La ricerca in Italia

Il punto di vista di una giovane ricercatrice

Gran parte della ricerca in astrofisica in Italia viene portata avanti da giovani ricercatori a tempo determinato

Eravamo in Olanda quel giorno, il 10 dicembre 1999, alla sede dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) di Noordwijk. Tutti davanti a un maxi schermo, emozionati, palpitanti, per assistere al lancio del più potente telescopio per astronomia nei raggi X, il satellite dell’ESA XMM-Newton, che stava per essere messo in orbita attorno alla Terra dall’Ariane 5, in fase di lancio dalla base di Kourou, nella Guiana Francese. Questo telescopio avrebbe osservato, e osserva tuttora, l’Universo non nella luce ottica, come fanno i tradizionali telescopi terrestri (e l’Hubble Space Telescope), ma a più elevate energie, mostrandoci il cielo inquieto degli oggetti celesti che emettono radiazioni X, come i buchi neri e le stelle di neutroni, gli oggetti celesti più compatti e più densi che esistano nell’Universo. Ricordo la fase di lancio, con il count-down pronunciato in francese, che mi sembrò quasi sottolineare il nostro orgoglio nell’essere europei all’avanguardia nelle scienze spaziali, in competizione con gli americani. Ricordo l’incredibile attesa coi giovani colleghi scienziati, e il nostro sguardo che dopo il lancio continuava ad essere incollato sull’Ariane, quasi a sostenerlo e ad aiutarlo nello sforzo del viaggio. E poi la messa in orbita perfetta, e l’annuncio che tutto era andato meravigliosamente e come previsto. Ma soprattutto ho ancora nel cuore l’emozione di vedere la prima immagine prodotta da quel telescopio che osserva il cielo nei raggi X, potentissimo, e la mia immensa incredulità nell’avere il privilegio di lavorare su quelle prime e preziose osservazioni. Ero in Olanda con una borsa di studio dopo aver lasciato l’Italia al termine del mio dottorato di ricerca in astronomia. Avevo il desiderio di ampliare le mie conoscenze, di lavorare in ambienti diversi da quello milanese in cui avevo fino ad allora studiato e lavorato, sia durante la tesi di laurea, sia durante il dottorato, per vedere le cose con occhi diversi, per conoscere modi di lavorare differenti, per imparare a sbrigarmela da sola in tutti i sensi. Ed in effetti così é stato. Quella permanenza all’ESA mi ha fatto crescere e maturare notevolmente, e non solo in ambito scientifico, dandomi la possibilità di imparare da colleghi provenienti da ogni parte del mondo, di mettere alla prova il mio metodo di lavoro, la mia capacità di lavorare sia in gruppo che da sola. Senza contare poi la difficoltà di vivere in un paese straniero che, pur essendo europeo, presenta molte differenze dall’Italia.

La mia passione per l’astronomia nei raggi X maturò all’ultimo anno di università, quando a Milano seguivo il corso di “Astrofisica delle alte energie” tenuto dai professori Luigi Stella e Riccardo Giacconi. Quest’ultimo é uno dei padri dell’astronomia nei raggi X e divenne, solo qualche anno più tardi, premio Nobel per la Fisica nel 2002, per aver scoperto negli anni sessanta la prima sorgente celeste di raggi X.

Successivamente ho svolto la mia tesi di laurea all’Istituto di Fisica Cosmica del C.N.R. “Giuseppe Occhialini” di Milano, e quindi tre anni di dottorato di ricerca nello stesso istituto. Dopodichè la prima decisione importante: concorrere per una borsa di studio in altri istituti, possibilmente all’estero. E così arrivò la possibilità di andare all’ESA, nella sede olandese, dove sono rimasta per 2 anni, dalla fine del 1999 al 2001.

