Il lavoratore povero nella crisi della società salariale

 

In questo contributo si intende indagare la figura del lavoratore povero, colui che, pur lavorando, dispone di un reddito inferiore alla linea della povertà relativa definita a livello nazionale, che non gli permette di sostenere un’esistenza decorosa e lo condanna alla precarietà.

 

Il XXI secolo si è aperto con la “scoperta” di una ferita che si pensava del tutto rimarginata nella golden age del welfare state[1]: la questione sociale, che nuovamente occupa il centro della scena pubblica dei diversi paesi occidentali. Il nuovo “pauperismo di massa”, che assume forme del tutto inedite anche rispetto al passato recente, impone ai sistemi di protezione sociale di rispondere a domande che minacciano la coesione sociale e al contempo di allontanare la prospettiva del bellum omnium contra omnes. Come già nell’Ottocento, al centro della nuova questione sociale si pone il rapporto con il lavoro, che può essere assente, precario o non in grado di assicurare un tenore di vita socialmente accettabile. Se la precarietà è ormai la condizione generale di gran parte del lavoro contemporaneo, instabilità e incertezza sembrano primariamente definire il vissuto quotidiano di milioni di individui e il loro rapporto con l’attività lavorativa. La “destandardizzazione del lavoro” di cui parla Ulrich Beck[2], è plasticamente rappresentata dal moltiplicarsi dei minijobbers, dalla disoccupazione di massa e dal contestuale declino del lavoro standard a tempo pieno e indeterminato[3]. È all’interno di questa “grande trasformazione” che il povero ritorna ad essere una figura non più marginale e residuale, bensì paradigmatica del cambiamento intervenuto nella struttura sociale contemporanea. A differenza del passato, però, i processi di impoverimento investono figure sociali molto diverse (giovani, migranti, lavoratori a tempo pieno e precari, disoccupati, anziani, etc.), e le traiettorie biografiche dei “nuovi poveri” non risultano omogenee, nonostante la comune condizione di deprivazione economica.

In questo contributo si intende indagare la figura del lavoratore povero (working poor), ovvero colui che, pur lavorando, dispone di un reddito inferiore alla linea della povertà relativa definita a livello nazionale, che non gli permette di sostenere un’esistenza decorosa e lo condanna alla precarietà. In particolare, si intende elucidare il vissuto soggettivo di questa fascia della popolazione che, ad oggi, resta ancora in gran parte socialmente invisibile. Il vissuto soggettivo della “povertà laboriosa” rimane infatti uno degli aspetti meno indagati e conosciuti della deprivazione. Sebbene non esclusa dal mercato del lavoro, questa figura della povertà vive un profondo sentimento di vergogna, e in parte di colpa, per la propria condizione. La tendenza all’autoisolamento emerge come strategia per sottrarsi ad uno sguardo che ancora tende ad associare al lavoro una piena cittadinanza.

 

Tra vergogna e senso di colpa

La ricerca di cui si intende dare sinteticamente conto, in queste pagine, è stata realizzata raccogliendo numerose interviste in profondità, nelle quali sono stati coinvolti individui che d’improvviso scoprono, non senza vergogna, di essere esposti al rischio di impoverimento, dopo aver condotto una vita dignitosa. Queste interviste hanno permesso di rilevare un materiale qualitativo che, senza alcuna pretesa di rappresentatività e alcuna possibilità di generalizzazione, può servire come punto di partenza per una riflessione sul sopravvenire inaspettato di situazioni di vulnerabilità che coinvolgono persone e famiglie “normali”. L’erosione di certezze, sicurezze e progettualità, date definitivamente per acquisite dalla generazione precedente, è “l’inatteso” con cui devono quotidianamente confrontarsi questi individui. Una situazione inattesa che viene vissuta come una ferita alla propria dignità.

