La curiosità è un diritto umano

Scienza e libertà  nell’epoca degli atei devoti.

Come è stato possibile arrivare al punto che difendere l’insegnamento della teoria darwiniana dell’evoluzione nelle scuole possa essere tacciato di “laicismo”o di veteropositivismo”?

Volevamo la complessità e abbiamo avuto l’Intelligent Design

Vorrei esordire con una piccola provocazione. E’ difficile trovare una forma di sapere che, negli ultimi decenni, sia stata oggetto di analisi critiche e di “decostruzioni” quanto le scienze fisiche e naturali. Le forme di razionalità tipiche della scienza, i suoi metodi, i suoi protocolli, le sue procedure di indagine e di verifica, la sua attendibilità e le sue ambizioni, le sue finalità sono stati sottoposti al vaglio attento di studiosi provenienti dalle più diverse discipline, filosofiche e sociologiche. Abbiamo rinunciato all’idea semplicistica che la scienza possa offrirci “certezze” inossidabili o ricette preconfezionate per interpretare un fenomeno o per prevederne l’andamento. Abbiamo capito che non è bene rivolgersi alla scienza mediante principi di autorità, come quando si cerca nel biologico o nel genetico la spiegazione che non si trova a livelli di complessità superiore, o come quando si delega sbrigativamente alla scienza una risposta definitiva che non si trova altrove. Abbiamo imparato che la scienza non è un serbatoio cumulativo di “applicazioni” e che si instaura invece un rapporto non lineare fra dimensione pratica e dimensione teorica: le pratiche sono imbevute di teoria; le teorie, dal canto loro, ben lungi dall’essere soltanto astrazioni, possono condurre ad approcci antagonisti estremamente concreti sul piano delle loro conseguenze, per esempio, in una terapia o nell’organizzazione operativa di un protocollo di ricerca e quindi nella selezione dei dati pertinenti. Sappiamo che non è facile codificare principi che ci permettano di definire in modo univoco il progresso delle conoscenze scientifiche come un affastellamento cumulativo di dati e di spiegazioni, che la storia della scienza è più intricata, piena di filoni carsici, di buone idee abbandonate per cattivi motivi e di pessime idee vincenti per buoni motivi. Qualcuno si è spinto ad affermare che non vi è, in realtà, un criterio affidabile di definizione del contenuto di oggettività o di “verosimiglianza” di una teoria scientifica; che la stessa crisi di univocità riguarda il metodo scientifico in senso lato. Abbiamo anche smesso, in generale, di pensare che esista un unico modello di spiegazione scientifica generalizzabile a tutte le discipline (Mayr 2004), per esempio quello fisico-matematico che pure ci ha permesso di raggiungere avanzamenti conoscitivi senza eguali, e si fa strada la necessità di concepire un “pluralismo epistemologico” o un “naturalismo liberalizzato” (De Caro, Macarthur, 2005) di fronte alla ramificazione delle discipline scientifiche contemporanee, la cui “specializzazione” anziché essere vista come uno spettro può essere mitigata dalla capacità di partecipare a programmi di ricerca trasversali. Abbiamo attraversato la crisi dei fondamenti e metabolizzato l’esistenza di vincoli di indecidibilità e di indeterminazione che costituiscono un limite intrinseco alla conoscenza scientifica. Godiamo ormai di un’ampia e raffinata letteratura riguardante i rapporti di codipendenza e di perturbazione reciproca fra scienza e politica (Pielke jr., 2005), fra scienza e società, fra “ricerca di base” (o ricerca “pura” come si diceva un tempo) e ricerca applicata, fra scienza e tecnica.

Ebbene, dopo tutto questo intenso e partecipato lavorio epistemologico (beninteso, irreversibile), cosa è rimasto? Guardiamoci intorno. Sfogliamo i più importanti giornali nazionali italiani risalenti alle due, tre settimane immediatamente precedenti il referendum sulla fecondazione assistita del 12-13 giugno 2005. Troveremo richiami, da parte di confederazioni episcopali, alla presunta “naturalità” o “normalità” di alcuni comportamenti umani a scapito di altri, motivati su base rigorosamente biologico-naturalistica, secondo la migliore tradizione dello scientismo tardo ottocentesco, che la scienza stessa ha problematizzato e criticato da almeno un secolo. Troveremo gli anatemi ispirati contro la ùbris della tecnica, la disumanizzazione della “Tecnoscienza”, la volontà di potenza illimitata dell’uomo prometeico, il vaso di pandora dell’ingegneria genetica. Troveremo un certo postmodernismo di ritorno schizzinoso e radical chic, l’invocazione di una Verità contro le menzogne degli altri (“Fratello embrione, sorella verità”), una bioetica molto etica e poco “bio”, gli atei devoti, i dialoghi sordi fra caricature contrapposte, la paura di perdere l’elettorato cattolico, l’idea paternalistica che la scienza abbia bisogno di una “tutela”, la spudoratezza di chi ha detto di essere felice che la scienza italiana sia (e rimanga) povera (così aguzza l’ingegno), il terrore per l’emergere di un “fondamentalismo in camice bianco”: sullo sfondo, un pervicace disinteresse per la realtà effettiva della ricerca sperimentale, per le sue sfide, le sue opportunità, i suoi rischi, le ambiguità, le distinzioni.