Per un giovane ricercatore astrofisico italiano questo é un po’ il percorso obbligato: laurea, dottorato di ricerca (il più alto grado di istruzione attualmente in Italia), borsa di studio post-dottorato all’estero per qualche anno. La scelta di effettuare un periodo all’estero a volte è una scelta obbligata, principalmente per la scarsità di borse di studio di tal genere in Italia. Se rappresenta un’opportunità formativa incredibile, perchè è ben auspicabile che un ricercatore trascorra un periodo di lavoro/studio in un istituto diverso da quello di provenienza, meglio ancora se straniero, non è altrettanto produttivo che la permanenza all’estero rappresenti la scelta obbligata a causa, come spesso accade, di scarsità di prospettive lavorative nel proprio paese. Dopo un periodo di qualche anno all’estero in cui si effettua, nella maggioranza dei casi, intensa e fruttuosa ricerca a tempo pieno, senza impegni o obblighi di natura didattica, si impone una seconda scelta fondamentale: restare a lavorare all’estero, o tentare di tornare a lavorare in Italia, partecipando a qualche raro concorso per un posto di ricercatore a tempo indeterminato, oppure ottenendo un assegno di ricerca o qualche altra forma di contratto temporaneo, presso un istituto di ricerca o all’università. Gran parte della ricerca in astrofisica in Italia viene portata avanti da giovani ricercatori a tempo determinato e quindi da lavoratori precari. In alternativa al ritorno in patria, molti giovani preferiscono restare a lavorare all’estero, o in molti casi ci sono costretti: si tratta dell’ormai famigerata “fuga dei cervelli”, che non é solo una “libera e positiva circolazione delle idee”, ma é una grave emorragia dal nostro paese di professionalità di altissimo livello, un fenomeno deleterio che a lungo termine diventerà mortale per la ricerca italiana. La preferenza per il lavoro in istituti esteri, in particolare statunitensi, dipende in gran parte dalle condizioni di lavoro: dalla maggiore disponibilità di fondi per portare avanti le proprie ricerche, da un lavoro  meglio retribuito, da maggiori prospettive di avanzamento di carriera, da una più elevata considerazione, valutazione e premiazione della professionalità. In Italia lo stipendio di un ricercatore é molto inferiore rispetto a quello di un ricercatore in altri paesi europei e negli USA e anche in Giappone, in rapporto al costo della vita. La differenza nelle retribuzioni é notevole soprattutto se si comparano i livelli medio-bassi della carriera di un ricercatore “all’ingresso”, mentre le disparità si riducono all’aumentare del livello, ad esempio se si guarda a un professore universitario ordinario. Ma non c’é da stupirsi, visto quanto vengono tenuti in considerazione nel nostro paese i lavoratori della ricerca e dell’educazione, quotidianamente declassati ed avviliti.

Risultano poco appetibili anche le borse di studio che gli istituti italiani possono offrire a giovani ricercatori stranieri, di modo che, anche gli stranieri e non solo gli italiani che sono fuggiti all’estero, non trovano molto conveniente nè allettante venire a fare ricerca in Italia. La ricerca italiana ottiene  scarsissimi finanziamenti, circa la metà della media europea e senza soldi non si può fare ricerca a livello competitivo, se non facendo salti mortali ed enormi sacrifici. Nonostante la cronica scarsità di fondi e di risorse, la caparbietà, l’impegno, e l’entusiasmo dei ricercatori  hanno fatto comunque sì che, in questi anni, anche tra le difficoltà di finanziamenti esigui, la ricerca italiana astrofisica sia progredita e resti all’avanguardia mondiale. Fra gli esempi illuminanti in questo senso vi é quello del  satellite italo-olandese BeppoSAX (acronimo di “Satellite per Astronomia X”, ribattezzato “Beppo” in onore dello scienziato Giuseppe Occhialini), rimasto operativo nella seconda metà degli anni novanta, che ha dato un contributo fondamentale e senza precedenti all’avanzamento dell’astronomia nei raggi X e gamma.  Non trascurabile poi é il fatto che l’utilizzo degli strumenti per astronomia X e dei telescopi che si trovano sui saltelliti scientifici é messo a “concorso” fra gli scienziati di tutto il mondo. Questo fa dell’astrofisica forse una delle scienze più “democratiche”, mi si passi il termine, perchè in linea di principio, se si ha un’idea scientificamente valida, si possono ottenere osservazioni dell’oggetto celeste a cui si é interessati, pur non avendo preso parte alla costruzione dello strumento che si intende usare per le osservazioni. Chi desidera usare un certo telescopio per l’osservazione di un determinato oggetto celeste, può formulare una dettagliata “proposta di osservazione” scientificamente e dettagliatamente giustificata. Se il comitato, composto da altri scienziati, che presiede all’uso di quel determinato satellite o strumento, dà il consenso a questa osservazione in base alla sua validità scientifica e alla sua reale importanza, allora il telescopio può essere usato per il tempo richiesto da quel determinato scienziato, indipendentemente dal suo paese di provenienza. Senza poi contare il fatto, di estrema importanza, che le osservazioni astronomiche, fatte da satelliti scientifici, divengono pubbliche dopo un anno dall’osservazione e quindi a quel punto chiunque in linea di principio, anche una persona comune, può analizzarle e utilizzarle. Allo scopo esistono infatti, per ogni singola missione astrofisica, degli immensi archivi elettronici e delle banche di dati astronomici disponibili attraverso internet, che danno la possibilità a chiunque di accedere ad osservazioni effettuate dagli strumenti più potenti messi in orbita, sia americani (ad esempio del satellite Chandra messo in orbita quasi contemporaneamente a XMM-Newton), sia giapponesi, sia europei. La bellezza della ricerca astrofisica sta anche in questo, e cioè nel controllo incrociato e vicendevole e nell’attuazione di una “democrazia vera” durante il lungo processo che accompagna la conoscenza. Attualmente l’Italia partecipa, assieme agli altri paesi membri, nelle missioni dell’Agenzia Spaziale Europea, e di conseguenza molti scienziati e tecnologi degli istituti di ricerca sparsi sul territorio italiano sono strettamente legati a queste missioni spaziali. Ad esempio, oltre alla missione XMM-Newton, l’ESA ha in orbita il satellite INTEGRAL per astronomia gamma. All’analisi dei dati provenienti da entrambe queste missioni europee stanno collaborando decine e decine di astrofisici italiani e non solo, me compresa. Verrebbe da dire che in qualche modo, sia pure tra mille difficoltà, l’astrofisica italiana riesce a sopravvivere! In realtà é solo grazie allo sforzo degli scienziati coinvolti in questi progetti e al loro entusiasmo, che comunque si raggiungono risultati importanti. Tuttavia non solo non si può fare ricerca ad alto livello, ma non si può nemmeno continuare a sopravvivere a lungo, se non si hanno fondi per le ricerche e per gli strumenti, stipendi adeguati, turn-over degli scienziati e stabilità nei contratti. Inoltre il fabbisogno di ricercatori in Italia é molto superiore rispetto a quanto riesce a produrre l’università italiana. Eppure dopo che un giovane laureato ha ottenuto il dottorato in Italia (che consiste in ben 3 anni di lavoro post-laurea mal retribuito), spesso non riesce a restare nel mondo della ricerca per scarsità di posti offerti negli istituti italiani, o perchè le posizioni a tempo indeterminato che si aprono vengono gestite con meccanismi non meritocratici nel peggiore dei casi, o inefficienti e burocratici nel migliore dei casi. Si apre quindi la prospettiva di una lunghissima carriera di precariato sia per chi vorrebbe restare in Italia, sia per chi decide di andare all’estero momentaneamente, per poi tentare di tornare in patria dopo qualche anno con un maggiore bagaglio formativo e di esperienza. Purtroppo spesso il precariato nella ricerca italiana é un tunnel di cui non si vede la fine, e a lungo andare scoraggia anche i più capaci, meritevoli e determinati. Non é raro infatti che alcuni ricercatori, anche tra i più validi, abbandonino definitivamente la ricerca, o perchè non possono recarsi all’estero, o perchè sono  estenuati da meccanismi che non premiano le loro capacità professionali, o perché malpagati e senza prospettive di ottenere in Italia una professione stabile nel mondo della ricerca.

