Contro la violenza di genere occorre più consapevolezza dei diritti delle donne.

Contro la violenza di genere occorre più consapevolezza dei diritti delle donne

Il diritto costituzionale infatti può aiutare a comprendere come il fenomeno della violenza di genere calpesti i diritti individuali che potremmo definire “fondamentalissimi” delle donne e, più in generale, di chi è preso di mira in quanto oggetto del desiderio di prevaricazione e possesso dell’autore del comportamento aggressivo (minori, omosessuali).

di Marilisa D’amico*

di Marilisa D’amico*

Come dimostrano a ogni piè sospinto le notizie della cronaca, la violenza di genere è uno dei gravi problemi che la pubblica autorità, con interventi sia di natura legislativa sia esecutiva, deve affrontare in modo prioritario.

L’urgenza è sottolineata dai dati, molto preoccupanti: si tratta di un fenomeno che, persino nelle sue manifestazioni più estreme (l’omicidio) è in aumento[1].

In questo breve scritto, si intende dare un quadro dei principi costituzionali che, nonostante non diretti specificamente al tema della violenza di genere, impongono al legislatore e in generale all’autorità pubblica nel tenere ferma questa priorità. Per la Costituzione, che mette al centro dei principi che tutela la persona, infatti, il problema non può dirsi indifferente, essendo anzi ineludibile affrontarlo per garantire effettivamente i diritti anche delle donne.

Così, ora che finalmente si è acquisita, da parte di politici di diversi fronti, la consapevolezza della gravità del fenomeno, sia in termini quantitativi sia qualitativi, pare impossibile non tenerne conto, specie da un punto di vista finanziario, limitando ulteriormente le poche risorse destinate in passato al contrasto del fenomeno ed all’assistenza delle vittime.

Ma andiamo con ordine.

In effetti, nella lotta alla violenza di genere, alcuni passi avanti si sono fatti, sebbene prevalentemente sulla spinta del diritto dell’Unione europea[2] o internazionale[3]: si pensi all’introduzione del reato di stalking (art. 612 bis c.p., “atti persecutori”[4]), alla legislazione regionale sui centri antiviolenza[5], preziosi perché assistono le vittime durante e dopo la violazione dei loro diritti, all’istituzione delle reti antiviolenza a livello nazionale e regionale, che forniscono ascolto e sostegno a chi subisce la violenza.

Certo la strada è ancora molto lunga.

Sul versante del diritto penale, ad esempio, manca ancora una normativa che, in esecuzione della c.d. Convenzione di Instanbul[6], sottoscritta dall’Italia ma purtroppo non ancora ratificata, punisca il reato di femminicidio. È, a dire il vero, pendente alla Camera un disegno di legge molto articolato volto a tale scopo[7], che peraltro non si limita a prevedere un’azione sul versante penale, ma è ispirato al metodo definito, a livello internazionale, delle “4 P” (to prevent, promote, punish, protect).

Ancora, come evidenziato dal rapporto presentato all’Onu da Rashida Majnoo (Rapporter speciale all’Onu sulla violenza contro le donne, le sue cause e le sue conseguenze) del 15 giungo 2012, occorre che in Italia venga fatto uno sforzo in più per consentire una “piena ed effettiva partecipazione delle donne al settore del lavoro pubblico e privato e alla sfera politica” e dar fronte alle “necessità individuali delle donne che alle barriere sociali, economiche e culturali che sono una realtà nelle vite di tutte le donne”. Infatti, si rileva nel rapporto che spesso la violenza non è nemmeno percepita come tale, in modo particolare, quando la donna dipende economicamente dall’uomo.

Si tratta proprio del cuore del problema: la donna, per ragioni economiche e, cosa ancor più delicata, culturali, difficilissime da sradicare, non è in grado di riconoscere la violenza e uscire dalla spirale in cui si trova. Si ricordi a questo proposito che la violenza non è necessariamente fisica, non lascia necessariamente i segni esteriormente, ma può essere anche psicologica e verbale.

Trattandosi per il più delle volte di problemi che si verificano all’interno della famiglia, la donna teme di danneggiare i propri cari e ancora oggi troppi sono i casi in cui ritiene preferibile “sopportare in silenzio”. Si pensi al dramma di una donna che denuncia il marito, padre dei suoi figli.