Il risultato, brutale, è che mentre negli Stati Uniti un presidente conservatore eletto anche con i voti delle destre cristiane fondamentaliste vieta la ricerca degli istituti pubblici sulle cellule staminali embrionali ma il 90% della ricerca (privata) va avanti comunque liberamente, in Italia è Legge dello Stato (votata da una maggioranza parlamentare trasversale di matrice confessionale) che nessuno (né pubblico né privato) possa più lavorare su linee di cellule staminali embrionali entro i confini del paese. Interi settori di punta della scienza italiana, nella medicina riproduttiva e nella genomica medica, sono umiliati. Anziché esplorare strade diverse (le embrionali e le adulte, per intenderci, o soluzioni terze in fase di sperimentazione), si è deciso di imporne una per via legislativa e di censurare l’altra.

Era questa la “cultura scientifica”, era questa la percezione pubblica della scienza che volevamo quando lavoravamo per una concezione della scienza pluralista, umana, consapevole dei propri limiti interni ed esterni? Abbiamo combattuto il riduzionismo epistemologico per ritrovarci in casa l’Intelligent Design? Come è stato possibile che il dibattito si ideologizzasse a tal punto che difendere l’insegnamento della teoria darwiniana dell’evoluzione nelle scuole (una battaglia che fino a due anni fa sarebbe parsa di retroguardia, se non addirittura anacronistica) possa essere tacciato di “laicismo” o di “veteropositivismo”?

Ciò che è sempre più amaro constatare è che la polarizzazione fra scientismo e antiscientismo, unita agli attacchi sempre più espliciti alla libertà della ricerca scientifica (attacchi non solo ideologici e religiosi, ma anche schiettamente economici, laddove non esiste libertà senza i mezzi per esplorarla), obbliga la riflessione epistemologica a fare un drammatico passo indietro, a svilire quelle raffinate conquiste prima elencate. Oggi siamo costretti ad andare a dibattiti pubblici per riaffermare che un fatto è un fatto (anche se impregnato di teoria), che non si può negare l’evidenza altrimenti non esiste terreno comune di dialogo, che la scienza non è dogma ma conoscenza in evoluzione, che le controversie non sono necessariamente indizio di debolezza di una teoria scientifica, che il revisionismo antiscientifico è contro l’etica della comunicazione pubblica, che la scienza non può accettare spiegazioni che esulino da una trama di cause naturali e materiali, che una parte della società non può imporre per legge le sue preferenze etiche alla coscienza della parte rimanente (Eldredge, 2000). Un tempo, questi, erano principi acquisiti.

Volevamo discutere del rapporto fra scienza e diritti umani, fra scienza e libertà. Siamo costretti a domandarci se la scienza sia ancora, essa stessa, un “diritto umano” e se la sua libertà sia un dato consolidato. Eravamo convinti che alcune conquiste di laicità fossero irreversibili. Non è così.

Il diritto umano alla curiosità

Proporrei allora di ragionare attorno all’ipotesi che la meraviglia e la curiosità siano diritti umani fondamentali. Per uscire dal paradosso prima abbozzato non serve certamente un ritorno a epistemologie “dure”, né basterà il protrarsi del lamento contro il (pur indiscutibile) pregiudizio antiscientifico radicato nelle classi dirigenti di questo paese (Bellone 2005). Il punto rimane quello di comprendere se e in che modo la scienza possa essere intesa come una forma di cultura. A mio avviso, se vogliamo rispondere affermativamente alla questione, non possiamo fare a meno di soffermarci sulle peculiarità della cultura scientifica. La scienza è una forma alta di cultura, ma è una cultura peculiare, fortemente sfidante, ambiziosa, provocatoria, quasi scandalosa per certi aspetti del dibattito contemporaneo.

