La chimera della progettazione partecipata

La chimera della progettazione partecipata:riflessioni sulla metodologia

Le scelte di azione che ricadono sulla collettività costituiscono un modello di sviluppo di comunità

Una prima considerazione riguarda la concreta analogia esistente tra progettazione partecipata e democrazia diretta. Può sembrare un’analogia scontata, ma nella realtà sul campo della pratica della democrazia, quasi mai si applica il principio della partecipazione diretta della popolazione alle scelte di governo del territorio.

Il rammentare l’importanza del partire dalla domanda reale della gente, dai bisogni, dalle esigenze che scaturiscono nella pratica dell’azione quotidiana, per costruire nella partecipazione collettiva le risposte delle politiche sociali e sanitarie, è sempre opportuno e mai sufficiente.

Quante volte assistiamo a servizi ed attività, nel settore dei servizi alla persona, che sono stati costruiti ed attivati sulla scorta delle competenze che gli operatori del settore hanno appreso nelle Università o in altri percorsi di professionalizzazione. E’ consueto che un operatore riproduca se stesso ed il suo sapere professionale e le prestazioni che può proporre hanno come limite il bagaglio delle competenze specifiche conseguite. Poi i servizi e le attività proposte vengono utilizzate da molte persone del territorio, che accedono a quelle prestazioni perché non trovano altre risposte, ma quante altre desidererebbero prestazioni differenti e non accedono ai servizi attivati? L’assenza di una progettazione partecipata non consente di sondare questo numero oscuro e di conoscere le diversità dei bisogni concreti.

Il nesso di causalità che unisce la progettazione partecipata alla democrazia diretta è rappresentato dalla relazione diretta nell’azione sociale, che costituisce l’elemento di accesso alla conoscenza e, soprattutto, l’elemento motivazionale degli individui.

  • La relazione diretta tra individui nel medesimo spazio, la soddisfazione del riconoscersi reciprocamente, la progettazione comune e partecipata di scelte d’azione che ricadono sulla collettività, costituiscono un modello di sviluppo di comunità.

L’incontro e la progettazione tra individui abitanti in un territorio circoscritto, propongono un’arricchimento ed una sintesi delle culture familiari presenti, ricostruiscono il confine dei valori esistenti ed esaltano gli apprendimenti del passato. Questo processo relazionale assolve ad una esigenza fondamentale della nostra esistenza: l’identificazione temporale, senza la quale non apparterremmo a niente.

Se il territorio in cui viviamo diventa il luogo dell’incontro, della progettazione comune, del protagonismo dei singoli, ma anche del riconoscimento delle qualità degli altri da sé, si realizza un’altra componente fondamentale della nostra identità: la possibilità di provare una ricaduta affettiva sul territorio utilizzato, l’identificazione con lo spazio.

L’identificazione temporale e l’identificazione spaziale, variabili costitutive dell’identità individuale, ci accompagnano nel maturare la convinzione di poter esistere come rappresentanti di un gruppo sociale, di fare parte di una comunità, di un “gruppo di appartenenza”. Il sentimento della appartenenza premia i nostri sforzi di mediare e creare assieme.

– Prima si evocava la progettazione partecipata come sviluppo della motivazione dei soggetti coinvolti. L’identità è il prodotto delle aspettative di ruolo (T. Parsons): nella relazione sociale si attivano quei riconoscimenti del significato che gli altri attribuiscono alle nostre azioni, che ci consentono di imparare a conoscere il valore dei nostri comportamenti, e si sviluppano le definizioni, dal punto di vista degli altri, delle nostre attitudini ed abilità (l’altro generalizzato di G. Mead). Questo processo di riconoscimento da parte degli altri da sé, sviluppa dei riconoscimenti individuali di specifiche abilità, sollecita l’emozione ed il piacere di sentirsi protagonisti in azioni valutate positivamente, produce una positiva considerazione di sé e sviluppa il sentimento dell’autostima. Questo processo di relazione costituisce il percorso di individuazione, di crescita, di motivazione, di definizione di ruolo.

