Labilità dei matrimoni e nuove famiglie

Labilità dei matrimoni e nuove famiglie

Coloro che fondano una famiglia debbono chiarirsi l’ancoraggio ad una base etico naturale condivisa e assumersi la responsabilità di assicurare e sentire assicurata la cura reciproca, l’assistenza e l’educazione della prole, la persistenza di una complicità essenziale, che sarà indispensabile sempre e soprattutto nei casi di bisogno, quando i legami coniugali sono logorati o spezzati.

Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese*

Labilità dei matrimoni e nuove famiglie

Coloro che fondano una famiglia debbono chiarirsi l’ancoraggio ad una base etico naturale condivisa e assumersi la responsabilità di assicurare e sentire assicurata la cura reciproca, l’assistenza e l’educazione della prole, la persistenza di una complicità essenziale, che sarà indispensabile sempre e soprattutto nei casi di bisogno, quando i legami coniugali sono logorati o spezzati.

Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese*

Quale variabilità del matrimonio

Nella cultura contemporanea si affermano orientamenti che considerano il matrimonio come un “prodotto della società”, soggetto ad ogni sorta di cambiamenti e passibile di estinzione[1]. Analizzando le diverse forme di società, tribale, di casta, feudale, industriale, postindustriale, occidentale e orientale, gli studiosi evidenziano la pluralità di forme matrimoniali, che variano in relazione a fattori quali produzione, stratificazione sociale, potere politico, religioni…

Nel mondo occidentale il cristianesimo, innestandosi su una già forte tradizione dell’istituto familiare, ha rafforzato il valore della famiglia retto nell’immaginario comune fino ad oggi, quando la morfogenesi di nuove strutture come le coppie a doppia carriera, regolate da principi di reciprocità uomo-donna, forme neo–comunitarie, caratterizzate dalla forte spinta solidale, famiglie ricostituite, forme alternative, come le unioni omosessuali o quelle con un solo genitore per scelta, famiglie unipersonali, (anche in conseguenza del progressivo invecchiamento della popolazione),  coppie pendolari e “week–end”… Cresce il numero delle famiglie, benché diventino sempre più ridotte, il che induce a pensare che la stessa esistenza della istituzione familiare sia variabile e passibile di estinzione.

E’ bene per la società passare dalla constatazione della variabilità delle forme ad equiparare matrimonio e convivenze, contratti a tempo, amore libero, unioni omosessuali sino al mercimonio, alla pedofilia…? Può la politica affrontare questi mutamenti del costume e registrarli senza essere obbligata a fare delle scelte e stabilire delle priorità?

Prendere atto dei mutamenti

Il rimprovero mosso ai tradizionalisti di indugiare sulle lamentele non è del tutto fuori luogo. Le rilevazioni dei nodi problematici non dovrebbero andare senza una parallela sottolineatura dei punti forti che caratterizzano la famiglia d’oggi.

Si sa che le aspettative circa la durata della vita coniugale sono rimaste mediamente le stesse, giacché il matrimonio, che un tempo veniva interrotto dalle morti dovute soprattutto ai parti per le femmine e alle guerre per gli uomini, oggi va in frantumi per la libera volontà degli sposi (durata media: per le separazioni: 13 anni, per i divorzi 17 anni). Se così non fosse, il miglioramento dello stato di salute, con il prolungamento della vita media, la quasi scomparsa delle morti per parto e per guerra farebbero ragionevolmente prevedere numerosissime coppie in grado di festeggiare i 50 anni di matrimonio.

Che dire del tasso di natalità che fa la meraviglia di quanti nel mondo guardano all’Italia come Paese baluardo della famiglia? Da tempo ormai l’Italia è allineata agli standard europei e li ha superati, anche se negli ultimi anni si registra un incremento della natalità e si parla di “onda lunga”. Più realistico è prendere atto che nel prossimo futuro il paese potrà avere un adeguato ricambio grazie agli immigrati, che accettano di stare agli ultimi gradini della scala sociale, fanno fatica ad apprendere la lingua e integrarsi, ma non rinunciano al piacere di procreare e al sogno di far studiare i figli e preparare loro una buona posizione.

Un altro punto debole della famiglia d’oggi, è la solitudine rispetto alle crescenti responsabilità: giovani sposi abituati ai viaggi, allo sport, al tempo libero, si ritrovano lontani da casa, con un bambino da crescere, senza la grande famiglia solidale. Troppi non reggono al brusco cambiamento e i rapporti coniugali si logorano.

Lo stress è una conseguenza del carico di lavoro richiesto: casa, figli, lavoro, burocrazia, piccole riparazioni, partecipazione scolastica, condominio, quartiere, partito, parrocchia… Va aggiunto il tempo da dedicare al computer. Si chiede troppo a due giovani che decidono di mettere su famiglia, mentre si fa poco per sostenere il bene più importante, l’unità coniugale che avrebbe bisogno di tempo e di solidarietà per rinnovarsi e rigenerare l’amore.