Sappiamo poi anche che dopo la denuncia, la donna non va lasciata mai sola, sia perché trovarsi ancora in pericolo, sia perché potrebbe non disporre dei mezzi per essere autosufficiente, sia perché sopraggiunge un senso di colpa e tornano a farsi sentire le ragioni della tutela degli affetti familiari, che nel momento di difficoltà si ritiene debbano essere privilegiati rispetto alla tutela dei propri diritti fondamentali, revocando la querela. Come noto, infatti, eccetto i casi in cui la vittima sia un minore, si tratta di reati perseguibili a querela dell’offeso; ed è altrettanto risaputo che la revoca della querela è molto frequente.

Dinanzi all’atteggiamento non del tutto appagante del Parlamento e all’erosione dei fondi pubblici destinati ai centri antiviolenza, più consapevolezza della posta in gioco sia da parte dello Stato sia delle vittime e di quanti sono ad esse legati da vincoli familiari o affettivi, diventa allora il presupposto indispensabile perché, anche in un momento di crisi economica e di instabilità politica, i progressi fatti non vadano dispersi e si continui su questa strada in modo più deciso.

Da questo punto di vista, il diritto costituzionale può dare un importante contributo.

Il diritto costituzionale infatti può aiutare a comprendere come il fenomeno della violenza di genere calpesti i diritti individuali che potremmo definire “fondamentalissimi” delle donne e, più in generale, di chi è preso di mira in quanto oggetto del desiderio di prevaricazione e possesso dell’autore del comportamento aggressivo (minori, omosessuali).

Si tratta della libertà innanzitutto fisica, della libertà di avere un luogo da cui isolare gli altri, il domicilio, di avere delle comunicazioni riservate, di circolazione, di manifestare il proprio pensiero. Spesso tali diritti, nel loro nucleo insopprimibile, vengono ricondotti al concetto di inviolabilità, dell’art. 2 Cost., ed al concetto di dignità sociale, enunciato nell’art. 3 Cost.

Come emerge chiaramente nell’impianto costituzionale, la dignità sociale è il valore che lo Stato, le Regioni, gli enti locali come Comuni e Province, deve porre al centro della loro azione.

È questo il filo rosso delle brevi riflessioni che qui si condurranno, prevalentemente su di un terreno di diritto costituzionale: la consapevolezza che ad essere violati non sono certo interessi “sacrificabili”. Nessuna crisi economica, nessuna esigenza politica, può portare ad una loro limitazione.

Ora, nel caso della violenza di genere, garantire questi diritti non significa semplicemente, come tradizionalmente vuole il diritto costituzionale, proteggerli dall’interferenza del potere pubblico, come tradizionalmente si insegna in generale riferimento a tali situazioni (la libertà fisica nasce come libertà dagli arresti da parte dei poteri pubblici). Significa invece che l’autorità pubblica si deve attivare per proteggere le donne, che per una certa cultura o economicamente sono più deboli, dalle violenze di altri individui.

E ciò sia prevedendo modalità di intervento che fermino l’azione violenta, sia sostenendo le donne nel percorso che le conduce a spezzare il legame familiare o affettivo con la persona che viola la sua integrità.

Un problema molto delicato attiene al tipo di intervento che il potere pubblico può compiere all’interno della famiglia. Si tratta di un terreno, quello dei rapporti famigliari, in cui il diritto costituzionale, ed il diritto in generale, faticano ad entrare, ma non per questo si può dire che i diritti inviolabili di chiunque possano essere violati perché vi è lo schermo protettivo della famiglia.

Una volta che l’autorità pubblica viene a conoscenza del problema, può attivarsi. Certo, le esigenze di protezione da parte dello Stato sono più forti quando vi è un minore, mentre se la donna non decide in prima persona di uscire dal contesto famigliare violento non può essere obbligata a farlo.