Gli scienziati”, scriveva Charles P. Snow nel suo polemico pamphlet sulle due culture, “hanno per natura il futuro nel sangue” (Snow, ed. 2005). Il loro mestiere è quello di spostare sempre di un passo più in là la frontiera del conosciuto. Come Isaac Newton scrisse in vecchiaia, giocano come bimbi sulla spiaggia, osservando di tanto in tanto un ciottolo di forma particolare, mentre si stende di fronte a loro l’oceano sconosciuto della verità. E non demordono, pur sapendo che l’apertura di una finestra esplicativa implica la proliferazione di nuove domande. Così, anche se la freccia del loro progresso non è lineare, l’esplorazione dell’ignoto, la dimensione della scoperta resta imprescindibile. La curiosità è un diritto umano.

La scienza conserva, inoltre, un’ambizione ben più imbarazzante, quella di adottare e di sviluppare un linguaggio universale – la logica matematica e l’argomentazione razionale messa a confronto con l’evidenza empirica – e un confronto pubblico extraterritoriale. La scienza è un codice di comportamento (spesso negletto, si intende) globalizzato, ma non perché debba essere omogeneizzato su scala planetaria il metodo quantitativo e riduzionista (non diventa una battaglia ideologica continuare a ripetersi quanto siano brutti e cattivi i “riduzionisti”?), bensì per un bisogno umano fondamentale di confronto, di traduzione, di reciproca conferma, di falsificabilità, di trasparenza, di “riproducibilità” (un’altra parola che non si può più usare), di pari opportunità. La curiosità è un diritto umano condivisibile da ogni essere umano sul pianeta, senza distinzioni di razza o di censo.

Infine, e qui l’ambizione della scienza diventa insopportabile, il sapere a cui noi spesso erroneamente ci rivolgiamo come a un’autorità sacrale è nel proprio intimo un esercizio antiautoritario per definizione. Il rifiuto dell’autorità, sia essa un’imposizione esterna o un quadro teorico di riferimento ereditato, è un requisito indispensabile per l’evoluzione della conoscenza scientifica. Nella scienza non è mai detta l’ultima parola, nemmeno se è stata pronunciata da Albert Einstein. Ciò non significa però che la storia della scienza sia riducibile a un susseguirsi di paradigmi inconciliabili, né tanto meno che ogni verità consolidata emersa dalla ricerca sia semplicemente relativa ad un contesto, ad una cultura o ad una tradizione di ricerca particolari. Non significa che ogni assunto equivalga a un altro, secondo quella forma di relativismo culturale che di solito prepara il terreno per la successiva campagna imperialista da parte del più forte. Il relativismo epistemologico implica, semmai, che solo dal confronto e dallo scontro regolamentato di ipotesi alternative emerga una conoscenza condivisa e che, da quest’ottica, ogni punto di vista sia potenzialmente pertinente, potenzialmente fecondo per il nostro cammino verso la soluzione di un interrogativo scientifico, e che per questo ogni punto di vista meriti di essere difeso (Giorello 2005). La curiosità è un diritto umano di libertà e di laicità.

Non è così strano, dunque, che la libertà della scienza (e di altri saperi con i quali essa condivide tali caratteristiche) irriti così tanto i portatori di approcci dogmatici. Essa mostra oggi, più di ogni altro campo di indagine, la possibilità di costruire una cultura laica positiva, propositiva, indipendente, dotata di valori forti e non solo impegnata nella difesa delle proprie prerogative da attacchi esterni. Il suo metodo è un terreno di garanzia, come lo è il dettato costituzionale in una democrazia. Noi possiamo abusare di una norma costituzionale per violare i principi della Costituzione stessa, ma la soluzione a questo abuso sarà indicata dalla costituzione medesima. Noi possiamo abusare della conoscenza scientifica per fini eticamente discutibili, ma la scienza sarà necessariamente una parte della soluzione al problema che vorremo (insieme, pluralisticamente) trovare: i limiti alla sua azione saranno decisi insieme alla scienza, non contro la scienza. Il problema sta nel trovare gli antidoti, non nel reprimere. La curiosità è un diritto umano democratico e costituzionale.

Un’immersione sociale della scienza

Di fronte, allora, agli ostacoli che si frappongono al dialogo fra le due culture (le caricature e le menzogne ideologiche da una parte, ma anche le sbavature scientiste e lo snobismo antidivulgativo, dall’altra) non resta che aprire la scienza alla società, immergere la scienza nella società. Occorre rispondere alla domanda di conoscenza scientifica che emerge da quei cittadini che, a decine di migliaia, affollano manifestazioni come il Festival della Scienza di Genova, una festa della scienza che non ha paura di essere “popolare” e che in tre anni ha portato l’Italia ad essere la sede dell’evento di comunicazione scientifica più seguito in termini di pubblico a livello europeo e più ricco in termini di offerta. Come è già accaduto in passato, il nostro paese talvolta rivela una profonda scollatura fra la cultura delle sue classi dirigenti e la percezione del pubblico, in questo caso ben più avanzata, selettiva e promettente.

