La normale indifferenza

Per una psicologia critica dello sviluppo.

L’idea di sviluppo ha una connotazione ottimistica a cui ormai ben pochi credono.

Chiunque osservi con occhi ingenui un bambino nei primi due anni di vita si trova davanti uno spettacolo meraviglioso: a meno che non sia gravemente carenziato o traumatizzato o ammalato, quell’esserino gli apparirà fiducioso, allegro, generoso, sincero, desideroso di conoscere e di fare. Nulla del mostriciattolo avido e terrorizzato descritto dalla Klein, ma non è questo il punto che mi interessa, perché ben altro mi inquieta: come sarà quel bambino fra quarant’anni?

Non posso che valermi di una inferenza deduttiva probabilistica e immaginare che non sarà molto diverso, se non in peggio, dalla media degli adulti attuali, cioè statisticamente normali e, più analiticamente, normalmente diffidente piuttosto che fiducioso, narcisista piuttosto che amante del prossimo, cinico piuttosto che pietoso, feroce piuttosto che mite, ipocrita piuttosto che sincero, cialtrone piuttosto che educato, ignorante piuttosto che colto. Dove è finito quel meraviglioso bambino? C’è da rabbrividire.

I testi di psicologia dello sviluppo ci descrivono un processo evolutivo che culmina nella maturità, uno stato in cui formidabili capacità cognitive si uniscono a caratteristiche in definitiva morali, come l’autonomia, il senso di responsabilità e la capacità di lieben und arbeiten. Ma la maturità è una realtà empirica?

Come è stato rilevato (White, 1984), l’idea di sviluppo, cioè di un processo che da uno stadio iniziale raggiunge uno stadio finale superiore, è stata mutuata dalla filosofia per quanto riguarda la storia dei popoli (lo stato etico di Hegel, lo stato positivo di Comte, lo stato socialista del materialismo storico-dialettico marxiano) e dalla biologia per quanto riguarda la storia naturale (dall’autoreplicazione di macromolecole organiche all’Homo sapiens sapiens).

L’idea di sviluppo ha una connotazione ottimistica, di fiducia nelle magnifiche sorti e progressive, su cui già ironizzò Leopardi e a cui ormai ben pochi credono: a parte i timori per la vita stessa sulla terra, sembra proprio che la storia dei popoli non vada da nessuna parte, non potendo perseguire che precari equilibri sociali sempre alle spese dei più deboli.

Che ci fosse qualcosa che non quadrava nell’idea ottimistica della crescita psicologica del cucciolo d’uomo era stato avvertito anche dagli psicologi. Innanzi tutto c’era da mettere in conto l’inevitabile decadenza non soltanto fisica dell’invecchiamento, per cui all’età evolutiva e alla maturità fa seguito l’età involutiva (appunto l’arco della vita, pudicamente mascherato dal termine life span, che suggerisce la durata e non la forma del vivere, trasformando l’arco in un segmento). E’ vero che gli psicologi si sono premurati di dimostrare che la decadenza mentale non è così drastica e comunque può essere efficacemente contrastata se si conduce una vita sana, se ci si mantiene in esercizio e soprattutto se non si fuma, e il decadimento di certe capacità può essere compensato dall’acquisizione di altre. Tuttavia rimane pur sempre un limite, a meno che, come per il corpo si possono eseguire interventi riparatori con protesi, chirurgia plastica, terapie geniche, così si possa giungere a protesi cognitive costruendo un misto di essere umano e automa biomorfo.

Come si sa, per risolvere il problema Erikson ha avuto un colpo di genio, concependo tutta la vita come età evolutiva, scandita da sempre nuovi compiti evolutivi (e conseguenti nuovi livelli di maturità), l’ultimo dei quali è l’accettazione della morte. Concezione questa superba, ma che rivela il suo carattere ideale. Infatti, a parte la stima della realtà empirica di tale saggezza, tema che lascio agli amici tanatologi e gerontopsicologi, rimane pur sempre vero che tale maturità finale non ha nulla a che vedere con la maturità adulta descritta dagli psicologi evolutivisti e che auspichiamo per il bambino.

