Imparare a cambiare

Nella complessità dell’attuale situazione economica, sociale, politica, i processi di apprendimento vanno ridefiniti. Cerchiamo di affrontare questo percorso insieme ai giovani, coinvolgendoli, confrontandoci con loro, per guardare in avanti mettendo in luce prospettive, difficoltà e possibili risorse, per il loro ed il nostro imparare e cambiare.

Imparare a cambiare

Nella complessità dell’attuale situazione economica, sociale, politica, i processi di apprendimento vanno ridefiniti. Cerchiamo di affrontare questo percorso insieme ai giovani, coinvolgendoli, confrontandoci con loro, per guardare in avanti mettendo in luce prospettive, difficoltà e possibili risorse, per il loro ed il nostro imparare e cambiare.

di Laura Balbo*

Trasmettere conoscenze e valori, una centrale responsabilità del mondo adulto. Ma dobbiamo porci questa domanda: se nel momento storico in cui siamo collocati non si tratti anche -o forse soprattutto- di elaborare e condividere un’altra componente: come aprirsi al guardare in avanti.
Dunque, all’ imparare a cambiare.
La mia responsabilità (di “adulta”, o “tardo adulta”) la vedo così: portando l’attenzione su contesti e istituzioni che consideriamo come le sedi dell’educare, chiederci se e come noi -quelli in ruoli di “insegnamento” in particolare- si sappia anticiparli, i processi e le condizioni che segneranno il  vivere delle nuove generazioni. Rifiutando -questa, una premessa importante- di chiuderci nelle letture tutte negative, semplificanti, inadeguate, che ci vengono presentate dai media e da molti analisti e studiosi. E’ necessario maturare una consapevolezza problematica -ma anche curiosa, e attiva- della fase storica, e del contesto, in cui siamo collocati; e sollecitare i “giovani” a sentirsi il più possibile partecipi di occasioni e stimoli per guardare in avanti e per imparare a cambiare.
Su questo mi propongo qui di riflettere.
E mi è venuto da pensare se considerazioni di questo tipo non potrebbero essere un punto di partenza per un futuro possibile “progetto di ricerca” (europeo, ovviamente): un accenno. Lo dico rendendomi ben conto che ci sarebbe da lavorarci molto.
C’è tanto da affrontare: la complessità dell’attuale situazione (economica, sociale, politica); le radicali trasformazioni in atto nel mondo del lavoro (riguardano “loro” in particolare, i “giovani”); il trovarsi collocati nei processi della globalizzazione; le innovazioni tecnologiche, sempre più diffuse e rapide; le nuove forme della comunicazione, in particolare il ruolo dei social netwoks.
Dunque guardare al mondo dell’educazione; e agli “adulti”: se e quanti e come si rendano conto dell’urgenza di cambiare impostazioni e modalità nei ruoli a loro affidati; di aprirsi a processi e  strumenti dell’apprendere che non sono quelli tradizionali.
Le nostre istituzioni formative, lo sappiamo, sono saldamente costruite su una tradizione lunga, ben consolidata; poco ci si interroga su se e come modificare obbiettivi, modalità. Certo nè al resto del mondo, nè agli scenari del futuro si rivolge adeguata attenzione.
Lo sguardo, dalle elementari in avanti, alla “nostra” storia: l’Europa, l’occidente. Si comincia con il paleolitico e poi il neolitico, gli ittiti i sumeri i babilonesi; il mondo della Grecia e poi di Roma. Anche gli etruschi: importante, certo. Il Medio Evo e avanti: le guerre, i viaggi, le scoperte. E si procede: ma alla contemporaneità non si arriva. O in altri termini: alla complessità del mondo in cui oggi si è collocati, e quali potranno essere le dimensioni del vivere negli anni che abbiamo davanti: a questo non si porta attenzione (certo, ci sono anche eccezioni).
Con la definizione stessa dell’insegnare dovremmo confrontarci; e interrogarci sulle conoscenze e i saperi da condividere e trasmettere. Non si tratta di annullare tutto quello che è parte di una lunga tradizione e che ci riguarda più direttamente, ma di rileggere la nostra storia ridefinendo, ricollocando dati ed eventi; e superando i limiti del nostro “localismo”.
Certo immaginare percorsi formativi aggiornati sulle vicende del mondo intero e consapevoli dei processi di cambiamento in atto, un impegno non di poco conto. Almeno, per cominciare, riuscire a sentirsene parte.
