La memoria del silenzio

Proponiamo di seguito il testo dell’intervento tenuto da Silvia Vegetti Finzi in occasione del VI Convegno Nazionale “Scritture d’amore”, svoltosi il 7-8 Maggio 2004 ad Anghiari (Arezzo) ed organizzato dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca e dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Oggetto di indagine del Convegno, i cui atti saranno prossimamente pubblicati nella collana “I Quaderni” della rivista semestrale “Adultità” (Ed. Guerini e Associati), è stato il tema delle relazioni tra sentimenti di amore e scritture: in particolare le implicazioni emoziali, le testimonianze, i significati profondi che lo scrivere di sé-con/per l’altro/a nel coinvolgimento amoroso continua a svolgere in quanto occasione autobiografica.

di Silvia Vegetti Finzi*

Il secolo che si è da poco concluso è stato un secolo di ferro e di fuoco. Grandi passioni politiche e ideologiche lo hanno attraversato lasciando dietro di sé una scia di polvere e di sangue. Tanto che ora ci troviamo, sgomenti, nell’incapacità di delineare un futuro possibile e desiderabile.

Ma come suggerisce il libro di Bion, Memoria del futuro, non c’è avvenire senza passato, progetto senza ricordo, utopia senza storia. Non a caso l’anamnesi costituisce uno dei compiti fondamentali della psicoanalisi e il suo primo programma di lavoro.

D’altro canto è  indubbio, come sostiene Mario Vegetti, che non c’è passato senza futuro e che il desiderio di interrogare il tempo trascorso, di rievocare gli eventi, riesumare i protagonisti, distinguere il falso dal vero può animarsi solo nel vivo della tensione politica, alla luce di un’appassionata battaglia ideologica.

Nell’attuale condizione di stagnazione anche il dibattito storico si immiserisce in una contrapposta contabilità delle vittime e dei carnefici – San Saba contro le Foibe-  trascurando il senso ultimo di tante ragioni e passioni.

Nel
frattempo spariscono gli utimi protagonisti di quegli eventi, testimoni non solo dei fatti oggettivi ma delle motivazioni che li hanno provocati, delle emozioni con cui sono stati vissuti, delle omissioni con cui sono stati scritti nella memoria individuale e collettiva.

Le lapidi non bastano a perpetuare il ricordo e ogni anno le corone istituzionali che vi vengono deposte, sfioriscono e macerano nella generale indifferenza.

Eppure tutto ciò che è accaduto è ancora qui, inciso nel corpo dei superstiti e dei loro figli nonché, forse, dei figli dei figli. Accanto agli adulti che vivono e scrivono la storia vi sono sempre dei bambini; ma nessuno si occupa di loro, come se fossero troppo piccoli per capire e per soffrire.

Quando quella che chiamiamo ormai incongruamente “l’ultima guerra” finì, avevo sette anni. Ma tante cose erano accadute prima di cui nessuno mi aveva parlato e che avrei scoperto poi piano piano, quasi per caso, sistemando i tasselli di un mosaico sepolto sotto la sabbia dell’oblio.

Come sapete mi chiamo Finzi e sono nata nell’ottobre del 1938, proprio nei giorni in cui venivano promulgate le “Leggi razziali”, editti restrittivi che apparentemente sembravano non riguardare una neonata, figlia di padre ebreo e di madre cattolica  che di suo non aveva nulla  da perdere.

Tuttavia mio padre fu costretto a rientrare in fretta e furia in Africa, ad Adis Abeba, dove lavorava come ingegnere telegrafico, per evitare che gli ritirassero il passaporto mentre mia madre e mio fratello, per la stessa ragione, lo seguirono venti giorni dopo su un’altra nave.

