientando verso l’introduzione di forme che impediscano ai volontari d’istituire rapporti che oscillino attorno alla volontà del volontario. Particolarmente nel campo della relazione con la persona, le organizzazioni del volontariato hanno da tempo introdotto un reclutamento discriminato: una selezione per categorie di caratteristiche dei candidati e una formazione riguardante i modi di affrontare la relazione con le persone sofferenti.

Per molti anni ho avuto modo d’osservare all’opera varie forme di volontariato, nei settori più disparati, dalle angolazioni più diverse. Nell’assistenza domiciliare ai malati di mente o ai bambini ospedalizzati, nell’assistenza agli anziani o nel sostegno a malati terminali per vari tipi di malattie, nel supporto a pazienti appena operati e non autosufficienti o dedicandosi ad handicappati gravi; qualche volta mi sono imbattuto in gruppi di volontari che evitavano il contatto con la persona, privilegiando le questioni dell’ambiente o del tempo libero o dell’intervento sùbito dopo grandi catastrofi oppure del trasporto malati.

Queste sono solo alcune forme del volontariato e ho potuto osservarle a volte in fase operativa, altre durante seminari di formazione. Ne ho ricavato la gamma d’impressioni di cui ho finora riferito, incontrando una distribuzione d’individui dai più consapevoli e preparati, ai maggiormente e a volte pericolosamente coinvolti nella difficoltà a distinguere le diverse realtà, dalle proiezioni delle proprie parti sofferenti.

Il coordinamento del Progetto di Umanizzazione dell’Ospedale (d’ora in poi denotato con la sigla PUO) della Divisione di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Carlo Borromeo di Milano (d’ora in poi denotata con la sigla DOM), primario prof. G. Luporini, mi ha permesso di porre sotto lente d’ingrandimento le riflessioni esposte, in riferimento a quattro componenti che operano presso la DOM per prestazioni sociali non retribuite. Forme di volontariato che hanno scelto di dedicare parte del tempo e delle energie di molti individui a colmare in vario modo le necessità sociali:

a)   Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori: recluta, forma e supervisiona volontari che si dedicano all’assistenza di malati di tumore. Nella DOM, i volontari sono presenti da molti anni e hanno svolto mansioni di supporto a pazienti del reparto o del day-hospital o dell’ambulatorio, eseguono commissioni per il personale sanitario, mentre alcuni svolgono attività di sostegno ai pazienti e alle famiglie nel Servizio di Assistenza Domiciliare a Malati Terminali.

b)   AUSER: si dedica al volontariato e alla solidarietà sociale fungendo da polo di riferimento per anziani e pensionati. Media tra le energie disponibili degli ex-lavoratori e il mantenimento di un contatto attivo con la vita quotidiana, aiutando chi ne fa richiesta.

c)   Gruppo Hope: associato all’AUSER comprende giovani lavoratori che di sera o a fine settimana dedicano parte del tempo libero a progetti d’assistenza.

Quando un cittadino si rivolge a un servizio spinto da uno stato di malessere o di necessità, poco gli importa che l’addetto con cui entra in contatto sia un dipendente, un consulente o un volontario. L’istituzione si distingue per la qualità dell’accoglienza e del servizio erogato, per cui è necessario che anche il personale volontario abbia un comportamento integrato con il resto del gruppo di operatori e che la professionalità sia un tratto comune all’intera équipe.

Da questa angolazione, il PUO ha riqualificato l’attività del volontariato in linea con il progetto del servizio, sollevandolo dal disbrigo di piccole incombenze o dalle quattro chiacchiere coi pazienti. Ciò ha impegnato il gruppo di volontari in un lavoro orientato per progetto e non per mansione. Il progetto riguarda un lavoro che ha un traguardo da raggiungere e un percorso sociale e istituzionale da seguire o costruire. La mansione è invece un lavoro centrato sulle attività del lavoratore.