Largamente condiviso è l’indebolimento, se non l’abbandono del compito educativo, come una débacle delle obbligazioni genitoriali a vantaggio dei mass media. In contemporanea si riduce l’alleanza tra famiglia e scuola, famiglia e parrocchia. Nell’indagine dal titolo Ragazzi telematici (Edigrafital, Teramo 2005), gli adolescenti attestano la libertà di cui godono (“Mi lasciano vedere la TV fino a quando voglio la sera”; “Quando navigo in internet non s’immischiano”…). Di fatto   genitori stressati evitano di discutere con i figli per recuperare tempo.

La cultura contemporanea tende a scindere l’amore-innamoramento dalla istituzione: si tende a sottovalutare il matrimonio come vincolo pubblico e formale, civile o religioso. La paura del vincolo finisce col coltivare il ghetto dei due cuori e una capanna. Ora, se è vero che l’unione tra un uomo e una donna è di per sé pregiuridica e che le istituzioni la suggellano ma non possono suscitarla, è anche vero che senza l’istituzione l’amore è più fragile, la parte più debole è meno difesa, la società meno impegnata.

Tra i fattori positivi, va notato che i figli nella società premoderna erano spesso braccia o “forza lavoro”, il che la dice lunga sulle famiglie numerose. Neanche c’è da illudersi sullo spirito materno delle casalinghe. Come ormai è dimostrato, la gran parte delle madri delle classi inferiori lavorava sodo in casa e in campagna o nella bottega e i piccoli venivano affidati a zie, sorelle più grandi, comari litigiose, un albero ombroso… Per quel che riguarda le classi superiori, l’affidamento alle balie era di prassi al di là della qualità dell’educazione. Oggi le madri sono più attrezzate culturalmente per la cura dei figli e gli studi sulla paternità sostengono la presenza paterna già a cominciare dalla vita prenatale.

L’igiene e la cura esteriori hanno raggiunto livelli ottimali se non ossessivi, che hanno abbassato significativamente i tassi di morbilità e mortalità infantile rispetto a quando si viveva in promiscuità e in compagnia degli animali.

La coppia premoderna era in gran parte “combinata” dagli interessi dei genitori, dal calcolo della dote, dalle funzioni lavorative. Il rispetto della volontà, l’intesa affettiva sono conquiste tardive. C’è chi lamenta l’ininfluenza dei genitori, ma è vero che la libera scelta e l’amore proteggono da vincoli oppressivi e le donne dalla necessità di avere un marito e la sussistenza assicurata. Sposarsi serve meno anche agli uomini, un tempo sollecitati a garantirsi una cameriera–amante–madre, allontanando lo spauracchio di una vecchiaia in solitudine. Chi si sposa oggi sa di dover accordare due personalità, premessa di meno familismo e più famiglia.

L’istruzione diffusa ha lasciato dietro le spalle i problemi dell’analfabetismo, anche nel campo della sessualità. Attualmente è ancora solo la Chiesa a operare per la formazione dei fidanzati ma la società civile e lo Stato vanno convincendosi che è loro interesse la riuscita dei matrimoni, se non altro per le conseguenze dei divorzi sull’equilibrio psicologico di coniugi e figli, sul lavoro e sull’economia.

La gerarchia interna alla famiglia un tempo definiva con precisione i ruoli, strutturandoli attorno al capofamiglia, sino a farne una piccola prigione. Oggi l’amicizia coniugale e il rapporto franco con i figli tendono a costruire una comunità benché resti un compito impegnativo imparare ad accordare nel miglior modo possibile amore e rispetto, differenze e unità.

Il lavoro femminile è un argomento controverso (le donne un tempo non lavoravano o non venivano retribuite?). E’ vero che molti lavori restano uno sfruttamento obbligato dalla necessità economica, ma è anche vero che il lavoro dà alle donne il senso della cittadinanza, il gusto della paga, maggiore istruzione, aggiornamento, partecipazione, nonché la possibilità di un livello più profondo di dialogo intrafamiliare. Sulla conciliazione famiglia e lavoro, si giocano le politiche familiari e gli scenari della famiglia futura.

Non mancano motivi di speranza. I giovani oggi sono più consapevoli di un tempo che dipende dalla qualità
della loro vita affettiva il buon essere della loro vita e di quella della nazione (soprattutto nei momenti di crisi!). Del resto un popolo va verso l’estinzione, se non promuove una cultura della famiglia e un “umanesimo familiare”.

Complessità e discernimento

Nella società complessa diviene più difficile ricostruire la traiettoria lineare di un singolo gruppo familiare e di una singola persona. La ricostruzione delle storie di vita deve tenere conto del corso di vita individuale, che s‘intreccia con una ed eventualmente più esperienze familiari. S’indebolisce la continuità intergenerazionale, così importante ai fini della trasmissione di cultura, tradizioni, proverbi… Si è all’altezza dei tempi se si sa convivere con tale complessità senza perdere la bussola del proprio orientamento.