Rimasi così affidata  a una  famiglia di parenti, composta da due nuclei familiari e da più generazioni, che viveva in un piccolo paese del mantovano, Villimpenta. Ignara degli eventi che stavano squassando il mondo, crebbi aspettando che il papà, la mamma e il fratellino tornassero a prendermi appena fosse finita la guerra. Sentendomi amata da tutti, benché figlia di nessuno di loro,  non credo di essermi mai interrogata sulla mia situazione, di essermi chiesta perché la mia famiglia fosse così diversa dalle altre.

Per ogni bambino il suo mondo è evidentemente l’unico possibile.

Tutto precipitò all’improvviso nel momento (l’estate del ‘43) in cui mia madre tornò senza preavviso a riprendermi, spezzando così la continuità dell’esperienza e il filo della memoria, della mia memoria d’infanzia.

Con mio fratello, che aveva allora otto anni, ci trasferimmo a Manerbio, un paese del bresciano, che accolse quegli strani “furester”, con diffidenza e ostilità.

Mentre tentavamo un difficile inserimento, accadevano ogni giorno una molteplicità di avvenimenti paurosi: allarmi aerei, bombardamenti, profughi in fuga e improvvise sparizioni. Ma per noi bambini non c’erano né parole né ascolto. Nella nostra esperienza solo immagini sporadiche, frammenti di suoni, rumori, odori. Difficili da decifrare, impossibili da comprendere. E, nella nostra memoria, quanto di quel pulviscolo e come si sarà sedimentato?

Verso la fine del conflitto, gli  adulti, ignorando noi bambini,  discutevano tra di loro con aria circospetta come se l’avviso “Qui non si parla di politica!”, affisso nei locali pubblici, valesse anche in casa propria, in cucina, dove si radunavano la sera per ascoltare “Radio Londra”.

Nel frattempo i più piccoli erano bruscamente spediti fuori, a giocare sulle scale mal illuminate e sui pianerottoli gelidi.

Dalla porta giungevano soffocate voci concitate, esclamazioni, improperi, gesti di stizza, sospiri di rassegnazione e di speranza. Ora so che l’ascolto di quei bollettini contrapponeva mio zio, fascista speranzoso nelle mitiche V2, e mia madre, in spasmodica attesa che il regime cadesse per sottrarre i figli alla deportazione, prevista dal governo della vicina Repubblica di Salò anche per chi avesse un solo genitore di “razza ebraica”.

Potrei forse raccontarvi di più e meglio di una biografia che non ha nulla di particolare  o di eccezionale, se non  un silenzio più pesante, un maggior prevalere, rispetto ad altre,  del non detto  sulle parole.

Un silenzio dettato dalla paura prima, dalla stanchezza e forse dall’amore poi.

Quando mio padre fu rimpatriato, nell’inverno del ‘45, sembrava venisse da un altro mondo. Fatto prigioniero dagli inglesi, aveva vissuto a Massaua rendendosi utile come elettricista, dato che altro non si poteva chiedere, secondo gli inglesi, a un laureato in ingegneria in Italia.

Era stato fortunato, la sorte lo aveva messo al riparo dalla guerra e dalle persecuzioni, che nel frattempo travagliavano la sua famiglia.

Il padre e la sorella Ida, di diciannove anni,  erano stati deportati a Auschwitz, dove morirono dopo poco, e noi  figli costretti alla clandestinità e alla fuga.

Ma quando tornò, lo ricordo bene, lui si limitò a raccontare amene storielle, stile Barone di Mùnchausen,  sulla caccia ai leoni e a raccomandarci, come gli inglesi, di lavarci i denti tre volte al giorno. Non conoscendo la nostra identità e la nostra biografia ci sarebbe stato più facile divenire adulti qualunque, persone normali, al riparo dai fendenti che la storia riserba a chi in qualche modo si differenzia.

Un altro flash: “ragazzi uscite che noi dobbiamo parlare”.

Ancora una volta,  in una nuova casa,  ci toccava sopportare il piccolo esilio che garantiva la nostra ignoranza.