Un operatore afferma d’aver fatto tutto ciò che gli competeva, anche se l’attività non ha prodotto i risultati auspicati, con perdita di risorse e insoddisfazione degli utenti. Chi lavora per mansione si difende sostenendo che qualcun altro gli ha impedito il raggiungimento del traguardo. Lavorando per progetto, a qualsiasi livello si verifichi l’intoppo, l’operatore si occupa dell’eliminazione degli inconvenienti, collaborando con operatori e utenti. L’ottica professionale contribuisce a spostare l’attenzione dall’azione individuale al suo scopo ultimo, restituendo a chi opera l’integrazione del suo fare rispetto nel valore complessivo e sociale.

In quest’ottica s’inserisce un ulteriore livello di selezione del volontario, perché queste consegne vengono accettate solo da chi pone il tempo e le energie al servizio del sociale e non è alla ricerca della propria gratificazione. Chi accetta, ha però il vantaggio d’avere una visione integrata, non alienata, della propria attività, come spesso càpita per la singola mansione.

Questo spostamento d’asse comporta uno sforzo formativo che va accettato prima dai volontari e poi da chi dirige il loro lavoro. Se lo svolgimento del lavoro è guidato dalla soddisfazione dell’utente e non del volontario, occorre che i volontari acquisiscano strumenti per operare o, nel caso abbiano un’esperienza su cui basare l’azione, che accedano a un costante aggiornamento.

A che serve che un volontario usi comunicazioni prodotte dal senso comune? A consolare il malato di tumore con le solite inutili parole o a prendersi cura dei bambini in difficoltà con interventi sui familiari o a parlare inutilmente al tossicomane della volontà necessaria per uscire dal tunnel?

Nella cura agli individui sofferenti vanno introdotti gli elementi di professionalità attualmente disponibili. Ciò vale anche per il volontariato.

Ai volontari della Lega per la Lotta contro i Tumori è stato per esempio affidato il progetto d’accoglimento.

Centinaia di pazienti e parenti affluiscono ogni mattina della settimana alla DOM per visite, prelievi, chemioterapie, ricoveri: i volontari accolgono questi utenti, aiutano a sbrigare le formalità burocratiche, fanno attendere il turno, accolgono e diluiscono con ascolto empatico le comprensibili ansie, mantengono un costante collegamento con infermieri e medici che, per i pressanti impegni clinici, risultano poco disponibili all’accoglimento fuori dal tempo visita.

Ai volontari del gruppo Hope-AUSER è stato assegnato il progetto della cena del sabato sera.

Il tempo passato da soli in ospedale quando le abitudini sono di attorniarsi di affetti e distrazioni è più triste. Al sabato sera, a casa si incontrano familiari e amici per socializzare e divertirsi. Proprio quando gli effetti distraenti dei rituali sarebbero necessari per combattere l’insorgere delle paure sollevate dalla malattia, l’istituzione totale fornisce il minimo d’attività clinica. Il paziente si sente abbandonato a se stesso, i parenti vengono investiti da un più pesante carico emotivo, come pure i medici di guardia e gli infermieri. Il gruppo Hope organizza serate a tema, in cui, al posto della cena alle 18, viene servito un aperitivo ai pazienti che lo desiderano, portando anche amici e parenti. La cena viene servita alle 20 e verso le 22 si gioca, si conversa o si danza. Si aiuta il paziente a vivere la malattia foucaultianamente: l’uomo non muore perché s’amala, ma s’ammala perché è mortale. Di conseguenza, lo sconvolgimento emotivo che porta i malati a sentirsi spacciati, può essere ammorbidito non vivendo la malattia come l’anticamera della morte, ma come parte della vita.

I volontari della Lega hanno partecipato, assieme a quelli del gruppo Hope-AUSER, a un corso di formazione di base sulla comunicazione professionale e sulla relazione psicologica con i pazienti e i loro parenti. È spesso difficile, per chi non è adeguatamente formato, accettare le parole aggressive di coloro che, preoccupati e spaventati per il proprio stato di salute, spostano sull’insoddisfazione per il sistema l’aggressività che la situazione produce loro. Una supervisione quindicinale serve a elaborare i casi e a consentire una scarica delle tensioni accumulate.