E’ stato però Mounoud (1992) ad intuire il problema domandandosi, sulla scorta delle teorie neurobiologiche di Edelman e Changeux, se lo sviluppo è un arricchimento o un impoverimento; quesito pienamente giustificato, a mio avviso, dalla constatazione che, ad esempio, con la crescita certe capacità, come l’intelligenza logico-matematica e la competenza sociale, si potenziano, ma altre, come la capacità ludica e la vividezza sensoriale della fantasia, scompaiono o si attenuano. La conclusione, apparentemente salomonica, è stata che con lo sviluppo qualcosa si perde ma molto si acquista, ma intanto si era insinuato un dubbio sulla visione ottimistica dello sviluppo, riaccreditando la concezione roussoviana secondo cui l’educazione ha soffocato e immiserito nell’adulto le potenzialità infantili.

In realtà le evidenze empiriche mostrano che quello che è chiamato sviluppo è un processo per nulla lineare e compatto ma è invece disarmonico, confuso problematico e punteggiato da discontinuità dovuta a crisi di destrutturazione. Lo sviluppo sarebbe paragonabile all’iter della promulgazione di una legge-quadro: si avverte il bisogno di riordinare un insieme di norme, ormai inadeguate alla realtà sociale e in conflitto fra loro; il governo presenta un disegno di legge che è già frutto di vari compromessi all’interno della coalizione governativa; la discussione alle Camere apporterà una quantità di emendamenti proposti dalla stessa maggioranza e dalle opposizioni e sotto la pressione di potenti forze sociali come i sindacati, la Confindustria, le lobbies internazionali, la mafia, che renderanno il testo della legge definitamente approvato lacunoso, parzialmente confuso e contraddittorio.

Si deve infine rimeditare l’imponente mole di ricerche sui fattori di rischio psicosociale di cui si è meritoriamente occupata Età Evolutiva in vari nuclei monotematici (Fonzi, 1994, 1996, 2002; Smorti, 2003). Queste importanti ricerche partono da un presupposto che costituisce il loro coefficiente ideologico: prendono in considerazione comportamenti fortemente devianti rispetto alla normalità ideale (ad esempio il bullismo a scuola) e cercano le condizioni che hanno influito su queste deviazioni da un sano sviluppo.

L’importanza di queste ricerche è comunque enorme, se si compie un’inversione di prospettiva: i bulli (o i bulletti), ad esempio, stanno temprando già precocemente le loro disponibilità a ingrossare poi le fitte schiere degli ultràs delle squadre di calcio, fenomeno questo in grande espansione. Come gli ultràs sfruttano il servizio offerto dalle istituzioni (in questo caso la possibilità di assistere ad uno spettacolo) come pretesto per esibirsi loro da protagonisti contro tutte le istituzioni ( ad esempio la polizia, rappresentante dello Stato), così i bulli sfruttano l’istituzione scolastica, non per apprendere qualcosa, ma come teatro per esibire il loro potere, trionfare sui deboli e sfidare l’istituzione. A proposito degli ultràs, il concetto centrale di un recentissimo saggio di Salvini (2004) viene presentato, con una brillante sintesi, affermando che “il tifo ultrà rispecchia i modelli culturali che valorizzano l’affermazione di sé attraverso l’aggressività competitiva”. Non so se l’estensore di queste righe si è reso conto che ciò è come dire che gli ultràs sono narcisisti e feroci.

Quello che voglio dire, in definitiva, è che i cosiddetti fattori di rischio psicosociale sono fattori che promuovono la formazione della normalità statistica o, come preferisco dire più incisivamente, di una normale indifferenza per il benessere e i diritti degli altri (d’ora in poi dirò “una normale indifferenza”). Per questo le ricerche andrebbero estese a fenomeni di meno eclatante gravità, come esemplificherò fra poco.