L’impossibilità o l’estrema difficoltà ad ottenere un posto di lavoro a tempo indeterminato nella ricerca non é mera aspirazione di ottenere il “posto fisso”, ma condizione essenziale per portare avanti dei progetti di ampio respiro e a lungo termine.

I posti precari infatti sono posti a contratto (o borse di studio), pagati su fondi che vengono rinnovati, se vengono rinnovati, da un anno con l’altro. Su tali fondi il personale viene reclutato a contratto per la durata di un anno per quel determinato progetto (sia esso un lavoro di analisi dei dati per un certo satellite scientifico, o per la costruzione di uno strumento, o altro). Il fatto di dover svolgere nell’arco di un anno una ricerca mirata e limitata dall’etichetta del contratto per cui si é pagati non é un modo molto produttivo di utilizzare il personale, in quanto limita la libertà di ricerca, e dall’altra la rende spesso inefficiente, perchè si deve cercare in ogni caso di portare a termine qualcosa che non ha ampio respiro.

In ultimo, é anche dannoso per chi recluta ricercatori in questo modo, perchè é frequente che molti di essi a tempo determinato, a termine contratto, passino ad  altro progetto, portando con sé tutto un bagaglio di conoscenze e di esperienza maturata che  sarebbe utile  mantenere all’interno di quel settore.

Altro problema non indifferente che la precarietà del lavoro comporta, consiste nel fatto che la ricerca scientifica é una attività che viene portata avanti in modo proficuo ed efficiente soprattutto quando si é giovani; lasciare i giovani ricercatori in uno stato di precariato, oltrechè fiaccarne l’entusiasmo e demotivarli, comporta anche una demolizione progressiva e pericolosa della qualità della ricerca italiana. E non é un danno da poco, visto che i precari negli istituti di ricerca italiani (almeno quelli in campo astrofisico) sono circa un terzo del totale dei ricercatori. La maggior parte di questi precari ha un’anzianità di precariato che si aggira sui 4-5 anni (intendendo come “precariato” l’attività a tempo determinato che é stata svolta a partire dal conseguimento della laurea), con dei picchi che arrivano a 9-10 anni per coloro che sono stati anni all’estero e che sono tornati in Italia con la speranza di restarci.