Il gruppo Hope-AUSER ha avuto la necessità di formarsi per poter fornire un servizio, come svolgimento verso la meta di un progetto e non come semplice mansione di soddisfazione dell’esigenza biologica d’alimentarsi, sbrigata spesso in poche decine di minuti.

Questi volontari non vengono solo formati per la funzione da svolgere, ma viene loro fornito il quadro integrato dell’intervento nel lavoro dell’équipe. Il lavoro d’équipe per
progetto diviene pertanto la chiave di volta delle loro attività, poiché il singolo si riconosce nel gruppo e nei risultati. Ciò significa che l’integrazione dei volontari tra di loro, in funzione degli obiettivi, è di primaria importanza, tanto quanto il riferimento di ciascuna attività individuale ai traguardi che il progetto si pone: la soddisfazione degli utenti per il servizio erogato.

Conclusioni e prospettive

Questi pochi esempi mostrano una tendenza a utilizzare il volontariato in una situazione difficile, come quella presente presso la DOM dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano. I volontari che operano in ospedale si sono resi conto che la ricerca di gratificazione per la loro attività può solo essere indiretta, non provenendo dalla relazione individuale con il paziente, ma dal servizio che forniscono alla società.

Le condizioni attuali della società occidentale indicano nel volontariato professionale una via per usare le risorse disponibili, a vantaggio del sociale. Un impegno civile, ponderoso e faticoso. La linea professionale del volontariato produce una maggior selezione delle disponibilità, mantenendo però prioritaria la soddisfazione dell’utente. È così possibile sviluppare attività che recuperino forme di coesione sociale, senza creare gli inconvenienti prodotti dal narcisismo di chi esercita un potere sugli altri, anche se a fin di bene.

Ove la famiglia patriarcale è la forma base dello sviluppo sociale, intercorrono rapporti formali e affettivi tra tre-quattro livelli generazionali e tra due-tre gradi di parentela. L’assistenza al malato, al handicappato, al moribondo, a individui impediti rispetto all’autosufficienza coinvolge parenti di secondo-terzo grado che hanno un legame affettivo sufficiente a motivare la sopportazione della fatica, senza implicare la presenza di profondi legami, soggetti maggiormente alle tempeste emotive dell’ansia, dell’angoscia, del lutto.

La famiglia nucleare ha dissolto questa possibilità. I malati, gli handicappati, i moribondi restano in carico ai parenti di primo grado o vengono ricoverati in istituti, in cui dei professionisti svolgono queste incombenze. In questi ultimi casi, la degenza implica però costi elevati che pochi possono sopportare per lunghi periodi.

Allungandosi per molte donne e uomini la vita media, la nostra società produce una sempre più ingente fascia di anziani, spesso non autosufficienti, ma che vivono soli, in quanto l’affermazione della famiglia nucleare non consente convivenze plurigenerazionali. L’assistenza domiciliare ad anziani o la loro assistenza in istituti non può sempre contare su strutture pubbliche che impieghino specialisti retribuiti, poiché l’incremento numerico di questa fascia aumenta smisuratamente i costi. La società non par disposta a sopportare il pagamento di maggiori tasse per realizzare in modo diffuso un’assistenza di buon livello. D’altra parte, i ritmi lavorativi delle famiglie moderne, le soluzioni abitative e il peso affettivo dovuto al rapporto parentale di primo grado ostacolano una presa a carico diretta da parte dei familiari. Il volontariato copre pertanto un’attività che rende migliore la vita degli anziani.