Nelle interviste raccolte, emerge un sentimento di colpevolezza per la propria condizione presente e per il rischio, cui sono esposti, di cadere nella situazione di lavoratori poveri. Si sentono responsabili della sofferenza che definisce la loro vita e quella della loro famiglia. Esercitano una riflessività costante sulla loro situazione, ma si tratta di una riflessività che implode: la domanda “perché proprio a me” è ripetuta ossessivamente, ma rimane senza risposta. Se il destino non viene esplicitamente evocato, si allude ad una sorta di fatalità ineluttabile. I nostri interlocutori condannano l’ingiustizia del mercato e della società, che non riconoscono adeguatamente il loro lavoro, ma ciò che predomina è il sentimento di sconforto e di rassegnazione. Nel loro orizzonte l’azione collettiva non è contemplata, poiché la tendenza dominante è la devalorizzazione della loro persona e della loro storia. Tra i lavoratori poveri la sindacalizzazione è scarsa e manca il riconoscimento della propria traiettoria biografica come parte di una storia comune. Non ci si espone pubblicamente, si tende a rimanere invisibili poiché ci si vergogna della propria condizione, una condizione di cui ci si sente almeno in parte responsabili, se non proprio colpevoli. La vergogna isola perché la persona non intravede per sé un “posto” adeguato da occupare, una sua collocazione sociale: la condizione di lavoratore povero non gode ancora, infatti, di un riconoscimento pubblico. Questa figura della “povertà laboriosa” vive costantemente nello scarto tra lo status di lavoratore, che assicura una piena cittadinanza, e la limitata disponibilità di risorse economiche, che la colloca nell’area della mancata cittadinanza.

Questo insieme di sentimenti porta l’individuo a ripiegarsi su se stesso: poco incline a raccontare la propria esperienza, vive questa nuova condizione come una fatalità cui rassegnarsi e rispetto alla quale è quasi impossibile reagire. La vergogna è un sentimento di cui non si ama parlare. L’individuo è diviso tra il bisogno di comunicare l’esperienza della deprivazione e la paura di essere giudicato, e tende pertanto ad interiorizzare quello che considera il proprio fallimento biografico. Antonella Meo e Marco Romito, in una ricerca sul vissuto dei cassaintegrati torinesi, hanno registrato un analogo imbarazzo a parlare di sé: «Gli operai provano imbarazzo, sono chiusi in se stessi, vivono la cassa integrazione come un evento stigmatizzante, non tanto (…) per il fatto di essere socialmente percepiti come dei “parassiti”, bensì soprattutto per la vergogna che provano al considerarsi e doversi dichiarare in grave stato di bisogno. Fino a ieri “normali”, pur con qualche difficoltà e con il ricorso agli straordinari, oggi “spiazzati dalla crisi”»[4].

In questi racconti di vita alcuni passaggi, legati all’inadeguatezza del reddito famigliare, sono ricorrenti: la difficoltà ad arrivare a fine mese, le rate del mutuo della casa o l’affitto da pagare, le bollette della luce o del gas che scadono, le rinunce continue, l’indebitamento, i progetti individuali e famigliari continuamente da riformulare, la paura di un ulteriore declassamento, l’incertezza del futuro. In una parola, vite vissute alla giornata[5].

Nella gran parte dei casi, queste situazioni di povertà sono vissute privatamente ed in silenzio: le persone coinvolte non si rivolgono ai servizi sociali comunali e/o del privato sociale e vivono la propria condizione di impoverimento, a volte anche grave, senza avanzare alcuna richiesta di aiuto. Ci troviamo di fronte a famiglie che, nella loro traiettoria biografica, mai si sono avvicinate all’assistenza pubblica e/o privata. L’assistenza è spesso percepita come umiliante, poiché l’aiuto erogato è subordinato ad una serie di condizioni e verifiche dei mezzi (means test) che sono un sintomo della scarsa considerazione sociale di cui l’assistito è oggetto. Per accedere all’assistenza è infatti necessario sottomettersi a procedure che le persone in difficoltà giudicano non solo umilianti, ma anche inutili, poiché devono mostrare pubblicamente la propria deprivazione e vulnerabilità, mettersi a nudo, accantonare quella riservatezza e quel ritegno con i quali intendono difendere la loro vita.

Entrare nel circuito dell’assistenza presuppone l’accettazione del proprio declassamento e comporta l’ingresso in un “mondo a parte” del tutto sconosciuto. Queste persone, che mai hanno interagito con il sistema degli aiuti pubblici e/o privati, vivono tale situazione con un forte sentimento di umiliazione. Non esistendo ancora servizi
specifici, dovrebbero rivolgersi agli stessi uffici riservati alle “forme classiche” dell’esclusione (senza dimora, tossicodipendenti, malati mentali, ecc.). In questi contesti, il contatto con situazioni di bisogno spesso segnate da forme gravi di emarginazione, induce molti a prendere le distanze da coloro che attendono il proprio turno per un colloquio con un operatore, e ciò sia per esorcizzare la paura di cadere nelle stesse condizioni, sia per ottenere una sorta di risarcimento simbolico della propria discesa sociale.

