Infant observation: una osservazione psicoanalitica

Esplorazione della complessa relazione madre-bambino

Tutto l’agire umano, anche quello non intenzionale, ha un significato. Ogni nostra espressione manifesta, ogni scambio interpersonale cela tensioni emotive e dinamiche affettive, non sempre consapevoli, che alterano la nostra intenzionalità.

Da Freud in poi, si fa strada l’idea che ciascuno agisce e interagisce simultaneamente sia nel mondo esterno che  in quello interno, con individui reali ma anche con rappresentazioni fantasmatiche reciproche; queste ultime influenzano stati affettivi e azioni-reazioni comportamentali.

Le diverse scuole di pensiero psicoanalitico si sono occupate della costruzione delle immagini interne che si fondano a partire da relazioni e scambi “cruciali” avvenuti in epoche precoci dello sviluppo. Di conseguenza, grande rilevanza viene attribuita al rapporto precoce che si instaura tra la madre e il bambino, in quanto le prime relazioni oggettuali costituiscono la fonte principale di identificazione e sono quindi fondamento dell’identità personale.

Questa convergenza di interesse può quindi rappresentare una sorta di “paesaggio comune”, un “luogo” di incontro all’interno del quale si collocano diversi Autori e diverse prospettive teoriche.

Ma come un panorama può essere scorto e ammirato da differenti visuali, come lo sguardo può sostare su ed essere attratto da un particolare elemento del paesaggio, così la natura e la dinamica delle relazioni oggettuali è stata colta e teorizzata secondo prospettive teoriche differenti ponendo l’accento ora sulla concretezza delle immagini interne, ora sulla loro intensità, ora sulla loro bontà e/o violenza.

Tuttavia, nonostante i differenti approcci, è possibile individuare alcuni aspetti comuni che risaltano e ricorrono costantemente nel pensiero di alcuni Autori, benché colti, appunto, da angolature differenti.

Nella ricerca di elementi e tematiche comuni, il rifarsi ad un’esperienza, quale quella dell’osservazione attraverso l’utilizzo del metodo di osservazione psicoanalitico Infant Observation (Bick, 1964), peculiarmente rivolto all’osservazione della relazione madre-bambino, non solo consente di legare tra loro realtà, emozioni e formalizzazioni teoriche, ma agevola processi di connessione logica e di unificazione di eventi differenti sui quali “l’occhio teorico” si è posato.

Tornando alla questione delle relazioni oggettuali e ai possibili ambiti di comune interesse da parte dei teorici che si sono occupati di questo aspetto, mi sembra che uno di questi riguardi tutto ciò che ha a che fare con l’esperienza del corpo, i bisogni fisiologici del bambino e la conseguente risposta materna. L’esperienza di soddisfacimento non si riduce ad una semplice attenuazione delle tensioni interne ma, attraverso la specifica e cadenzata risposta materna, si connota come relazione fondata sulla comprensione, sulla sintonia e sul riconoscimento che, gradualmente, si fa reciproco.

La situazione di allattamento è quella che, forse più di altre, consente di chiarire alcuni aspetti legati alla corporeità e allo “scambio” tra bambino e corpo-mente della madre-che-nutre; osservare una mamma che allatta il proprio piccolo permette di affermare, senza il timore di essere smentiti, che la funzione di nutrimento non si limita ad una semplice e meccanica “offerta di cibo”, ma si inserisce in una esperienza affettiva ricca di sguardi, di scambi comunicativi precoci, di “parole che nutrono”, di modalità materne di interazione riconosciute e ricercate dal bambino, tanto che prassi di cura e nutrimento, che di per sé potrebbero apparire idonee da un punto di vista “tecnico”, private dell’elemento “rapporto” appaiono inconsistenti (Winnicott, 1984).