Mi soffermo brevemente su due percorsi dell’insegnare e dell’imparare che a mio avviso potrebbero costituire “sperimentazioni di cambiamento”.
Una prima direzione, fare riferimento agli studi “post-coloniali” e alla crescente attenzione che si rivolge a parti del mondo che -dopo una lunga tradizione di silenzio e di esclusione- si è arrivati a vedere come potenziali centri di innovazione (e portatori di risorse, di  stimoli). Si tratta di riconsiderare vicende complesse e i modi in cui, fino a un passato molto recente, sono stati letti percorsi e storie -tra loro molto diversi- sintetizzati in un quadro che accomuna il “Sud del mondo”: i territori, le popolazioni, le conquiste, le forme di sfruttamento, le guerre, le violenze. Oggi  i problemi, le risorse, i cambiamenti in atto.
Dunque non continuare a guardare guardare soltanto a dati e processi relativi al contesto europeo, all’occidente: il “mondo” di cui in qualche modo ci sentiamo parte.
Nel percorso di studi a cui ho fatto riferimento moltissimi e plurali gli approcci, i materiali, le argomentazioni. Analisi e ricostruzioni -a cui i diversi studiosi fanno riferimento- segnate dalle differenti vicende storiche e tradizioni culturali; e da impostazioni disciplinari diverse.
E, al presente, la pluralità di aspettative, di progetti, di strategie. Nuovi contributi continuano ad aggiungersi, in una ormai vastissima produzione di studi e di pubblicazioni. Cito un autore importante in questo settore, Walter D.Mignolo, che nei molti volumi pubblicati negli ultimi dieci anni ha introdotto una diversa terminologia, i “decolonial studies”; e un libro al quale senza dubbio si rivolgerà molta attenzione, The Oxford Handbook of PostColonial Studies (uscito da pochi mesi: quarantadue voci di autrici e autori, settecentotrentaquattro pagine).
Questi studi aiutano a farci capire quanto parziali e distorti siano i nostri convincimenti e saperi, e il modo stesso di pensare che abbiamo costruito e imposto. Il nostro “tradizionale” apparato di conoscenze è inadeguato; anche, diciamolo, arrogante.
E quanto sia limitato il tradizionale insegnare ed imparare nel mondo in cui oggi siamo collocati. Continuare ad ignorare condizioni e vicende degli umani nelle diverse parti del mondo, e punti di vista che sono articolati in modi “altri” rispetto ai nostri, non ha senso.
Tutto questo non lo vivo come “studiosa”. Si tratta di me come persona, persona che vive nel secondo millennio. E penso che sia opportuno -meglio urgente, necessario- condividerli questi interrogativi e questa prospettiva di lettura: con i “giovani”, ovvio. Coinvolgerli, parlarne. Chiediamocelo, se e come si possa introdurre maggiore consapevolezza di condizioni e prospettive con le quali sempre più ci si dovrà confrontare.
Molti di loro, certo, si fanno domande, pensano a percorsi nuovi, sono disposti a mettersi in gioco.
Ma non è qualcosa che normalmente si affronti.
Dunque come arrivarci, a questo passaggio. Come aprirci a prospettive fin qui lasciate da parte; costruire collegamenti, interconnessioni. Renderci conto delle implicazioni -non tutte positive, sarebbe banale pensarlo– dei processi di cambiamento e delle (certo complesse, non facilmente prevedibili; problematiche, anche) tappe del nostro futuro.
Riflessioni che penso non sia possibile lasciare da parte.
Il secondo ambito sul quale mi soffermo si riassume in questa espressione, il lifelong learning (in inglese; dirlo in italiano, “continuare ad apprendere per tutto il corso della vita”, è troppo lungo).
In analisi e letture proposte nei decenni scorsi si è fatto riferimento alla nostra come la “società dell’ informazione”, la “società della conoscenza”, la “società dei saperi”.
E però dire “società del lifelong learning” apre a molto di più.
Qui una lettura “sociologica” può essere utile.
E’ un passaggio non soltanto concettuale: noi, “attori sociali”; e collocati al centro di cambiamenti che sempre più segneranno la società.
I processi di apprendimento vanno ridefiniti: se e come pensarlo e realizzarlo, il necessario imparare lungo tutto il corso del nostro vivere. Il riferimento non è alle istituzioni e alle sedi tradizionali (dell’ insegnare e dell’imparare): si tratta delle nostre esperienze e pratiche quotidiane; e dell’andare avanti nella vita.