L’attivazione di momenti di confronto culturale e di progettazione partecipata sull’utilizzo di spazi comuni del territorio, rappresenta l’occasione per far emergere qualità individuali in una palestra di rapporti, in un sociale circoscritto, che agiscono da cassa di risonanza delle abilità dei singoli. L’immagine sociale conseguita motiva i singoli individui a percorrere la via delle abilità riconosciute, per riprodurre le condizioni di potere e di benessere raggiunte nella relazione, attivando una spirale di azioni e retroazioni che conducono ad una “profezia che si autoavvera”. La progettazione partecipata attiva il riconoscimento di sé, delle proprie abilità ed attitudini e motiva a perseguirle.

– La progettazione partecipata possiede un valore nella pratica della ricerca sociologica, coniuga metodologie di indagine con percorsi pedagogici, in particolare nella metodologia della ricerca azione.

Quando l’indagine non deve proporre solo conoscenza ed approfondimenti, ma deve innestare consapevolezze e cambiamenti, gli stessi partecipanti al percorso di indagine diventano i fruitori degli obiettivi pedagogici dell’indagine e devono costruirsi delle nuove certezze, delle nuove convinzioni e provare nuove realtà di relazione. La progettazione partecipata nella ricerca azione rappresenta per definizione un percorso di relazione di gruppo e produce nuove consapevolezze di sé nei partecipanti.

Per proporre un esempio, pensiamo ad una ricerca-azione in via di ultimazione in alcuni Comuni della periferia milanese, nei quali si stanno incontrando genitori di target sensibili, coppie con età superiore ai 50 anni, genitori con esperienza di scout, genitori dei Lyons e dei Rotary, genitori impegnati nelle Associazioni benefiche e negli oratori, genitori insegnanti, per analizzare le resistenze alle richieste di affido familiare. L’indagine è stata costruita per approfondire, con la tecnica dei focus group, le difficoltà e le paure dei partecipanti a simili richieste e per stemperarne le resistenze, ben sapendo che per strutture di personalità, queste coppie genitoriali rappresentano le categorie di persone più adatte e motivabili ad assumersi l’onere della pratica dell’affido. Ciò che è importante in queste indagini non sono i risultati di approfondimento delle diffidenze culturalmente espresse, che potrebbero essere utili per promuovere campagne promozionali future sull’affido più consapevoli delle resistenze in gioco, ma diventano i veri obiettivi la maturazione di nuove convinzioni ed i cambiamenti di atteggiamento e di disponibilità dei protagonisti presenti nel percorso di approfondimento.

Se l’obiettivo strumentalizza la ricerca per raggiungere finalità pedagogiche mirate, allora la metodologia della ricerca-azione racchiude nel suo percorso di approfondimento una dinamica di piccolo gruppo, uno arco di sentimenti, di riflessioni, di sofferenze, di paure, di condivisioni, di apprendimenti reciproci, di proiezioni, che rielaborano e modificano le pregresse posizioni maturate, nello specifico sull’affido familiare. La ricerca-azione sollecita la riconsiderazione di pregresse convinzioni e, grazie alle retroazioni dei pari presenti, costruisce ed attribuisce un nuovo significato al tema di approfondimento. La ricerca azione coniuga convinzioni e sentimenti e li rappresenta in una sorta di drammatizzazione in cui gli elementi emotivi diventano i vettori che consentono di riconsiderare le convinzioni in gioco.

Ogni nuova piccola acquisizione positiva che avvicina alla scelta di considerare la pratica dell’affido, viene interiorizzata in un processo di piccolo gruppo, il quale utilizza una metodologia riflessiva che è propria della progettazione partecipata.

– Prendiamo in considerazione la applicazione di questa metodologia nel Comune di Bosisio Parini, dove la Fondazione Minoprio ha coinvolto studenti delle scuole elementari e medie in un percorso di valorizzazione dei sentieri nei boschi del Comune ed ha progettato con gli studenti un parco giochi per loro e per i bambini disabili.