Benché alcuni (Greenberg J.R., Mitchell S.A., 1983) ritengano che non vi sia continuità tra l’impostazione della teoria delle relazioni oggettuali e quella freudiana, è Freud stesso che  individua l’importanza del ruolo giocato dall’oggetto nel soddisfacimento di un bisogno psicologico oltre che di un bisogno fisico quando rileva che la scarica motoria del bambino, che si produce a causa degli stimoli endogeni e che richiama l’attenzione di una persona soccorritrice, in genere la madre, “acquista una funzione secondaria … quella della mutua comprensione” (Freud S., 1895). Attraverso la modalità materna di risposta alle tensioni interne del lattante si stabilisce tra i due una relazione che si qualifica, usando le parole di B. Brussett, non come una “relazione di un apparato psichico chiuso in se stesso con un oggetto che è esterno a lui, [ma come una] relazione d’oggetto nel senso che l’oggetto è l’agente di un cambiamento topico attraverso le esperienze che procura e attraverso ciò che attiva nell’organismo impotente del bambino piccolo” (1988).

La funzione della nutrizione, sostenuta dalla libido (che inizialmente è concentrata intorno alla bocca e alle labbra), fa sì che si organizzi un primo rapporto affettivo con il mondo secondo il quale ciò che è buono viene incorporato (introiezione –del buon latte- versus identificazione) e ciò che è cattivo espulso (espulsione –dell’urina e delle feci- versus proiezione). Come metterà in luce la Klein, la mente si struttura inizialmente prendendo come
modello il corpo (Freud, 1922) e la sua funzione di metabolizzazione, attraverso la quale si trattiene ciò che è utile e si espelle ciò che è dannoso; in modo analogo, le esperienze emotive e corporee sono suddivise in buone o cattive e, quindi, incorporate o evacuate.

Secondo tale teoria (Klein, Bion) il mondo interno si costituisce, inizialmente, mediante sensazioni fisiche attraverso le quali il neonato sperimenta la presenza fanasmatica, all’interno del proprio corpo, di “parti” del corpo dei genitori (oggetti parziali): con questi oggetti, vissuti come reali, l’Io intrattiene vere e proprie relazioni emotive analoghe a quelle intrattenute con le persone del mondo esterno. A partire da esperienze reali, frustranti e deludenti o appaganti e soddisfacenti, gli oggetti vengono quindi scissi in oggetti cattivi (seno cattivo, la strega o l’orco delle fiabe) e in oggetti buoni (seno buono, la fata o il buon mago).

Tuttavia la Klein (1952), sottolineando nelle sue ultime concezioni che la scissione di oggetto buono e oggetto cattivo non è totale, postula  l’esistenza di un rapporto con la madre in quanto percepita come persona fin dai primi  mesi  di vita:  “Non  mancano …  ragioni valide  per  ritenere che, anche nei primi tre o quattro mesi di vita, nella psiche del lattante l’oggetto buono e quello cattivo non siano totalmente distinti e separati. Per il lattante, infatti, il seno della madre, sia nel suo aspetto buono che in quello cattivo, sembra fondersi con la presenza corporea della madre; e in tal modo già dai primissimi stadi dello sviluppo si costituisce a poco a poco il rapporto con lei come persona”.

Ancora una volta l’osservazione psicoanalitica consente di cogliere quegli aspetti che testimoniano il precoce costituirsi di un rapporto del bambino, anche di poche settimane di vita, non solo con l’oggetto parziale seno, ma anche con la madre “intera”; ecco allora che specifiche modalità materne di accarezzare, di stringere una mano, di tenere in braccio, sono riconosciute e ricercate attivamente dal bambino, a testimonianza del fatto che le necessità del piccolo non riguardano solo il soddisfacimento alimentare ma anche il bisogno di amore e comprensione.

La funzione nutritiva acquista, così, un significato metaforico tanto che il bambino potrà sentirsi “nutrito” in circostanze che hanno a che fare non tanto con il piacere orale e la scarica pulsionale, quanto con una “relazione nutritiva” che apporta “nutrimento per la mente”.

In Bion (1962), per esempio, il benessere psichico, “…analogamente a quello fisico, dipende da un buon funzionamento di un sistema alimentare psichico”; l’amore materno, espresso attraverso la capacità di revêrie è, “dal punto di vista del benessere psichico del bambino, …  qualcosa di simile al latte”, il “cibo per la mente”.

