Incontri tra genitori ed educatori

Verso la co-creazione della consapevolezza educativa

“L’eccesso di informazione conduce all’assenza di informazione”.

Non ricordo se le parole usate siano proprio queste ma penso che questa frase di Beaudrillard, molto spesso utilizzata anche in ambito educativo, è di fondamentale importanza ricordarla per ciò che riguarda l’educazione degli educatori/genitori.

Tutti quanti siamo inseriti in un mondo pieno di informazioni e la rapidità delle informazioni, come la loro contraddittorietà, spesso ci porta a essere disorientati. Questo si accentua quando dobbiamo prendere decisioni o fare delle scelte. Se le scelte o le decisioni sono per noi importanti possiamo iniziare a cercare informazioni o, come spesso accade, le informazioni arrivano anche quando non le chiediamo esplicitamente. Andando in questa direzione possiamo restare indecisi, confusi, come qualche volta arrabbiati perché non riusciamo a prendere la decisione che ci soddisfa appieno.

Se trasportiamo questo in ambito educativo possiamo vedere quanto questo possa creare disagio e sofferenza, sia per chi deve prendere decisioni sia per chi “subisce” le decisioni.

I genitori come gli educatori sono sommersi di informazioni, indicazioni, ricette, metodi, strategie, all’interno delle quali devono muoversi, sia in quanto persone sia come educatori. Ci si può ritrovare a leggere un libro di un autore che spiega la sua lettura rispetto ad un determinato argomento, poi accendere la televisione e sentire un esperto che affronta l’argomento leggendolo da un altro punto di vista, e poi aprire un settimanale e guardare le indicazioni che un luminare dà rispetto ad alcune problematiche. Che fare? Seguire il libro, l’esperto o il luminare? Oppure tutti e tre?

Questa è un po’ la situazione che ho trovato incontrando genitori ed educatori. Il nostro essere inseriti in questo turbinio di informazioni dove le ultime cancellano quelle precedenti lasciando una sorta di insicurezza di fondo porta in ambito educativo a creare disagio. Disagio che si manifesta nella eccessiva richiesta di informazioni, nel non sentire che i nostri comportamenti possono andare bene, nel pensare che le risposte siano sostanzialmente fuori e non anche dentro di noi.

Penso che questa cultura del “ricettario” sia da interrompere, anche se significa andare controcorrente.

Non mi soffermo su quelle che possono essere le cause di questo “bisogno” di indicazioni, visto che già molto si è scritto, anche se penso che ci si debba ancora molto interrogare.

Interromperla però non è facile e ci si scontra sempre con le richieste, con
domande dirette ad ottenere una risposta indicativa di comportamento da seguire. Come interromperla, quindi?

Mentre nell’ambito della pedagogia si sta aprendo una strada che va verso quella che viene definita la clinica della formazione (e questa rivista ha già dato spazio all’argomento), in ambito genitoriale le strade sono ancora molto da costruire.

L’esperienza che ho avuto in questi anni vuole andare in questa direzione: interrompere la cultura del ricettario, per aprire una strada che va verso una consapevolezza del proprio essere come genitore, del proprio modo di osservare il mondo e i propri figli, ricercare metodi e strategie dentro di sé e non solo fuori.

Questa strada  l’ho incontrata anni fa grazie a Raffaello Rossi, responsabile del settore educativo del Centro G.P. Dore di Bologna, dal quale ho imparato, con il quale ho condiviso e con il quale continuo a condividere il percorso. Seguendo la sua impostazione ne è nato un gruppo di lavoro.

L’idea di fondo è far sì che i genitori riflettano, mettano ordine tra le loro esperienze, allarghino il campo delle competenze sulla comunicazione educativa, prendano coscienza delle loro letture in merito a ciò che accade loro, diventino consapevoli delle dinamiche comunicative all’interno delle quali sono inseriti, per arrivare a costruire l’immagine e il significato di rete sociale e di come la prevenzione e il disagio possano essere affrontati non solo e non tanto in una logica prettamente specialistica, ma quanto la rete, e ogni singolo punto rete, possa essere artefice della realtà che lo circonda.