La complessità della situazione appena descritta implica che la donna debba sapere di poter avere garanzie di sicurezza, una nuova abitazione, in cui possa rifugiarsi, se è sprovvista di mezzi economici anche risorse per mantenersi, se necessario con i figli, che sia curata, sia dalle ferite fisiche sia psicologiche. Allo stesso tempo, occorre che la donna non sia abbandonata dai suoi cari, che potrebbero percepire in modo alterato la sua scelta di denunciare il marito, il fidanzato, un altro familiare, per ragioni culturali. Da questo punto di vista, va ricordato che talvolta le donne, che sanno che altre donne all’interno della famiglia subiscono violenze, agiscono in modo che le vittime non facciano trasparire nulla all’esterno. Su questo terreno, il compito della scuola è fondamentale. Far comprendere che la donna che denuncia non è da isolare, perché problematica, dovrebbe essere un obiettivo da perseguire, con tutti gli strumenti a disposizione, sia nella scuola sia con campagne informative su scala nazionale. Ecco allora che i diritti delle donne a non subire la violenza passano anche per l’istruzione.

Volendo concludere queste brevi riflessioni, che il diritto costituzionale ci insegna come tutti i diritti calpestati dalla violenza di genere siano accostabili ai diritti sociali, ossia quei diritti che impongono alla Repubblica, in tutte le sue articolazioni, di intervenire positivamente, offrendo al soggetto che chiede tutela delle garanzie. Esattamente come il diritto alle cure, di cui all’art. 32 Cost., o all’istruzione, di cui all’art. 34 Cost., per fare qualche esempio, che impongono in intervento pubblico. Proprio per questo, si ribadisce, l’urgenza della crisi economica nulla può dinanzi alle esigenze di protezione dei diritti inviolabili delle donne. Questa è una consapevolezza che dobbiamo tenere ferma, e che possiamo tenere ferma grazie all’impianto della nostra Carta costituzionale, che mette la garanzia della persona al centro di tutto.

*Professore ordinario di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano, avvocato cassazionista,

Presidente della Commissione Affari istituzionali del Consiglio comunale di Milano.


[1]             Secondo gli ultimi dati pubblicati, a fronte di una diminuzione del numero assoluto di omicidi, in Italia si assiste ad un aumento del femminicidio: 84 casi nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 113 nel 2008, 119 nel 2009, 127 nel 2010 e 120 nel 2011 e nel 2012. Cfr. www.altelex.it, che riporta i dati presentati dalla Presidente di Valore Donna alla fine del 2012. Infatti, manca un osservatorio governativo che fornisca questo tipo di dati.

[2]             V. la risoluzione del Parlamento europeo sull’eliminazione della violenza contro le donne (26 novembre 2009) e le conclusioni del Consiglio dell’Unione europea relative allo sradicamento della violenza contro le donne (8 marzo 2010). Con la risoluzione del Parlamento europeo sul programma di Stoccolma (25 novembre 2009), constatata l’assenza di dati rappresentativi del fenomeno della violenza di genere a livello europeo, è stato chiesto all’Agenzia per i diritti fondamentali di compilare e pubblicare “statistiche affidabili e comparabili su tutte le cause di discriminazione […] e che tali cause diverse siano trattate in modo uguale, includendo anche dati comparati sulla violenza contro le donne nell’Unione europea”. Tali statistiche sono state elaborate nel biennio 2011-2012 e dovrebbero essere rese note nel 2013.

[3]             V. alcune convenzioni internazionali, come la CEDAW – Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women, adottata nel 1979 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite; più di recente, v. la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e della violenza domestica [Council of Europe Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence, 11 maggio 2011, CM(2011) 49 final, CETS no. 210], aperta alla firma ad Istanbul l’11 maggio 2011 e sottoscritta dall’Italia il settembre 2012, ma non ancora ratificata, che impone alcuni obblighi di intervento con norme penali, tra cui il c.d. reato di femminicidio.

[4]                    [4] Introdotto dalla l. n. 38 del 2009; in tema v. B. Liberali, Il reato di atti persecutori. Profili costituzionali, applicativi e comparati, FrancoAngeli, Milano, 2012.

[5]                    [5] Per la Regione Lombardia v. la legge regionale 3 luglio 2012, n. 11, “Interventi di prevenzione, contrasto e sostegno a favore di donne vittime di violenza”.

[6]                    [6] Citata nella nota precedente.

[7]                    [7] AS 3390, su cui v. già M. D’amico – B. Liberali, Le leggi sulla violenza sulla donna: un percorso accidentato e necessario, relazione presentata Sala Napoleonica, relazione presentata cl Università degli Studi di Milano – 16 gennaio 2013.

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