Prendere atto non può significare rinunciare a constatare quanto i problemi si moltiplichino col diffondersi di una cultura individualistica, in cui i singoli soggetti vengono sollecitati alla ricerca di libertà e diritti individuali da difendere ad ogni costo (diritti dei giovani, delle donne, dei bambini, dei padri, degli anziani…) e a svincolarsi dalle obbligazioni di solidarietà e responsabilità inerenti i legami affettivi e familiari quando questi intralciano la realizzazione di sé. A ciò si aggiunge il pluralizzarsi delle culture e subculture un tempo contrapposte anche spazialmente e che oggi debbono imparare a convivere in una medesima famiglia: giovani e adulti, mogli e mariti abbracciano diverse appartenenze politiche, sociali, culturali e religiose, non coincidenti con le scelte degli altri. Una tale pluralità un tempo extra, oggi intra moenia, entro le pareti domestiche, richiede una più forte maturità, un più deciso orientamento personale nel rispetto delle differenze. E’ indispensabile che le singole scelte non producano conflitti e odi reciproci tra genitori e figli, mogli e mariti, nonché il moltiplicarsi di forme di patologie fisiche e mentali, che si riverberano a cascata sui nuclei familiari d’origine, sugli amici e sulla società tutta, che ne paga i costi. L’aumento dei casi di violenza e i femminicidi stanno a dimostrare la difficoltà di gestire situazioni complesse in mancanza di una adeguata formazione affettiva e relazionale.

Per far fronte alle sfide, occorrono persone che sanno orientarsi, negoziare e scegliere riorganizzandosi continuamente, non solo nei tempi e nei modi ma soprattutto nei valori e negli schemi mentali di riferimento, fermo restando il dato, storicamente dimostrabile, che un matrimonio che si voglia stabile, pur nel variare delle forme, resta un’avventura aperta per affrontare la quale non bastano i sì pronunciati al Comune o in Chiesa. Coloro che fondano una famiglia debbono chiarirsi l’ancoraggio ad una base etico naturale condivisa e assumersi la responsabilità di assicurare e sentire assicurata la cura reciproca, l’assistenza e l’educazione della prole, la persistenza di una complicità essenziale, che sarà indispensabile sempre e soprattutto nei casi di bisogno, quando i legami coniugali sono logorati o spezzati.

Se variano le modalità, le attribuzioni di ruolo, il coinvolgimento della parentela, il peso della classe sociale, l’uguaglianza e la disuguaglianza tra i coniugi, il matrimonio rimane il cuore della vita relazionale di cui possono alimentarsi le nuove generazioni. Alla base c’è l’alleanza tra un uomo e una donna che aspirano ad un amore-impegno duraturi, s’impegnano di fronte a tutti e chiedono a tutti il sostegno. Che tutto ciò sia fortemente nell’immaginario lo attestano gli adolescenti che confessano di aspirare per il loro futuro a realizzare una famiglia felice[2].

Più le famiglie si indeboliscono più la società rischia di sgretolarsi in un individualismo nichilista (con problemi che si riflettono sulla proprietà, sul diritto, sull’economia…) o al suo opposto in un collettivismo massivo e disumano.

Le nuove famiglie, qualunque siano i percorsi di vita trascorsi, risultano meno vincolate agli obblighi di legge e più dipendenti dalle intenzioni, dalla volontà, dalla capacità di creare al loro interno un clima di comunità, di rinegoziare i ruoli in termini egualitari tra i coniugi, di imparare a sorvolare sui limiti di ciascuno e perdonarsi, di snellire gli impegni domestici, di tentare di conciliare il lavoro con la cura della famiglia e della propria persona, di ridefinire i rapporti genitori figli in termini di democratizzazione, più circolari che gerarchici, più vissuti sul modulo della coeducazione che della educazione unilineare.

Proprio i fallimenti obbligano a prendere atto della priorità che una società dovrebbe accordare alla famiglia, in ordine alla formazione di ciascun essere umano che viene al mondo e alla possibilità stessa che una nazione realizzi le sue potenzialità simboliche e i suoi dinamismi associativi. Pur convivendo con fallimenti e fragilità, compito dello Stato e degli operatori sociali è di proteggere l’aspirazione ad un amore duraturo e renderlo possibile, perché proprio dai valori della coniugalità e della famiglia scaturiscono cittadini responsabili, capaci di legami forti, di fedeltà alle promesse, di fiducia negli altri e di attitudine alla cura attitudini indispensabili a tessere la qualità della convivenza civile.

NOTE

[1]              cf J. Rumney, J. Maier, Sociologia, tr. di A. Ballardini, Bologna 1955, p. 123; D. Cooper, The Dead of the Family, New York 1970; tr. it. C. Maggiori, Torino 1991.

[2]              Cf G. P. Di Nicola e E. Spedicato (a cura), Gli adolescenti e la famiglia ieri e oggi, Marte, Teramo 2011.

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