Ora però la storia aveva lasciato degli indizi che scoperchiarono per sempre lo scrigno del passato. Trovai infatti, nascosti nell’armadio, sotto la pila delle lenzuola, terribili fotografie dei campi di sterminio nazisti. Montagne di corpi umani nudi, scheletrici, accatastati alla rinfusa come in procinto di essere riversati in una discarica.

Corpi scarnificati, resi anonimi dalla magrezza estrema, corpi senza vita e senza biografia.

Non so cosa compresi di quella perturbante scoperta. Di certo non chiesi nulla perché il regime del silenzio ammutolisce la domanda.

Tuttavia intuii che quelle immagini si riferivano ai parenti scomparsi, al nonno, agli zii.

Solo anni dopo venni a sapere che lo zio, studente universitario di Chimica, fuggito avventurosamente dal campo di concentramento di Fossoli, vicino a Modena, era stato ucciso e derubato dei suoi pochi averi da uno spallone che si era offerto di guidarlo clandestinamente in Svizzera. Ma quando scoprii casualmente le fotografie dell’orrore, non sapevo quasi nulla. Tuttavia sentii che quegli accadimenti mi riguardavano, che la storia non era una faccenda degli altri, figure che scorrevano durante i FilmLuce o che si potevano vedere sui giornali, ma una questione personale, un destino individuale. Tuttavia, la  rivelazione rimase lettera morta perché nessuno mi aveva insegnato a darle pensiero, a tradurla in parole, a condividerla.

Molti anni dopo ho trovato i dati che riguardano la mia famiglia nella preziosa ricostruzione intrapresa da Liliana Picciotto Fargion ne Il libro della memoria. E solo poco tempo fa, grazie alle ricerche di storia orale di Maria Bacchi, sono venuta a sapere che la giovane Ida aveva trovato, sul vagone piombato che la portava a morire,  la sua prima storia d’amore.

Ma allora quel piccolo trauma senza parole s’incistò nel corpo come un alimento non metabolizzato o, come può comprendere chi conosca la psicoanalisi bioniana, come un elemento beta che non è stato alfabetizzato.

D’altra parte nessuno pensa e parla da solo: il pensiero è sempre un dialogo e, se non ci sono interlocutori, si ripiega su se stesso e si chiude nel vuoto e nel silenzio.

Ho raccontato qui, per cenni, la  storia di una famiglia colpita dalle persecuzioni razziali ma credo che, in varia misura, l’interruzione della memoria valga anche per famiglie che hanno vissuto vicende di fascismo, di antifascismo, di resistenza, di fuga, di lotta e di esilio.

Vi è stata, in molti, troppi casi, una rottura della trasmissione storica: lo scollegamento dei circuiti vitali che tramandano direttamente i fatti accaduti, mantenendoli connessi alle emozioni, agli affetti, ai sentimenti, alle sensazioni corrispondenti.

Forse era accaduto troppo in poco tempo e sono mancate le energie per riflettere, recuperare, narrare, inviare ad altri ciò che era accaduto dentro di sé.

Chi usciva da quelle esperienze avrebbe voluto che non si ripetessero mai più e ha creduto, magari sbagliando, che il “mai più” si potesse frettolosamente ottenere con l’oblio.

D’altra parte premevano altre urgenze: la pacificazione nazionale, la ricostruzione, la modernizzazione del paese, il rinnovamento della società e della cultura, il boom demografico.

Nessuno aveva più tempo e pazienza per ascoltare i racconti dei reduci e, nelle guerre moderne, l’attributo
di “reduce” non spetta solo ai combattenti ma coinvolge tutti, i vecchi, le donne, i bambini.

Probabilmente è stato un atteggiamento di compassione, di protezione,  a sigillare le labbra dei nostri genitori, dei nostri nonni, a tacitarne le narrazioni. Di solito d’amore si parla ma per amore si può anche tacere.