A fianco dei genitori vi sono gli insegnanti coinvolti anche loro in questa strada, e vedremo l’importanza di questa scelta.

Il percorso che proponiamo si articola a diversi livelli: cicli di 5/8 incontri di due ore, dove si affrontano i temi inerenti alla comunicazione educativa (utilizzando la scuola costruttivista, sistemica, analisi transazionale, e rogersiana), alle difficoltà quotidiane, ai presupposti eduvativi che ci contraddistinguono; lo spazio di ascolto per genitori e insegnanti, dove vengono affrontati gli specifici problema che portano; il tavolo di rete con tutte le agenzie educative del territorio.

Volendo entrare nel dettaglio prendiamo i livelli uno alla volta.

I percorsi di 5/8 incontri di due ore a cadenza settimanale vengono solitamente effettuati all’interno delle scuole (infanzia, elementare, media e superiore), e vedono la partecipazione di genitori e insegnanti insieme. Questa logica parte dal presupposto di riuscire a creare un linguaggio comune, una possibilità di affrontare l’educazione, e nello specifico la comunicazione educativa, stando entrambi dalla medesima parte (troppo spesso il conflitto tra genitori e insegnanti è acceso, perdendo di vista l’obiettivo che entrambi hanno in comune: il bambino).

Ogni incontro è strutturato in tre momenti: un primo momento iniziale, che potremo definire di input teorici dove il relatore inizia a proporre alcuni modi di vedere gli eventi e di come ognuno di noi li guarda; un secondo momento in cui è chiesto ai partecipanti di suddividersi in sottogruppi e discutere, attraverso alcune situazioni concrete (schede, giochi di ruolo, simulate, ecc.), ciò che si è affrontato nella prima parte; un terzo momento in cui un relatore per gruppo relaziona all’intera assemblea le riflessioni emerse in piccolo gruppo.

Questa modalità di condurre gli incontri ci ha permesso di osservare diversi elementi: l’input teorico porta a una riflessione soggettiva di ciò che si sta affrontando; la suddivisione in piccoli gruppi porta a una discussione e sistemazione dei diversi modi di leggere e intendere gli eventi e le situazioni; il momento collegiale finale dà la possibilità di cogliere i diversi modi di intendere le situazioni. La capacità di cogliere le proprie modalità comunicative, i propri presupposti educativi, riconoscere modalità funzionali e disfunzionali della comunicazione educativa, cogliere il significato che le convergenze e le divergenze hanno nelle situazioni educative, porta genitori e insegnanti a relazionarsi fra loro e con i bambini in maniera differente. Questo perché se da una parte il lavoro che si è fatto con loro è riconoscere che cosa vuol dire permettere e aiutare un bambino nella direzione di autostima e quindi autonomia, dall’altra si è lavorato con loro sulla loro autostima, come persone e come genitori /educatori, e quindi sulla loro autonomia. Faccio una distinzione arbitraria tra autonomia e indipendenza: autonomia come consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti, con relativa capacità di richiesta di aiuto (quindi anche di dipendenza); indipendenza come incapacità di vedere potenzialità e limiti e irrigidimento nel voler fare tutto da solo. Con la logica del confronto partito da una riflessione personale e poi collegiale si apre la strada anche alla possibilità che ognuno (genitore o insegnante) possa leggere le situazioni che non riguardano solo sé o i propri figli/alunni, ma anche ciò che accade loro intorno; sapere quindi intervenire anche in situazioni che si possono verificare con un genitore o bambino della medesima classe, o con il proprio vicino di casa. Una lettura del benessere che passa anche attraverso l’altro; una lettura del benessere che passa attraverso una prevenzione e azione di un numero sempre maggiore di persone. Tutto questo cercando di riconoscere in sé e nell’altro capacità e competenze come pure difficoltà e limiti, cercando di mantenere il filo dell’autostima e dell’autonomia che sottende a tutto l’intervento.

I cicli di incontri vengono presentati a più livelli: da un primo sulle basi della comunicazione educativa sino a livelli più avanzati in cui i partecipanti diventano sempre più attivi apprendendo tecniche di ascolto e di intervento in situazioni di disagio. (Sono nate, ad esempio, associazioni di famiglie che si muovono nel territorio, occupandosi di doposcuola, volontariato, banca del tempo, affido, ecc.).

