La violenza dei media

La violenza dei media

Credo che non ci sia altro termine se non “violenza” per indicare questo atteggiamento tristemente maschilista di fissare tutta l’attenzione sulla vita sessuale di una ragazza, senza il minimo controllo delle fonti e, anzi, alimentando il voyeurismo perverso andando a pescare in rete fotografie scattate chissà quando che poi vengono presentate in maniera assolutamente decontestualizzata.

di Giacomo Brunoro*

di Giacomo Brunoro*

Il 26 marzo 2013 la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di appello sull’omicidio di Meredith Kercher. Sono state cancellate così le due sentenze di assoluzione nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ultimi due imputati del processo (Rudy Guede sta scontando una condanna di 16 anni per concorso in omicidio dopo aver richiesto il rito abbreviato). Il delitto di Meredith Kercher ha avuto un’immensa eco mediatica, sopratutto negli Stati Uniti, ma anche in Italia se n’è parlato moltissimo.

In quest’articolo vorrei andare al di là delle polemiche sulla colpevolezza o meno di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, questo lo appurerà la magistratura italiana (forse): mi interessa di più porre l’accento su un elemento che finora è stato trattato soltanto marginalmente, e cioè quello della “violenza” con cui è stata affrontato tutto il caso dai media.

Negli Stati Uniti l’omicidio di Meredith Kercher è diventato una sorta di caso nazionale, come spesso accade quando un cittadino americano è coinvolto in episodi di cronaca nera all’estero. La stampa USA ha criticato ferocemente l’operato delle forze dell’ordine italiane, dipingendo il nostro Paese come uno stato da Terzo Mondo incapace di gestire in maniera seria un’indagine per omicidio. La campagna innocentista a stelle e strisce ha cavalcato il modo piuttosto lacunoso con cui la polizia italiana ha condotto le indagini, per non parlare del fatto che per gli americani è sconcertante assistere ai tempi lunghissimi della giustizia italiana (ricordo che il processo più lungo della storia degli Stati Uniti è durato appena 21 mesi[1]).

Ho parlato di gestione violenta da parte dei media di tutta la faccenda: questo non dovrebbe stupire in un mondo come il nostro in cui tutto viene spettacolarizzato, in cui la tv del dolore fa ascolti altissimi e in cui l’unica legge che conta è quella dell’audience, delle copie vendute. Il tipo di violenza di cui parlo non è tanto quello classico di episodi di questo tipo (pensiamo ad esempio al delitto di Avetrana), ma nel caso del delitto di Perugia c’è stata una sorta di upgrade, una vera violenza di genere che ha riguardato, paradossalmente, gli indiziati e gli imputati del processo.

I media hanno dato il peggio di loro stessi dimostrando tutti gli atavici e banali pregiudizi nei confronti del genere femminile, ma anche degli extracomunitari e del mondo studentesco, dipinto in maniera vuota e stereotipata. In pratica il diverso, il più debole, è diventato subito l’oggetto di un vero e proprio accanimento mediatico che spesso ha assunto toni paradossali.

Amanda Knox, giovane ventenne americana, è stata condannata e messa sotto i riflettori dalla stampa per il semplice fatto di essere un ragazza affascinante, con una condotta sessuale aperta, per non parlare degli aspetti legati alle droghe. A nessuno è interessato più di tanto raccontare i fatti, cercare di ricostruire la vicenda, analizzare le prove: tutti hanno pensato bene di sbattere in prima pagina gli occhioni di “Angel Face”, com’è stata subito soprannominata la Knox, e il gioco era fatto. Invece di indagare sulla brutale morte della povera Meredith Kercher, i giornalisti hanno preferito andare a spulciare su MySpace[2] per scoprire dettagli assolutamente inutili ma sensazionalistici, presentati poi all’opinione pubblica come veri e propri indizi di colpevolezza:

“Perugia doveva essere il tuo anno al di là del bene e del male. Studiare è solo un biglietto d’arrivo. Il resto è la notte, le birre, i pub, i ragazzi, il sesso. È questa mandria di stranieri che ha preso d’assedio la città. È vivere come se il futuro fosse solo un’ipotesi. È così che sei diventata un angelo dalla faccia sporca. I media hanno frugato nei tuoi diari, nelle pagine di My Space, tutte quelle stupide foto, il racconto di quando hai fatto l’amore in treno, in bagno. Tutto. L’americana sexy e noir. Te lo chiedi anche tu. Chi è davvero questa ragazza di Seattle, che frequentava i pub di Perugia, con quel profumo di morte e passione sulla pelle? Chi è Amanda Knox? È un romanzo ancora da scrivere, un diario di sesso e amori, è una calzamaglia nera, è un basco turchese e una linguaccia al mondo, è lei che si mangiucchia le unghie, è una sbornia, un sorriso e un seno. È un pullover blu paradiso, una sfilata di maglie a righe orizzontali, bianche, rosa, nere. È una t-shirt All you need is love. È l’occhietto che fa a Raffaele la prima volta che si incrociano in aula. È lei che canta in carcere tutta la notte. È una firma globale, come le tante Amande Knox che trovi su Facebook, quella bionda dell’Universidad Complutense de Madrid, quella di Stockton e quella un po’’ sovrappeso di Orlando Florida. Sono tante, ovunque, more, cinesi, brasiliane, finlandesi, una miriade di Amande Knox che hanno rubato la sua firma e il suo nome[3].

Amanda viene messa alla gogna dalla stampa per i suoi atteggiamenti disinibiti che, piacciano o meno, non hanno nessuna attinenza col caso. Questa attenzione morbosa nei confronti del sesso, anzi, di una ragazza che vive la sua sessualità in maniera disinibita e libera, rivela tutta la violenza con cui una parte della società italiana è pronta a giudicare una donna (ma anche i media inglesi in questo non si sono dimostrati da meno). E, badate bene, in questo caso si tratta di aspetti che non hanno nessuna attinenza con l’omicidio, cosa ben diversa da quanto successo durante le indagini per l’omicidio di Melania Rea in cui le relazioni extraconiugali del marito sono state considerate dagli inquirenti come un elemento fondamentale delle indagini (e comunque anche questa volta i media  hanno dato ampio risalto a tutti gli aspetti più morbosi e sessuali della vicenda).

Anche quanto scritto da Gianni Armand-Pilon sulla stampa è emblematico[4]:

“Qualche giorno dopo salta fuori un secondo fermo immagine, tratto questa volta dal video di un impianto a circuito chiuso. Amanda e Raffaele sono mano nella mano in un negozio di biancheria intima nel centro di Perugia. Il titolare ricorderà: «Sentii le parole di Raffaele ad Amanda: Comprati un perizoma, così stanotte facciamo sesso selvaggio». […] Con l’arresto, si scatena la caccia alle foto dei due fidanzati. Per trovare quelle dell’americana non bisogna fare molta strada. E’ tutto su Myspace. Ecco Amanda un po’ brilla in auto, Amanda con un kalashnikov giocattolo, Amanda con lo zaino sulle spalle che guarda lontano. Un’americana giovane e un po’ svalvolata, a sentire i suoi fidanzati italiani (e non) che non esitano a mettere in piazza sui giornali, soprattutto britannici, gli affari loro. Uno racconta: «L’ho conosciuta e siamo andati subito a letto: dopo quella volta, di lei non ho saputo più nulla». Un altro, tale Elis Prenga, albanese, rivela: «Voleva solo sesso, ne era ossessionata. Non è esattamente il tipo di ragazza che pensi di presentare a tua madre» […]. Le «amiche» non sono da meno: saltano fuori preservativi e un vibratore che si rivelerà, nel corso del processo, nient’altro che un portachiavi di cattivo gusto. Ma tant’è. Ormai il sesso conferisce a quelle foto un motivo in più di interesse. Sui siti web del giornale, saranno per molti mesi le più cliccate”.

Credo che non ci sia altro termine se non “violenza” per indicare questo atteggiamento tristemente maschilista di fissare tutta l’attenzione sulla vita sessuale di una ragazza, senza il minimo controllo delle fonti e, anzi, alimentando il voyeurismo perverso andando a pescare in rete fotografie scattate chissà quando che poi vengono presentate in maniera assolutamente decontestualizzata. Parlare di “Amanda con un kalashnikov giocattolo” all’interno di un articolo in cui si parla di un caso di omicidio è quantomeno poco corretto da un punto di vista deontologico, dato che potrebbe benissimo trattarsi di una foto scattata ad una festa di carnevale o in qualsiasi altro momento, ma in questo contesto ecco che assume subito una valenza ben precisa.