Può essere biasimato uno sviluppo socio-politico che fornisca risultati sociali ed economici di tale qualità. Questi sono però gli esiti attuali e la situazione è talmente grave che richiede soluzioni a breve termine, specie nella cura ai malati cronici. In una società in cui lo sviluppo della conoscenza scientifica e delle condizioni sociali di sopravvivenza ha debellato le epidemie da malattie infettive, gli uomini vivono accompagnati da malattie a lungo decorso: i tumori, le malattie cardiocircolatorie non acute (ictus, ischemie, cardiopatie croniche), gli handicap psicofisici, le psicosi e le demenze. Nelle famiglie multigenerazionali del passato, le vite lunghe e con poca autosufficienza erano prese in cura da parenti di grado più lasco e dalle donne, impegnate prevalentemente nei lavori domestici. Oggi le condizioni sono mutate ed è necessario trovare altre soluzioni.

Anche l’incremento di handicappati che vengono presi in cura dalle famiglie rende il problema della cura e dell’assistenza un nodo cruciale per la società. La chiusura dei manicomi ha mostrato che la territorializzazione della cura delle malattie mentali è stata solo parziale, poiché i costi di cura a casa sarebbero stati insopportabilmente elevati. Nella misura in cui la sensibilità sociale restituisce il malato di mente alle famiglie, con una limitata assistenza domiciliare, è necessario anche pensare agli ammortizzatori che s’inseriscano nell’area di scontro in cui la patologia mentale si manifesta più violentemente: tra parenti di primo grado.

Analogamente si possono progettare interventi in fasce d’utenza come per gli handicappati cronici, i bambini e gli adolescenti in difficoltà, i tossicodipendenti, etc.

La prospettiva di un volontariato che assuma alcune di queste funzioni non può solo risultare da interesse a risparmiare danaro per la retribuzione di operatori qualificati o dal desiderio dei cittadini di soddisfare le proprie frustrazioni personali, dedicandosi a chi sta peggio. Si approfondirebbe in tali casi il divario tra due forme di assistenza, una di serie A e l’altra di serie B, dove la seconda sarebbe maggioritaria e coinvolgerebbe gli strati meno abbienti della popolazione.

Simili forme di impegno sociale avrebbero il senso di utilizzare quelle energie a cui si è accennato più sopra e che risultano disponibili dai mutamenti sociali degli ultimi cent’anni.

In primo piano, si utilizzerebbero le energie di individui che smettono di lavorare e hanno molti anni di vita in condizioni psicofisiche ed economiche buone. Individui che altrimenti pagherebbero l’isolamento dalla società con una marginalizzazione nociva innanzi tutto a se stessi.

In secondo luogo, si ovvierebbe alla parcellizzazione del lavoro moderno, che toglie sempre più il senso di coinvolgimento sociale, anche per le garantite condizioni di sopravvivenza che nella nostra società ogni cittadino possiede.

In terzo luogo, si porrebbe la base per frapporre, nella famiglia nucleare, un ammortizzatore tra due livelli parentali troppo emotivamente coinvolti, dalla cura della sofferenza cronica. È affettivamente squassante, per un figlio, curare a lungo termine un genitore malato o accompagnarlo lentamente alla morte o gestire la sua follia nella vita di ogni giorno. Analogamente, un figlio handicappato assorbe 24 ore su 24 l’attenzione e le cure dei genitori, a detrimento della loro necessità di lavorare, di curare la crescita di altri figli, di vivere almeno in parte e decentemente la propria esistenza.

Infine, si recupererebbe il senso sociale di molti, la cui sensibilità è rimasta indebolita dall’eclissi delle istituzioni aggreganti e li ha progressivamente isolati rispetto alla realtà esistenziale, al fine di ricostruire un’integrazione sociale attorno ai problemi collettivi, rimediando all’individualizzazione della società degli ultimi decenni.

La promozione di un volontariato professionale mira a un utilizzo immediato di risorse sociali in una progetto a breve e medio termine, con beneficio per gli utenti. Richiede uno sforzo culturale per rafforzare il senso d’appartenenza dell’individuo al sociale -senza cui perde il proprio significato- e per la formazione professionale, cioè per fornire strumenti che non sono abituali nella vita comune.