Un ulteriore rischio é che lavorando a lungo all’estero, si assottiglino di molto le possibilità e le speranze di rientrare in patria. Ed é per questo che moltissimi cervelli italiani più restano fuori dal nostro paese più si accorgono che le possibilità offerte all’estero a un ricercatore capace e di alto livello sono notevolmente più allettanti e stimolanti di quelle disponibili in Italia. Non di rado non tornano più, costituendo un motivo di serio impoverimento del nostro paese.

Il precariato a tempo indefinito, la fuga dei cervelli, la mancanza cronica di finanziamenti (l’Italia investe nella ricerca solo lo 0,53% del PIL, mentre la media dell’unione europea si attesta sull’1,19%, quando gli USA volano quasi al 2%), non sono gli unici problemi attuali del mondo della ricerca scientifica.

Un altro grave attacco alla ricerca in Italia, specialmente alla sua libertà e autonomia,  sta avvenendo negli ultimi anni, a partire dal 2002, e soprattutto ad opera della la riforma Moratti, che dispone il riordino degli Enti pubblici di Ricerca, e fra questi il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). I risultati più evidenti di questa riforma sono state la soppressione di alcuni enti pubblici di ricerca, e la riorganizzazione di altri. Parte di questo riordino si é caratterizzato per lo scorporo dal CNR di tutti gli istituti che si occupavano di astrofisica, per accorparli all’INAF, che  prima raggruppava i soli Osservatori Astronomici italiani.

Se questa riforma consistesse puramente nello smembrare istituti preesistenti, e nel creare nuove identità, la cosa non sarebbe così preoccupante, anche se si creano notevoli problemi di natura burocratica e amministrativa. Ad esempio, l’impossibilità per mesi di usufruire di fondi precedentemente stanziati per l’assenza dell’apparato amministrativo del nuovo ente, e per l’assenza di regole e di disposizioni certe in materia, bloccando così le attività di ricerca nonchè la possibilità di spostamento degli scienziati (per la partecipazione a congressi, ad esempio).

Si noti poi che questo accorpamento con l’INAF non é il primo riordino che subiscono gli istituti di ricerca astrofisica in Italia. Infatti, solo pochissimo tempo prima, nel 2001, gli istituti di astrofisica del CNR (sedi di Bologna, Milano, Roma e Palermo) erano stati accorpati in un unico istituto CNR, l’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica (IASF/CNR). Questo aveva già creato notevoli problemi amministrativi e di gestione. Ed ecco che l’anno successivo già si ridisegna il tutto, e il governo pensa alla creazione di un nuovo ente, che ingloba il vecchio INAF (dei soli Osservatori Astronomici) assieme con lo IASF. Pare insomma che i ricercatori debbano vivere nella cronica precarietà anche da questo punto di vista, con istituti che vengono sfaldati, accorpati, ricreati senza consultare la comunità scientifica e con una frequenza preoccupante, lasciando nel caos più totale non solo la ricerca, ma anche l’ amministrazione.

Si diceva che se la riforma prevedesse “solo” questo, sarebbe il meno. Il problema grave é che prevede un marcato controllo governativo dell’attività di ricerca, con l’introduzione di regole che accentrano e gerarchizzano le decisioni in materia di indirizzi di ricerca. Un piccolo ma significativo esempio può chiarire meglio la situazione: il consiglio di amministrazione del nuovo INAF viene designato totalmente dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il consiglio scientifico dell’INAF (che in realtà ha poteri consultivi, e dovrebbe dare le linee guida della ricerca dell’ente) ha 13 membri, di cui la maggioranza sono designati dal presidente dell’INAF e dal suo consiglio di amministrazione (che é a sua volta di nomina ministeriale), mentre solo 4 sono i membri che vengono eletti dalla base (composta da ricercatori e tecnologi). Questo significa che la maggioranza sarà sempre nelle mani di persone di nomina ministeriale e che l’opinione
degli scienziati conta ben poco, il che implica una dipendenza della ricerca pubblica dal potere politico che inquina l’autonomia della ricerca.

D’altra parte anche la modalità con cui questa riforma é stata applicata ha visto il mondo della ricerca totalmente inascoltato e per la verità nemmeno consultato; la mancanza di autonomia, o la sua limitazione, è dunque un problema grave  perchè l’autonomia della ricerca é alla base della ricerca stessa, e ne é la sua forza propulsiva.

Ricercatrice INAF

(Istituto Nazionale di Astrofisica)

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