L’impianto accusatorio del Pubblico Ministero inoltre era ed è basato su un gioco erotico finito male, per questo motivo sarebbe morta la povera Meredith. Ecco allora che il sesso e la sessualità diventano una vera e propria ossessione per la stampa. Anche questa è violenza di genere, non ci sono dubbi, è una forma di violenza tanto più subdola e sottile che ferisce due volte, che ti marchia a vita e che non ti lascia scampo. “Meredith sgozzata dopo un’orgia di sesso e droga”, così titolava Il Messaggero il 7 novembre 2007[5], quando in realtà non si poteva sapere ancora nulla di certo di quello che era successo in via della Pergola a Perugia.

Ad essere vittima della violenza dei media sono sempre i più deboli: le donne e, in questo caso, anche gli extracomunitari. Nessuno o quasi parla di Raffaele Sollecito, giovane di buona famiglia che al processo viene difeso nientemeno che dal celebre Avvocato Bongiorno. La sua è un figura che resta nell’ombra, tanto che la stessa Giulia Bongiorno definirà Sollecito “un allegato di Amanda”:

“«Aaa cercasi Raffaele Sollecito. Di lui in questo processo non si sa nulla – continua l’avvocato Bongiorno – E’ un allegato di Amanda. Perfino i titoli sui giornali sono stati ‘chiesto l’ergastolo per Amanda’, come se per Raffaele ci fossero stati sei mesi con la condizionale». Il legale ricorda quindi le accuse rivolte dai pm alla Knox, «mentre Raffaele non si sa bene a cosa serva». «Lui è un allegatino silenzioso di Amanda. Sono costretta a parlare di lei – continua sorridendo – anche se non sono il suo difensore. E non credo che riceverò alcun compenso dalla sua famiglia»[6].

Ma ho parlato anche di violenza nei confronti degli extracomunitari, cerchiamo di capire il perché: nell’immediatezza dell’arresto Amanda Knox mente e indica in Patrick Lumumba, congolese che risiede da anni a Perugia, l’assassino di Meredith. La dichiarazione di Amanda si rivelerà presto essere una bufala, elemento che aggraverà non poco la sua posizione, ma per Lumumba inizia un vero e proprio incubo, come ho avuto modo di scrivere già in passato:

“Quel martedì 6 novembre segna l’inizio di un vero incubo giudiziario per Patrick Lumumba: per una certa opinione pubblica italiana infatti lui è l’assassino perfetto, uno che attira ed affascina ragazzine molto più giovani di lui provenienti da tutto il mondo.
Se ancora non bastasse è pure straniero, elemento che viene sottolineato in maniera pesante da buona parte della stampa. A questo proposito un particolare ci sembra davvero significativo: Patrick Lumumba, in quanto africano, è a tutti gli effetti un extracomunitario. Ma lo è anche Amanda Knox, in quanto cittadina americana. Eppure per tutta la durata del caso Lumumba verrà definito quasi sempre come “l’extracomunitario”, mentre per Amanda Knox nessuno utilizzerà mai quel termine. È chiaro infatti che la parola extracomunitario in un contesto di questo tipo assume una valenza fortemente negativa, connotata da velate allusioni razziste che, naturalmente, non vengono prese minimamente in considerazione quando l’extracomunitario è di nazionalità Statunitense. Un particolare che la dice lunga sull’atteggiamento e sul ruolo giocato dall’opinione pubblica e i media in tutta questa vicenda.
[…] Per fortuna di Lumumba però compare un testimone: è un professore universitario di Zurigo di nome Roman Mero che quella sera si trovava nel suo pub in un orario compatibile a quello del delitto. Non appena la notizia dell’arresto di Lumumba giunge alle sue orecchie il professore raggiunge Perugia e con la sua testimonianza fornisce un alibi a prova di bomba a Lumumba, dato che Mero ricorda perfettamente di aver trascorso la serata a chiacchierare di politica con lui. Da quel momento Lumumba può finalmente tirare un sospiro di sollievo: la sua posizione infatti sembra del tutto chiarita e non c’è più motivo per trattenerlo in carcere. Nonostante una prova così schiacciante della sua totale estraneità ai fatti l’africano però verrà ufficialmente scarcerato soltanto dopo 14 giorni di ingiusta detenzione[7].