I volontari della DOM hanno ottenuto contributi di antropologia, sociologia, psicologia, semiologia. Non è pensabile che il volontario si rivolga agli utenti ospedalieri comunicando in base al modo comune d’interloquire. La comprensione della relazione di cura, delle diverse componenti culturali e sociali, dei giochi psicologici della relazione, dell’interscambio emotivo sbilanciato tra volontario e utente, dell’uso di strumenti relazionali -la comunicazione e il linguaggio- sono stati passaggi per costruire un progetto di volontariato professionale socialmente utile.

*Psicoanalista, docente

di psicologia presso il Duss

dell’Università Statale di Milano

Note

1 L’articolo 1 della Costituzione italiana recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Se il primo articolo si preoccupa di definire subito questo principio, vuol dire che il lavoro ha un significato che oltrepassa lo stesso reperimento dei beni necessari per sopravvivere, ma struttura l’intera rete di rapporti sociali. Il lavoratore è pertanto parte del tessuto sociale della Repubblica, il disoccupato ne è invece escluso.

2 Il Premio Nobel per l’economia Leontiev sosteneva fin dagli anni ’70 che le politiche economiche dei Paesi europei sbagliavano a inseguire l’obiettivo della piena occupazione, poiché una disoccupazione del
10-15% è strutturale in società basate sul sistema produttivo capitalistico,  dinamico e  competitivo. Egli suggeriva tuttavia di prevedere un sistema di protezione sociale che consentisse di accantonare una parte della ricchezza prodotta, al fine di consentire ai disoccupati di sopravvivere e di non rivolgere la propria disperazione verso il resto della società, in modo distruttivo.

3 È necessario tenere in considerazione che le riflessioni qui esposte riguardano la situazione che si verifica in una finestra spazio-tempo unica nella storia dell’umanità. La ricchezza in cui viviamo, rispetto alle povertà della maggior parte del mondo richiede per il nostro sistema un modello particolare, non certamente applicabile universalmente. I Paesi occidentali popolano infatti la Terra per il 20% della popolazione e consumano l’80% delle risorse planetarie.

4 Cfr. A. Cozzi, A. Villa, Il volontariato. Che cos’è? Chi lo fa?, in Pedagogika, Anno IV, n° 17, Ottobre 2000, Milano.

5 Freud S., Introduzione al narcisismo, L’io e l’es, in Opere, voll. 8 e 9, Boringhieri, Torino; Marsicano S., La fabbrica dei sogni, Franco Angeli, Milano, 2000.

6 Cfr., Marsicano S., La relazione psicologica operatore-utente: la domanda e l’ascolto empatico, in Marsicano S. (a cura di), Elementi di psicopedagogia, Franco Angeli, Milano, 1998.

7 Freud S., op. cit

8 X. Leon-Dufour, Dizionario di teologia biblica, Marietti, 1980.

9 Ci si può innamorare sia dell’altro come ideale che dell’altro come bisognoso. Questo secondo tipo di legame amoroso non si lascia tuttavia sciogliere dall’elaborazione del lutto, allorché si interrompe per la perdita dell’amato. L’amore per la mancanza altrui si profila infatti anche come sentimento che sancisce la funzione riempiente ideale di chi ama: la perdita della mancanza comporterebbe pertanto la dissolvenza di quest’illusione. La perdita della mancanza dell’amato getta pertanto un’ombra sull’io dell’innamorato. Condizione descritta da Freud per la melanconia (o depressione) [Cfr., Freud S., Lutto e melanconia, in Opere, vol. x, Boringhieri, Torino]. Chi possiede tendenzialmente questi tratti psichici, se s’appassiona pertanto agli altri per le loro mancanze di cui si prende cura, non può accettare di distanziarsene, pena l’insorgere di un  senso di malinconia.

10 Cfr., Marsicano S., La relazione psicologica…, op. cit.