Imparare dal Sud?

Proseguendo nel nostro “su e giù per l’Italia”, alla ricerca delle esperienze e delle realtà educative più interessanti della provincia italiana, ci è capitato di scoprire che nella cittadina di Bivona, in provincia di Agrigento, esiste una intensa attività culturale ed editoriale.

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Fulcro di tali attività è la Scuola Media Statale “Giovanni Meli”, della quale chi scrive ebbe la ventura di frequentare l’ultimo anno nel lontano 1959. La “G. Meli”, con l’aiuto finanziario dell’amministrazione comunale, e a partire dalla grande disponibilità di preside, insegnanti e studenti, è diventata negli ultimi anni una fucina di iniziative di ricerca storica, storiografica, artistica e, recentemente, ambientale e sociologica. I fondi stanziati hanno consentito uno sviluppo di attività culturali che, partendo dalla scuola, si sono, via via, riverberati su tutto il territorio comunale, andando a costituire, nei fatti, una parte significativa dell’intera vita sociale cittadina.
Un investimento produttivo per una amministrazione locale che, nel rilancio della cultura e della partecipazione, ha puntato con decisione, con l’obbiettivo di sottrarre almeno le nuove generazioni alla subcultura strapaesana, diffidente e in certo modo stereotipa e omertosa che per lunghi anni aveva caratterizzato il clima sociale di Bivona e dei paesi vicini.
Confessare un certo compiacimento non mi costa fatica, tanto più che, in anni non lontani, il nome di Bivona era assurto agli “onori” della lugubre cronaca dei delitti di mafia e la cosa, per quanto non nuova, aveva ferito la mia coscienza civica e illanguidito il mio senso di appartenenza a quella terra, a quei paesi.
Forse di uguali ferite avevano patito tutti quelli che hanno ideato e portato avanti, con i ragazzi della scuola, prima la ricerca nell’ambito del “Progetto Ragazzi 2000” e poi la pubblicazione dal titolo “Educazione alla legalità – Mafia, scuola e diritti umani”.
Si tratta di una complessa indagine, condotta su un campione di 124 studenti, pari al 10% della intera popolazione scolastica bivonese, il cui interrogativo di partenza era: “la mentalità dei giovani acculturati, presenti a Bivona, ostacola il proliferare del fenomeno mafioso?”. La qualità del lavoro è stata peraltro riconosciuta dall’Ufficio Studi del Ministero della Pubblica Istruzione che l’ha riportato integralmente in un volume, dal titolo “Progettualità e creatività nella scuola”, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria. Le parole usate dal professor Luciano Corradini, Vice presidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, per presentare il volume fanno premio e giustizia al grande impegno profuso nella realizzazione di questo ambizioso progetto e ci pare utile riportarle: “La comunicazione e la solidarietà, la progettazione razionale e la creatività sono beni preziosi, che fanno bene alla salute, anche se non si trovano in farmacia. Crediamo che si trovino, in dosi ‘terapeutiche’, in questo volume, che merita di essere consultato, studiato, saccheggiato da dirigenti, docenti e studenti, ma anche da genitori desiderosi di conoscere della scuola qualcosa di più di ciò che ne dicono i mass media o la propria personale esperienza”.
Nel segnalare questa esperienza vorrei proporre, oltre a quello della valutazione della qualità educativa, un altro punto di vista, relativo ai rapporti tra la scuola, l’ente locale, il territorio. E’ il punto di vista, particolare e provocatorio, di chi, dirigente del Settore Educazione in un comune, per troppi anni ha dovuto fare i conti con una certa angustia dei rapporti, con un certo opportunismo economicista: fuor di metafora, ho conosciuto troppe realtà in cui il ruolo del comune era ridotto solo a quello dell’erogatore di fondi, genericamente stanziati per garantire il diritto allo studio ma, di fatto, utilizzati per coprire le inadeguatezze del bilancio delle diverse direzioni didattiche e presidenze. Troppe volte mi é capitato di leggere progetti, stesi solo allo scopo di dare un senso al trasferimento di fondi, che mai, o troppo raramente, si sono tradotti in effettive azioni di miglioramento della qualità dell’educazione, in concreti atti di promozione culturale. Le riforme, pur discusse e discutibili, avviate dall?attuale Ministero della Pubblica Istruzione, sembrano attribuire rilevanza e centralità all?ente locale, ma la strada per rifondare un rapporto, leale e non mercenario, tra il mondo della scuola ed il sistema delle autonomie locali, a mio avviso, è quella della concertazione sugli obbiettivi, della ‘negoziazione’ – non si abbia paura di usare questo termine – relativa ad ogni aspetto dei rapporti; nessuno ha, di questi tempi, l’investitura per esimersi dal prendere impegni intorno a “chi fa e che cosa ed in cambio di che cosa”. Deve diventare normale che la scuola, a fronte di un impegno economico assunto dall’ente locale, dichiari preventivamente, al di là delle necessità di ordinario funzionamento, quali sono gli obbiettivi che si intendono perseguire, attraverso quali modalità di verifica si andrà a valutare, con pari dignità, l’efficacia di un intervento, quali ne saranno le implicazioni educative, quali le ricadute verso il territorio in termini di promozione sociale o culturale. Se davvero si vuole ribaltare il modo di fare scuola, il primo passo sta nell?aprire quella sorta di “scatola nera” della liberta d’insegnamento, che impedisce, e non solo ai non addetti, di decodificare percorsi ed obbiettivi, valori e riferimenti.
L’autonomia che si intravvede, ancora in lontananza purtroppo, soprattutto nell’area dell’obbligo, deve essere riferita al potere centrale – al ministero di Viale Trastevere – e non al potere locale, espressione più diretta e concreta delle volontà dei cittadini, della cultura di riferimento, dello spirito di una comunità.
Il termine collaborazione implica una sorta di perbenistica intenzionalità fin dal titolo invece si è voluto mettere in evidenza l’aspetto negoziale perchè, una volta per tutte, il rapporto tra ente locale, scuola, territorio sia inteso nella sua accezione più laica e (socialmente) produttiva: deve esserci un ritorno per la collettività il denaro pubblico, dell’ente locale, speso nella scuola, deve essere un investimento ad alta redditività sociale. Nella realtà di cui abbiamo riferito, i conti tornano! Quante altre realtà possono dire altrettanto?
Ci piacerebbe saperlo ed invitiamo i lettori che ne abbiano notizia a rendercene partecipi.

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