Alcuni hanno scritto di nascosto spezzoni di ricordi, più nel tentativo di elaborarli che di tramandarli. E poi li hanno distrutti senza farli leggere a nessuno. Ma qualcuno aveva forse chiesto loro qualche cosa, era davvero  disposto ad ascoltare? Una generazione ha preferito affidare ai professionisti – storici, letterati, artisti – la gestione dei ricordi, con il tacito consenso di tutti. Gli archivi traboccano di documenti ma la memoria profonda non ha parole.

La soppressione dei ricordi è un delitto collettivo che ha molti complici.  Ed è ormai tardi per porvi rimedio. Tanti non ci sono più e di loro sembra non essere rimasto nulla degno di nota.

In questi ultimi anni, come titolare di una rubrica di “posta del cuore”, ho ricevuto, da parte delle lettrici, centinaia di lettere. Per lo più parlano d’amore, analizzano i sentimenti, colgono come sismografi i minimi cambiamenti della vita  e dei rapporti reciproci ma non evocano uno sfondo collettivo, non recepiscono i mutamenti epocali. Come se il tempo dell’esistenza fosse disgiunto dal tempo della storia. Lea Melandri osserva che le donne amano inseguendo il “sogno d’amore”. Ma, mi sembra, dal  sogno non escono perché fuori non viene mai giorno.

Tuttavia, come insegna la psicoanalisi, nulla di quanto è stato vissuto va mai perduto e anche i pensieri usciti dalla mente e le parole non pronunciate lasciano un’orma che segnala il passaggio di un’esperienza. Un’esperienza che, dopo essere stata rimossa nell’inconscio, permane in un fondo d’angoscia, pronta ad emergere appena si stabiliscono catene associative tra ora e allora.

Al termine del suo scavo analitico Freud ha trovato, come sedimento ultimo, irraggiungibile, irrecuperabile l’angoscia, traccia estrema del non detto, del non dicibile. L’angoscia, definita “un sentimento che non inganna” segna i limiti del nostro sapere e al tempo stesso indica l’esistenza di un al di là irrecuperabile e inesauribile.

In fondo l’angoscia è la memoria del silenzio, la sua verità.

Indelebile scia,  trascorre di padre in figlio lungo le vene di una segreta genealogia delle passioni. Per cui, come nel peccato originale, l’umanità soffre anche di quel che non sa, di una  colpa dimenticata che non prevede redenzione. Quando Freud analizza il “Disagio della civiltà” si ferma a metà strada, prima di cogliere le conseguenze perturbanti della storia che rimane priva di storiografia e  il termine “grafia” compete allora al corpo più che alla  scrittura.

Qualche cosa che l’arte contemporanea ha cercato di rappresentare nell’urlo di Munch, così come nelle bocche spalancate della Guernica di Picasso, ma anche nei sacchi, nelle plastiche, nei gretti corrosi, sbrindellati, imbrattati, bruciati di Burri.

E ci è riuscita proprio nella misura in cui il compito è fallito e il risultato è stato più suggerito che realizzato. Dietro l’orrore senza nome si delinea infatti il nulla, il silenzio di Dio.

Una privazione  che la mistica ebraica del ‘6OO ha colto nel mito di una creazione in negativo. Di un Verbo divino che si ritira per lasciar posto al mondo. Nello spazio che si è prodotto vagano lettere e numeri caoticamente sparsi, brandelli del nome di Dio deflagrato per un eccesso di potenza: atomi opachi, privi di  significato e di senso.

Il compito dell’uomo sarà allora quello, ineasuribile, di raccoglierli, numerarli, riordinarli, ricombinarli in parole e connetterli in racconti perchè la creazione possa essere portata a termine, non da Dio, ma dagli uomini che sanno dialogare con altri uomini capaci di interrogare, ascoltare, comprendere, conservare e tramandare.

*Professoressa di Psicologia

Dinamica all’Università di Pavia