Questo passaggio di autostima e autonomia porta con maggior frequenza genitori e insegnanti a confrontarsi sulle difficoltà che incontrano con i bambini. È per questo che a fianco dei corsi è presente nelle scuole lo sportello di ascolto, aperto a genitori, insegnanti e a entrambi insieme.

Lo sportello ha, solitamente, cadenza settimanale per tre ore circa. Gli incontri allo sportello sono singoli; ogni genitore o insegnante (o team di insegnanti), prende appuntamento per riflettere insieme al consulente educativo le difficoltà che vive. La logica è la medesima degli incontri collegiali, fatto però a livello personale, di analisi della situazione e possibilità di intervento da parte dell’educatore per quello che sono le sue risorse/potenzialità, con la ricerca insieme di modalità che possano interrompere le situazioni di difficoltà.

Oltre al singolo genitore o ai singoli insegnanti vi è lo spazio perché avvengano incontri congiunti genitore e insegnante/i. Questo permette di vedere la situazione dai diversi punti di vista e elaborare insieme una logica di intervento condivisa da entrambi gli attori. I momenti di confronto sono quindi fondamentali per interrompere possibili conflitti o anche semplicemente evitare che gli adulti di riferimento dei bambini viaggino su strade assai diverse.

Il tavolo di rete

Far sì che i diversi attori educativi si trovino insieme a riflettere e a co-costruire un percorso verso un obiettivo comune è alla base anche di ciò che ho chiamato prima “tavolo di rete”.

Il tavolo di rete è la situazione in cui si incontrano le diverse agenzie educative del territorio (Comune o Quartiere, ASL, Scuola, Associazioni, Coop. Sociali, Parrocchia, ecc.) le quali discutono delle  situazioni di disagio che sono presenti nel paese/quartiere. La possibilità di questo confronto va nella direzione di: conoscere e conoscersi come agenti nella medesima situazione, conoscere le potenzialità che ognuno ha e può dare, riuscire a condividere progetti che vadano a coprire le esigenze che si manifestano. Riuscire a coinvolgere le agenzie educative attorno a un tavolo una volta al mese e discutere insieme su che cosa ognuno può dare e fare permette ai diversi punti rete di collegarsi fra loro per creare un’unica rete. L’approccio non è ovviamente di tipo clinico ma di tipo sociale; ovvero ciò che si fa è far funzionare in maniera concertata gli interventi delle diverse agenzie.

Questo modello integrato di intervento, qui descritto per sommi capi, vorrebbe riuscire a dare risposta al diritto dei bambini di crescere e agli adulti/educatori di trovare spazi di elaborazione e confronto per riuscire a essere maggiormente consapevoli di ciò che fanno, di sapere come poter trovare gli strumenti per affrontare le situazioni difficili e riconoscersi la capacità che essi stessi hanno.

Parafrasando Pascal: “Le persone si lasciano convincere più facilmente dagli strumenti che essi stessi hanno scoperto piuttosto che da quelli scaturiti dalla mente degli altri.”

Questa logica
penso porti a percepire, affrontare e prevenire il disagio partendo da piccoli gesti quotidiani, gesti che comunque sono significato e quindi comunicazione di qualcosa; essere consapevoli di come comunico, di cosa comunico e di come l’altro può significare la mia comunicazione è un passaggio importante nella costruzione di relazioni funzionali.

Ne consegue che, maggiormente io educatore (genitore o insegnante) ho alta la mia autostima e di pari passo la mia autonomia, maggiore sarà, almeno a livello di possibilità, l’autostima e l’autonomia che avrà il bambino per sé.

*Psicopedagogista

Responsabile dell’area terapeutica socio-riabilitativa Coop. Gulliver

 

Biblografia

Rossi R., Piccoli genitori, grandi figli, EDB, 2001

Rossi R., L’ascolto costruttivo, EDB, 2001

Folgheraiter F., L’utente che non c’è, Erikson, 2000