La violenza più brutale però è senza dubbio quella che ha subito Meredith Kercher. Non solo è stata vittima di un omicidio destinato probabilmente a restare a lungo avvolto nel mistero (ricordiamo che Rudy Guede è stato condannato per concorso in omicidio ma, ad oggi, i suoi presunti complici non sono ancora stati condannati in via definitiva), ma è stata ben presto dimenticata dalla stampa, come tante altre vittime innocenti prima di lei. Nessuno si è preso la briga di raccontare chi fosse questa ragazza sfortunata, una ragazza che tutti descrivono come allegra e solare, una ragazza che è stata assassinata in maniera barbara ed atroce. Una situazione davvero insostenibile poi è stata quella vissuta dalla famiglia Kercher, tanto che il padre di Meredith il 13 marzo si è lasciato andare ad un duro e comprensibile sfogo dalle pagine del Sunday Times:

“I media sembrano ipnotizzati. I fan della Knox mettono in piazza le loro opinioni online e domenica prossima a Seattle ci sarà un “bowling” per raccogliere fondi […] qualcosa manca da questa ossessione con “Foxy Knoxy”, ed è il fatto che Meredith Kercher, mia figlia, è stata uccisa quella notte di 3 anni e mezzo fa a Perugia. È ora di raccontare la sua storia e la storia della sua famiglia, per la quale non ci sono più appelli possibili contro la morte di Meredith, solo un lungo, doloroso ed estremamente costoso limbo emotivo mentre la saga della Knox si fa strada nei tribunali italiani. […] Meredith dovrebbe essere ricordata per la ragazza affettuosa e piena di senso dell’umorismo che era e non come la vittima di un omicidio. […] Se la Knox e Sollecito dovessero perdere, potrebbero passare anni prima che si arrivi al secondo ricorso. Questo è un incubo per noi, unito al fatto che Amanda è stata trasformata in celebrità e il delitto in entertainment”.

In conclusione dunque credo la società dovrebbe fare una riflessione profonda sulle diverse forme di violenza che possono colpire i soggetti più deboli, tanto più subdole perché spesso non vengono nemmeno percepite come tali. Inutile parlare di deontologia professionale o di senso della misura e della responsabilità da parte della stampa, come ho già ricordato ormai l’unica cosa che conta è il numero di copie vendute. Piuttosto credo sia importante lavorare perché il pubblico sviluppi una coscienza critica e si renda conto, quando si confronta con episodi di questo tipo, che si tratta di episodi di violenza.

*Consulente di Ausonia Consulting, Direttore Editoriale di LA CASE Books e presidente dell’associazione culturale Sugarpulp.


[1]    Stiamo parlando del processo alla famiglia mafiosa dei Lucchese, reso celebre dal film di Sidney Lumet “Prova a incastrarmi”, processo che durò dal 1987 al 1988 per un totale di 21 mesi (627 giorni).

[2]     All’epoca dei fatti MySpace era ancora il Social Network per eccellenza, prima di essere spazzato via da Facebook.

[3]     “Amanda, angelo dalla faccia sporca”, di Vittorio Macioce, Il Giornale, 5 dicembre 2009.

[4]     “Fenomenologia di Amanda”, di Gianni Armand-Pillon, La Stampa, 5 dicembre 2009.

[5]     “Meredith sgozzta dopo un’orgia di sesso e droga”, di Italo Carmignani e Vanna Ugolini, Il Messaggero, 7 novembre 2007.

[6]     “Processo Meredith, parla la difesa Sollecito”, intervista a Giulia Bongiorno, La Repubblica, 30 novembre 2009.

[7]     “Amanda Knox and the Perugia Murder”, di Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro, LA CASE Books, Los Angeles, 2010.

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