Rispetto al passato -anche recente- si apre, per tutti, il processo del continuare ad imparare.
Siamo consapevoli delle straordinarie esperienze di apprendimento che si realizzano nel corso dell’ infanzia e negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Ma si va avanti: si continua ad imparare nel succedersi delle fasi e dei passaggi del nostro vivere. E si tiene conto di come si modifichiano via via prospettive, progetti, risorse, nei tanti aspetti della vita quotidiana: la nostra sfera privata, le esperienze di lavoro (e cosa si intenda con “lavoro” oggi, va riconsiderato, ridefinito; anche, dunque, l’esperienza del “non-lavoro”). Via via ci è richiesto di riconsiderare; di rivedere; di  dismettere.
E ci si riferisce all’imparare in contesti della vita pubblica, in percorsi culturali, in ambiti politici.
Pesano, e in futuro continueranno a pesare, o forse anche si aggraveranno, le strutture e i meccanismi della disuguaglianza sociale. Di questo si deve essere consapevoli.
Fanno differenza le risorse di “capitale sociale” di cui si dispone; anche, le “opportunità”.
Qui un veloce commento. Negli approfondimenti che su questa categoria di analisi sono stati elaborati in genere non si guarda ai percorsi “scolastici” delle fasi iniziali (come se fossero parte di un mondo a sé; dunque meglio non interferire); a lungo anche le fasi post-adulte del vivere sono state lasciate da parte (l’invecchiamento e la vecchiaia: per chi fosse arrivato a quel punto, si pensava fosse irrilevante occuparsene).
L’attenzione era rivolta all’adultità, agli anni del “lavoro produttivo”; e riconosciuto come tale.
Poi questo è cambiato. E’ all’intero del percorso del lifelong learning-in modi diversi dai primi anni di vita e poi nelle fasi centrali; e anche dopo, nella “post-adulta” o “tardo adulta”- che si è rivolta l’attenzione. Si è portato lo sguardo sul nostro imparare nelle diverse fasi.
Guardare alla società attuale, e al futuro, mettendo al centro questi processi: appunto, una lettura sociologica può essere utile.
Si era abituati a credere che, raggiunta la fase adulta, ci si trovasse collocati in un saldo terreno; e attrezzati.
Oggi non è più così.
Non è scontato però che di tutto questo si sia consapevoli; e che si sia preparati, o anche soltanto disponibili, ad affrontare un percorso che richiede di modificare priorità e prospettive; e impegno.
Abbiamo bisogno di imparare ad imparare.
Si tratta di confrontarsi, da qui in avanti, con i complessi percorsi del disimparare. Il molto che risulta superato, che comunque appare non più rilevante, o utilizzabile. O, anche, del tutto sbagliato.
Le conoscenze, gli approcci, le prospettive da rivedere.
Non è un aggiungere via via, sistemare, collocare al posto giusto quel che si viene a conoscere e che si considera importante. Il punto è sapersi aprire ai dati di innovazione, di cambiamento; di incertezza anche.
Davvero non ha senso continuare a trasferire alle nuove generazioni pratiche e concetti propri di fasi passate.
Si tratta di fare i conti con limiti ed errori dell’impostazione “tradizionale” dell’ insegnare.
Cerchiamo di affrontarlo, questo percorso, con i “giovani”; dunque coinvolgerli, parlarne. Insieme a loro guardare in avanti, mettendo in luce prospettive, difficoltà; e possibili risorse, anche, per il loro imparare e cambiare.
Un imparare che è confrontarsi con, un avvicinarsi e adeguarsi, a chiavi di lettura aperte ai tanti aspetti della fase attuale verso le (certo non facilmente prevedibili) tappe del futuro. Cambiamenti che porteranno ad esperienze e forse a conseguenze inaspettate, che fino a fasi recenti era possibile lasciare da parte.
Certo complesso -e ritorno qui alle riflessioni iniziali- impegnarsi a realizzare percorsi formativi adeguati a far conoscere le vicende del mondo intero e ad anticipare i processi di cambiamento.
Ancora questa considerazione mi viene da fare: guardando alle circostanze e vicende con le quali i “giovani” si dovranno confrontare, probabilmente è da loro che verranno gli stimoli, le chiavi di lettura, i possibili percorsi.
Che comunque ci riguardano tutti.

*Docente di Sociologia, è stata parlamentare e Ministro per le Pari Opportunità

 

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