Questa immersione sociale della scienza non implica, del resto, un abbassamento della qualità né una banalizzazione dei contenuti: i dati indicano chiaramente che il pubblico sceglie in base ai temi, più che ai volti televisivamente attraenti o ai grandi nomi stranieri. In un contesto così privilegiato si possono intraprendere strade interessanti: gettare liberamente ponti fra le due culture, mettendo a confronto scienziati e filosofi, scrittori, attori, artisti; svelare il pluralismo disciplinare che anima i più importanti programmi di ricerca di frontiera al momento; esibire non solo il “contesto della giustificazione” scientifica (come le teorie sono strutturate e validate) ma anche il “contesto della scoperta” e della creatività euristica della scienza; indagare l’esistenza, tutto sommato, di una sorta di “terza cultura”, un territorio neutrale di confronto abitato dalle grandi domande di senso (da dove veniamo, chi siamo, qual è il nostro posto nella natura e nel cosmo, dove andiamo) che possiamo oggi re-interpretare anche attraverso gli occhi della scienza.

Questa è la libertà della scienza che potremmo prefigurare per il futuro, saltando a piè pari talune meschinità dei dibattiti nazionali: una scienza orgogliosa di essere una forma di sapere alta, in grado di dialogare alla pari con le altre, anche in virtù della sua consapevolezza critica ed epistemologica acquisita. Mi riferisco a quella consapevolezza attraverso la quale ricostruiamo i cambiamenti di prospettive e di “metafore”: per esempio, nell’avvincente storia del Progetto Genoma e nella nuova frontiera della post-genomica, la transizione epistemologica dall’approccio ingegneristico e meccanicistico degli anni ottanta del Novecento all’approccio reticolare e sistemico di oggi (una di quelle importanti intuizioni avute dal “pensiero della complessità” italiano che oggi, paradossalmente proprio nel momento in cui potrebbe riscuotere il merito delle sue anticipazioni, ha smesso di occuparsi di scienza e, purtroppo, si è lasciato tentare da impulsi antiscientifici).

Nella continua apertura critica di possibilità si nasconde il valore più prezioso di questa impresa, individuale e collettiva, che chiamiamo “scienza”. Dire quanto essa sia indispensabile per la crescita di una “società della conoscenza” improntata alla ricerca e all’innovazione è diventato un luogo comune talmente calpestato da aver perso qualsiasi incidenza. Possiamo solo aspettare, e sperare, che qualcuno lo traduca in azione politica, in investimenti pubblici e privati, nonché nella creazione, finalmente, di un’autorità indipendente che valuti il grado di “eccellenza” della ricerca. Nel frattempo, possiamo lavorare insieme (con le scuole, le università, le imprese) affinché la cultura scientifica sia vissuta come un patrimonio collettivo irrinunciabile e sia normale oggetto di discussione pubblica. L’obiettivo è che un giorno, forse ancora lontano, un qualsiasi governo di questo paese, a qualunque schieramento appartenga,
possa marginalizzare e umiliare la ricerca scientifica e l’insegnamento della scienza solo al prezzo altissimo di perdere consenso popolare. Oggi non è ancora così, ma ci si può arrivare. Il faro potrebbe essere questa semplice idea, scritta nella nostra costituzione: che la curiosità è un diritto umano inalienabile.

*Professore associato di Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Milano Bicocca, è coordinatore scientifico delle conferenze del Festival della Scienza di Genova.

 

Bibliografia di riferimento

Bellone, E. (2005), La scienza negata. Il caso italiano, Codice Edizioni, Torino.

De Caro M., D. Macarthur (a cura di) 2005, La mente e la natura. Per un naturalismo liberalizzato, Roma, Fazi.

Eldredge, N. (2000), The Triumph of Evolution (and the failure of creationism), Freeman and C., New York.

Giorello, G. (2005), Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Mayr, E. (2004), L’unicità della biologia. Sull’autonomia di una disciplina scientifica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.

Pielke Jr., R.A. (2005), Scienza e politica. La lotta per il consenso, Laterza, Roma-Bari.

Snow, C.P. (1963), Le due culture, Marsilio, Venezia, riediz. 2005.

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