La madre (contenitore), attraverso la funzione di rêverie, accoglie e contiene le proiezioni del bambino (contenuto), i pensieri non ancora pensabili del bambino, dà loro un nome (è fame, è sonno …) svolgendo per lui la funzione di pensare e convertendo i dati sensoriali grezzi in una forma, ora dotata di significato, adatta alla loro utilizzazione come elementi alfa (“pensieri onirici”, elementi mnestici che possono essere immagazzinati e utilizzati per tutte le attività del pensiero conscio e incoscio) da parte del neonato: ecco allora che la madre “… riesce a trasformare con successo la fame in soddisfazione, il dolore in piacere, la solitudine in compagnia, la paura di stare per morire in tranquillità”. (Grinberg L., Sor D., Tabak de Bianchedi E., 1991).

Attraverso continue esperienze di introiezione di “materia pensabile”, che viene poi nuovamente proiettata nella mente della madre perché questa la renda ancor più elaborata, il bambino colloca nel suo interno un oggetto buono che pensa e che dà un senso all’esperienza; attraverso l’identificazione con l’oggetto il bambino può pervenire ad una propria capacità di trasformazione simbolica costruendo un proprio “apparato per pensare i pensieri”.

I protocolli delle osservazioni condotte secondo il metodo dell’Infant Observation sono ricchi di situazioni che consentono di rilevare la capacità materna di rêverie “al lavoro”: le risposte verbali e corporee della madre, le stesse parole utilizzate nelle interazioni evidenziano un’attitudine a comprendere e interpretare quanto il bambino sta vivendo e, in ultima analisi, ad “apprendere” attraverso l’esperienza con il proprio figlio.

L’esperienza di essere “contenuto” è un aspetto descritto anche dalla Bick (1968) che, senza porsi in contrasto con le idee di Bion, apre una nuova prospettiva sulla funzione dell’oggetto contenitore: quella di “tenere insieme”  le parti della personalità del bambino, cioè la funzione di “pelle psichica”. Inizialmente ciò avviene tramite il contatto con la pelle che stimola nel bambino la fantasia inconscia di un oggetto che dà contenimento alle parti della sua personalità, come fa il capezzolo nella bocca che chiude il vuoto che la bocca sembra rappresentare. Attraverso l’introiezione e l’identificazione con questo oggetto esterno, che ha assolto alla funzione di contenimento proteggendo il bambino dalla sensazione di disintegrarsi, è possibile la costituzione di uno spazio interiore a disposizione sia del Sé che degli oggetti.

E’ inoltre possibile accostare il concetto di rêverie di Bion, in rapporto alle funzioni “nutritiva” e di “contenimento” svolte dalla madre, con quello di “holding” di Winnicott, che a sua volta sottolinea sia la natura interazionale ed emotiva degli “scambi” che avvengono tra madre e bambino, sia l’inadeguatezza di un accudimento che non risponda al bisogno emotivo e relazionale del bambino. Non esiste, dice infatti Winnicott (1964), qualcosa che si può semplicemente definire come “un bambino piccolo”; esiste un bambino piccolo con una madre che lo nutre, con braccia che lo sostengono, con occhi che lo guardano; quegli stessi occhi materni, pieni di meraviglia e ammirazione, nei quali il bambino scorge l’immagine di se stesso e attraverso i quali può riconoscersi, sentirsi riconosciuto e accettato.

D’altra parte è ancora Winnicott (che ritiene pericolosa l’incapacità materna di offrire al bambino una presenza supportante senza essere intrusiva) che giudica necessario uno “sguardo” sintonizzato sui bisogni del bambino senza che in quello sguardo vi sia la richiesta di uniformarsi ad un’immagine precostituita (“Il bambino della notte”, Vegetti Finzi S., 1990) che soffoca la spontaneità, l’autenticità e, in ultima analisi, il “vero Sé”.