Uscire dalla struttura scolastica per apprendere attraverso una modalità itinerante, ha creato una nuova nascita sociale degli alunni. Imparare in uno spazio che cambia man mano che lo attraversi richiede lo sviluppo di nuove abilità. Occorre imparare a prestare attenzione a ciò che ci circonda e sviluppare la capacità di ascolto e di concentrazione. Rappresenta l’occasione per addestrarsi ad osservare gli spazi e ad ascoltarne i rumori, per conoscere altre specie animali ed impregnarsi degli odori e delle sensazioni che creano le piante. Lo spazio, il territorio insegnano. La conoscenza diventa così il modo per appropriarsi
e controllare lo spazio. Occorre tenere presente che in questa giovane età, lo spazio conosciuto è parziale e circoscritto e le attribuzioni di significato sono rivolte al senso di protezione che rappresenta per loro. La conoscenza viene coniugata con la non ostilità, con la tranquillità emotiva, con la possibilità di usare ed incidere nello spazio. Lo spazio conosciuto diventa protettivo come la propria camera nella propria casa, si avvolge di affettività, diventa un territorio affettivo in cui proiettare e vivere emozioni positive.

Uscire dalla struttura scolastica, per imparare a condividere il senso di un nuovo spazio pubblico, ha permesso a questi studenti di incontrare adulti sconosciuti e “non significativi” affettivamente, impegnati, come loro, a confrontarsi per riqualificare il valore di uno spicchio di territorio. I ragazzi hanno provato a mediare con persone diverse da loro ed adulte per la prima volta. E’ scaturita una vicinanza di emozioni ed intenti con soggetti adulti ed esterni al gruppo-classe, creando una vicinanza ed una similitudine nel conoscere e nell’interpretare gli spazi tali da renderli complici con grande prossimità affettiva. Abbiamo assistito alla nascita del sentimento dell’appartenenza, del senso civico, del riconoscimento del valore degli altri intorno a me.

Nel percorso di progettazione partecipata, il presentare le proprie idee, interpretazioni, desideri, ad altri da sé e ricevere risposte appropriate, di riconoscimento del valore espresso, crea una sensazione di protagonismo e di valore sugli argomenti di quella specifica progettazione. L’oggetto della progettazione diventa l’elemento in cui si dimostrano abilità e vengono riconosciute capacità. Si è provocato un accrescimento della valutazione di sé dei singoli protagonisti collegata agli spazi conosciuti ed interpretati. Gli spazi diventano l’oggetto del proprio riconoscimento ed i mediatori del proprio processo di individuazione, di crescita. Se noi esistiamo con successo in uno spazio, questo spazio diventa parte di noi e si colora di un alone affettivo.

La progettazione partecipata ha costruito in questa applicazione pratica l’incontro con la diversità, con l’handicap. Gli studenti hanno percorso una riflessione sui bisogni di divertimento di giovani svantaggiati, incontrando i sentimenti, le similitudini nelle emozioni e nei desideri dei portatori di diversità. Questa esperienza li aiuta a capire l’importanza ed il piacere personale che produce l’azione sociale del donare agli altri bisognosi ciò che si possiede e si può possedere. La gioventù è un periodo marcato da una grande attenzione a se stessi, al riconoscimento personale ed il progettare per gli altri, non solo contrasta l’egocentrismo e l’onnipotenza del periodo evolutivo, ma allena a consapevolezze cognitive ed emotive non proprie dell’età e fondamentali per poter esistere in un gruppo sociale e mantenerne la coesione. Questi studenti si sono avventurati nella loro prima esperienza di volontariato, sostenuti da adulti nel riconoscere il protagonismo individuale e la forza motivazionale dell’azione sociale del dono.

Il percorso di conoscenza ed esperienza della progettazione partecipata  ha creato in questi giovani consapevolezze fondamentali che rimarranno con loro negli anni a venire: protagonismo, individuazione, senso di appartenenza al proprio gruppo sociale e senso civico, rispetto per l’ambiente e per le persone che condividono i medesimi territori comuni, un nuovo significato individuale al donare a persone svantaggiate, imparare ad osservare, concentrarsi, ascoltare.

*Sociologo

e criminologo clinico,

Università statale

Milano Bicocca