Occorre anche precisare che la maturità, per il fatto di essere un concetto ideale, non vuole dire che sia puramente virtuale. Come ha mostrato Canguilhem (1966) il concetto di normalità può essere costruito come astrazione tipico-ideale, partendo quindi anche da realtà empiriche. Ed in effetti tutti, anche i più cinici, sono capaci, a volte o per aree limitate della loro vita (ad esempio nel confronto dei figli o di un animale domestico) di generosità e altruismo. Everybody loves somebody, sometimes, come cantava Frank Sinatra.

Possiamo sfruttare l’analogia del linguaggio: tutti posseggono la facoltà del linguaggio e tutti parlano abbastanza bene una lingua; alcuni parlano meno bene anche una o più altre lingue e pochi parlano altrettanto bene due o più lingue. Così, la potenzialità della maturità esiste ma la prestazione (cioè la sua realizzazione comportamentale) può essere saltuaria o limitata e possiamo fare l’ipotesi che i fattori di rischio psicosociale impediscano la padronanza della “grammatica” della maturità o alternativamente favoriscano la formazione della “grammatica” di una normale indifferenza. Conversamente le condizioni e le esperienze che favoriscono il rispetto e la cura degli altri (come uno stile di attaccamento positivo, l’identificazione dell’oggetto d’amore, ecc.) sono fattori di rischio per la formazione di una normale indifferenza.

Se tutto questo può sembrare complicato vorrei illustrarlo con i risultati di una ricerca informale che conduco da anni su un tema specifico: un classico caso di comportamento presociale, quale è il cedere il posto in autobus ad una persona anziana o visibilmente bisognosa (ad esempio una donna in stato avanzato di gravidanza). Trattandosi di una ricerca informale ho limitato drasticamente il campo di indagine alla situazione critica, cioè al comportamento degli occupanti i posti per cui è chiaramente indicato che sono riservati ad anziani o portatori di deficit motori, e come stimolo induttore ho preso me stesso, avendo già constatato che come stimolo induttore ero abbastanza efficace.

Dopo anni di frequentazione quasi quotidiana e a tutte le ore di mezzi pubblici posso fondatamente formulare due generalizzazioni probabilistiche: la probabilità che l’occupante ceda il posto è funzione: 1) della sua età, nel senso che più è giovane meno è probabile che ceda il posto; 2) dell’identità di genere, nel senso che è altamente più probabile che ceda il posto una donna che un uomo. Dall’incrocio delle due generalizzazioni si deduce che, se il posto è occupato da un ragazzo di meno di venti anni, è altissimamente improbabile che venga ceduto, ed in effetti dalle mie osservazioni è addirittura miracoloso (una sola volta in parecchi anni e mi è stato suggerito che doveva trattarsi di un boy-scout).

Per quanto riguarda la variabile età si potrebbe supporre che con essa aumentino le esperienze affettive sentimentali e genitoriali con conseguente maggiore capacità di identificazione empatica, ma si può anche supporre che le persone meno giovani, che sono state bambine in un altro tempo, siano state “deviate” da una educazione che valorizzava ancora l’interesse per gli altri. Se così fosse, un ostacolo alla formazione di una normale indifferenza sarebbe in dissolvimento (dalla statistica sono esclusi gli extra-comunitari, molto più disponibili).

Quanto alla variabile genere sessuale viene da pensare all’atteggiamento sacrificale, proprio del codice materno, teorizzato da Fomari, come peculiarità femminile, o più in genericamente ad una maggiore capacità di risonanza emotiva del cervello femminile (Codispoti, 1990).

Se così fosse, vi sarebbe un ostacolo biologico nella realizzazione di una normale indifferenza, ma la biologia da sola non spiega nulla; vi è piuttosto un residuale influsso educativo che si esercita sulle femmine in obbedienza a stereotipi culturali anche in vista della futura funzione materna, e quindi, se l’ostacolo è di ordine educativo, vi sono fondate speranze di superarlo anche per le femmine.

