La devianza come risorsa

Normalmente l’istituzione interviene in ritardo nel dare risposte ai problemi dei ragazzi. In Italia esistono circa 48.000 detenuti complessivamente: in questo numero rientrano anche i minorenni.

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In 21 istituti per i minorenni sul territorio nazionale ve ne sono 480, di cui 180 italiani. Il 60%, dunque, sono stranieri, per lo più concentrati nel centro nord. Ma di questi 180 ragazzi solo una metà è realmente minorenne; l’altra è costituita da ragazzi maggiorenni, sotto i 21 anni, che hanno compiuto reati prima di compiere i diciotto anni. Tutto ciò non significa che il problema della devianza in Italia riguarda 180 ragazzi: in ogni distretto ci sono centinaia di ragazzi seguiti dai servizi sociali.
Per ciò che riguarda la giustizia minorile, il “Progetto 98”, elaborato dal ministero di Grazia e Giustizia, prevede il ribaltamento di alcuni criteri fondamentali nella gestione della devianza giovanile, come il coordinamento e la comunicazione tra i servizi, affinché possano lavorare “in rete”.
Un interessante cambiamento di prospettiva è introdotto dalla legge 448/88, che pone la carcerazione come ultima ratio nell’intervento con i ragazzi devianti. Ma questa legge per i ragazzi stranieri non funziona.
E nelle strutture minorili italiane del centro e del nord, dove c’è una maggiore presenza di ragazzi stranieri, la percentuale rispetto agli italiani arriva al 70%. Ciò significa che il 90% dei ragazzi stranieri che entrano a far parte del circuito penale conoscono come risposta il carcere. Per i ragazzi italiani, invece, il percorso è più lungo: il centro di prima accoglienza e solo in ultima analisi l’istituto penale.
Dopo l’arresto, in tre o quattro giorni un’équipe di educatori raccoglie informazioni sul ragazzo, che in qualche misura orientano le scelte del gip, o per la remissione in libertà, o per misure cautelari che però non sono necessariamente il carcere.
Di fatto, su 100 italiani che arrivano al CPA (Centro Prima Accoglienza), 20 passano in carcere; su 100 stranieri ve ne finiscono 80.
Il discrimine tra carcerazione e non carcerazione è anche il grado di funzionamento dei servizi nei vari distretti. In questo senso, una delle proposte interessanti del nuovo “Progetto 98” è il passaggio da una situazione in cui il magistrato decide di condannare il ragazzo e successivamente cura l’evoluzione del trattamento, ad una prospettiva in cui il magistrato verifica e sancisce la responsabilità penale del ragazzo, ma, di fatto, consegna il ragazzo ad un sistema di servizi competenti che studino il percorso trattamentale adatto.
Da punto di partenza il carcere diviene un’eventualità remota, da prendere in considerazione solo dopo un percorso di analisi, come è stato sperimentato in Scozia, in Inghilterra e in Francia già da alcuni anni.
Il ragazzo ha bisogno di trasgredire, ma il problema è riuscire a dare il senso del limiti accettabili della sua trasgressione.
E’ interessante un dibattito che si sta aprendo nella giustizia minorile sulla necessità di passare dalle mere politiche di prevenzione della devianza, “alla promozione del benessere sociale”. La cultura della prevenzione in senso stretto è basata su un modello teorico di lettura della devianza giovanile che ha alla base il modello causale unilineare: ma la possibilità teorica di definire oggettivamente un rapporto tra alcune variabili psico sociali e lo sviluppo di comportamenti devianti, raramente è stata dimostrata.
A differenza della prevenzione, la promozione viene innescata dalla domanda della
persona in difficoltà e non dall’istituzione. Nell’ottica della promozione, la persona è messa nella condizione di porre una richiesta di aiuto; la prevenzione, all’opposto, prevede un intervento che risponde ai bisogni della società o dei servizi istituzionali. Lì c’è un ‘caso’, qui c’è una persona. Lì c’è un problema, qui c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto e che ha imparato a chiedere aiuto a contesti dove esiste qualcuno che risponde al suo disagio.
Quando c’è una situazione a rischio vuol dire che qualcuno non sta facendo il suo dovere, significa che i diritti delle persone che si trovano in certi contesti non sono rispettati.
Il rischio come concetto e come alibi va combattuto, ma il rischio come concetto va innanzitutto approfondito, anche perché il rischio contiene spesso delle potenzialità.
La società viene cambiata dai devianti: se il nostro sistema sociale fosse fondato esclusivamente sul rispetto a tutti i livelli di tutte le norme e le regole, sarebbe un sistema destinato all’autodistruzione, alla chiusura, all’irrigidimento.
La devianza può essere letta in modo diverso e la stessa ricostruzione origina valutazioni diverse, anche per il fatto che non c’è una concezione comune del significato di risultato ed esiste confusione tra il livello pedagogico e giuridico su questi temi.
Inoltre, la mancanza di formazione all’interprofessionalità produce sul piano istituzionale un atteggiamento che potremmo chiamare “sindrome della trincea”, la quale, a sua volta, disabitua al lavoro in rete, rete che non va costruita formalmente, ma riconosciuta come realtà concreta di collaborazione, frutto di lavoro intelligente e competente.
Allo stesso modo nei servizi manca l’abitudine al confronto sulle esperienze positive: cosa che aumenterebbe la competenza complessiva del sistema, nella possibilità di riuscire a teorizzare un codice comune delle tecniche, dei metodi, della progettazione. Se si riuscisse a fare questo, le potenzialità del lavoro e dell’efficacia del sistema dei servizi aumenterebbero.

*vicedirettore dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria – Milano

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