Secondo questo autore, inoltre, il bambino non necessita di una madre perfetta ma semplicemente di una madre “sufficientemente buona”; questa sufficienza materna nel rispondere ai suoi bisogni, da una parte gli basta per poter tollerare fatiche e frustrazioni, dall’altra lo aiuta ad accettare i limiti altrui e, di conseguenza, anche i propri, consentendogli di cominciare a scendere a patti con una realtà che non è possibile sia sempre in armonia con i propri bisogni e desideri.

Qui si apre una riflessione su un ulteriore aspetto di quel “paesaggio comune”, costituito dall’interesse per le relazioni oggettuali, che riguarda la rinuncia, da parte del bambino, all’onnipotenza.

L’oggetto che alimenta e cura è anche fonte di frustrazione e su questa esperienza di delusione Freud pone l’origine dei primi contatti con il mondo esterno, che rendono possibile una differenziazione tra sé e il mondo circostante; l’inizio del dominio del principio di realtà coincide con lo sviluppo della capacità di pensare che emerge nell’assenza di soddisfacimento. Quindi un elemento fondamentale perché vi possano essere, da parte del bambino, una rinuncia all’onnipotenza e una graduale accettazione dei propri limiti, riguarda l’esperienza stessa del bisogno che può essere riconosciuto come tale solo in quanto è stato sperimentato; vien da sé la necessità che la madre non sottragga il bambino a questa esperienza attraverso una condotta volta a prevenire e saturare ogni bisogno, come farebbe forse ogni mamma nell’illusione di essere perfetta.

Infatti, se il pensiero è la capacità di colmare l’intervallo temporale tra il bisogno e il suo appagamento, è necessario poter sperimentare, per dirla con Bion, la condizione di “vuoto”; è nell’attesa che il bambino gradualmente diventa consapevole di non “essere il mondo” ma di farne parte: riconoscendo agli altri la propria autonomia e individualità, è possibile instaurare una relazione nella quale l’oggetto non verrà rifiutato, sostituito o distrutto perchè non appagante i propri bisogni. Viceversa, se prevale l’onnipotenza,
che nega i limiti della realtà, è possibile che prenda il sopravvento la parte distruttiva della personalità, che svalorizza, che rifiuta, che distrugge.

Nuovamente le osservazioni della relazione madre-bambino offrono spunti di riflessione su molteplici situazioni (lo svezzamento, l’educazione alla pulizia, l’assenza della madre) di per sé frustranti e il conseguente comportamento materno, volto a fornire un “rifornimento affettivo” fatto di “vicinanza”, di offerta di giochi che simulano “l’andare” e il “venire”, di “rituali” che consentano, in quanto aree transizionali (Winnicott, 1971), il distacco di sensibilità nella ricerca di un equilibrio tra soddisfacimento eccessivo e frustrazioni esagerate che permetta la crescita armoniosa e l’evoluzione verso l’indipendenza.

Sono partita, all’inizio di queste considerazioni, con l’intento di trovare, nel pensiero di alcuni Autori che si sono interessati alla relazione oggettuale, elementi di comune interesse nonostante le prospettive differenti; nel far ciò ho fatto riferimento ad alcuni aspetti che emergono dall’osservazione diretta della relazione madre-bambino.

Ma è proprio partendo da un’esperienza quale quella dell’Infant Observation che si potrebbe riflettere sull’aspetto opposto e cioè sul fatto se davvero è poi così necessario che nel pensiero psicoanalitico vi debbano essere concordanze “a tutti i costi”; è proprio osservando un bambino con la propria madre in una condizione di “mente libera e fluttuante” (senza “memoria e desiderio” che possono saturare il campo) e riportando poi quanto osservato in un gruppo di discussione, che è possibile pervenire ad un “apprendere dall’esperienza” dove il soggetto di osservazione  e la relazione non sono frammentate al servizio di un’unica visione teorico-esplicativa, dove lo spiegare prevale sul comprendere, ma ciascun aspetto teorico e ogni spiegazione attinente a quanto osservato, insieme alle impressioni e agli stati d’animo vissuti, consentono di avvicinarsi all’altro nella sua globalità, individualità e ricchezza.

*Insegnante, educatrice professionale, psicologa.

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