Merita una considerazione speciale, perchè particolarmente illustrativo, il comportamento dei ragazzi più giovani. Si possono fare diverse ipotesi: per esempio che non cedono il posto per sfida agli adulti, oppure perchè temono che la persona a cui offrono il posto si risenta, ma ciò presupporrebbe un’attenzione agli altri. Altre ipotesi coerenti con la normale indifferenza sarebbero che non sospettino nemmeno che cedere il posto sia “carino”, o addirittura che non si accorgano affatto che il posto che occupano sarebbe riservato e che v’è una persona in piedi che avrebbe diritto a quel posto. Una attenta osservazione fa propendere per quest’ultima ipotesi: essi infatti restano inchiodati al sedile con l’immobilità di un’iguana, forse assorti in una meditazione trascendentale, ovvero nella contemplazione del nulla. Il concetto di indifferenza a cui ho fatto più volte ricorso ha qui la più vivida esemplificazione.

Naturalmente i risultati di questa ricerca informale non possono essere accettati dalla comunità scientifica perchè sono violati tutti i canoni di una buona ricerca. Ne sono ben consapevole e voglio indicarne tutti i difetti, nella speranza che qualcuno conduca una ricerca rigorosa. Credo infatti che lo studio analitico di microcomportamenti di tal genere riveli ben più che gli studi mediante interviste e questionari sulla cultura della nostra vita associata.

Innanzitutto mancano precise indicazioni quantitative e ovviamente i diversi test statistici; non è stata usata una check-list con annotazioni delle linee dell’autobus, della data e ora delle rilevazioni e soprattutto della distribuzione per età e sesso degli occupanti dei posti riservati, e ciò è particolarmente importante perchè, ad esempio, se in un momento dato, ci sono quattro posti riservati e tre sono occupati da donne e uno solo da un uomo, la probabilità a priori che ceda il posto una donna è di 3 a 1; l’età dei passeggeri non è stata controllata con la carta d’identità e il genere sessuale è stato assegnato sulla base di alcuni caratteri sessuali secondari; ancora, il campionamento da me effettuato è attendibile solo per la popolazione delle linee urbane n° 11, 36 e 90 della città di Bologna, e non per le altre linee, per non parlare di quelle extra-urbane e di altre città; infine occorre variare l’intensità e la qualità dello stimolo induttore: io, per quanto decisamente anziano e mingherlino, non ho difetti scheletrici né palesi deficit motori; si potrebbe usare una vecchia signora scheletrica zoppa che si trascina con un bastone, oppure una giovane signora incinta all’ottavo mese, facilmente simulabile da una giovane ricercatrice con un cuscino strategicamente collocato sotto il vestito.

Decine di anni fa (ma sembra che siano passati dei secoli) si parlava di psicologia critica. Sarebbe forse il caso di impostare una psicologia critica dello sviluppo, ma il mio intento è molto più modesto: ho voluto solo esprimere lo sfogo di uno psicologo arrabbiato (anche con se stesso).

*Professore Ordinario

di Psicologia dello Sviluppo Università di Bologna

 

Bibliografia

Canguilhem G., Le normal et le pathologique, Presses Universitaires de France, Paris, 1966, (trad. it. Il normale e il patologico, Guaraldi, Rimini, 1975.

Codispoti O., La donna emotiva, Giuffré, Milano, 1990.

Fonzi A., (a cura di), Indicatori di rischio psicosociale, in Eta evolutiva, 48, 1994, pp.72-100.

Fonzi A., (a cura di ), Il disagio giovanile: programmi di ricerca e di intervento, in “Età evolutiva”, 53, 1996, pp.70-112.

Fonzi A., (a cura di ), Star male a scuola. Indicatori e correlati del disagio scolastico, in “Età evolutiva”, 2002, 74, pp.54-105.

Mounoud P., Lo sviluppo cognitivo. Arricchimento o impoverimento?, riprodotto in O. Andreani Dentici e E. Gattico (a cura di ), La scuola di Ginevra dopo Piaget, Cortina, Milano, 1992, pp. 238-267.

Salvini A., Ultrà, Giunti, Firenze, 2004.

Smorti A. (a cura di ), Bullying e prepotenze: ricerche sul significato, in “Età evolutiva”, 74, 2003, pp. 48-91.

White S. H., L’idea di sviluppo nella psicologia evolutiva, in Età evolutiva, 18, 1984, pp. 5-22.

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