Non abituati a chiedere, la decisione di farsi aiutare è il momento terminale di un difficile percorso “interiore” che comporta non solo disorientamento, ma anche un ripensamento del proprio passato. Nell’accesso ai servizi si perde in dignità poiché è necessario riconoscere, in via preliminare, la propria incapacità di farcela autonomamente e la propria dipendenza da interventi percepiti come caritatevoli, in quanto non ancora riconosciuti socialmente come diritti.

Questa “povertà laboriosa” non si evince né dall’abbigliamento, né dalle routine della vita quotidiana. L’individuo cerca di nascondere la propria condizione di deprivazione, vissuta come uno stigma, isolandosi e troncando progressivamente le relazioni sociali, o al contrario cercando di apparire uguale a tutti gli altri. Con modalità diverse, cerca un anonimato che funzioni come una “pellicola protettrice”. Alcuni, soprattutto quando in famiglia sono presenti dei bambini, si fanno vincere dalle tentazioni della società dei consumi e per i figli acquistano solo capi di abbigliamento firmati, pur di farli apparire uguali ai loro coetanei. In nome del diritto alla dignità della persona, e del figlio in particolare, investono in oggetti di consumo una quantità di denaro eccessiva rispetto al loro budget. D’altra parte, già nel Settecento, Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, ricordava il bisogno dell’uomo di presentarsi dignitosamente in pubblico. Si può dire che la dignità, soprattutto quando si è poveri, letteralmente costa cara.

Sofferenza, paura, incertezza, vergogna, senso di colpa, sentimento di inutilità, emergono come le tonalità emotive dominanti. La “paralisi biografica” in cui l’individuo viene a trovarsi genera un ripiegamento su se stessi che ci sembra il tratto dominante della vulnerabilità emerso nelle nostre interviste. La condizione di lavoratore povero, in particolare in una provincia “ricca”, viene vissuta come un problema del singolo, che appartiene alla sfera privata e in questo ambito può/deve possibilmente trovare una soluzione. La gestione dei rischi, sempre meno pensata collettivamente, è affidata al singolo e alle risorse personali e/o famigliari che è in grado di mobilitare. Questa condizione di povertà è, nella gran parte dei casi, percepita come una “questione privata”, non degna di accedere alla sfera pubblica: è il lato meno conosciuto del cambiamento sociale intervenuto negli ultimi anni. Questa privatizzazione della vulnerabilità, in cui ciascuno è solo con il proprio problema, rende la persona socialmente invisibile e incapace di incidere sull’agenda pubblica. Ridurre la vulnerabilità a questione privata o a fatto sociale congiunturale, di fatto derubricandola dalla sfera pubblica, depoliticizzandola, preclude la possibilità di riconfigurare le protezioni sociali e di organizzare un solido sistema di garanzie atto ad affrontare le nuove forme assunte dalla questione sociale nel XXI secolo, consegnando all’isolamento e all’invisibilità le “vittime” della società del rischio.

 

Tra il dentro e il fuori

Per concludere, è importante evidenziare che i sommovimenti descritti non indicano solo una dilatazione dell’area della marginalità e della deprivazione economica, ma segnalano mutamenti più profondi che stanno investendo l’area centrale della struttura sociale. In particolare, la figura del lavoratore povero attesta la destabilizzazione di quel lavoro salariato che, all’interno di una secolare vicenda storica, era diventato il “grande integratore” delle nostre società attraverso uno stabile rapporto con le imprese, mediante identità collettive sindacalmente e politicamente rappresentate e con un riconoscimento del valore del lavoro, indipendentemente dalla qualifica e dalla retribuzione, concretizzatosi nell’affermarsi dello Stato sociale. Dopo che generazioni e generazioni hanno considerato come un processo quasi irreversibile la mobilità sociale ascendente, oggi l’ascensore sociale si è fermato e forse inizia ad invertire il proprio senso di marcia. L’impoverimento è vissuto tanto più drammaticamente quanto più forti erano state le aspettative di crescita economica e di status. I sintomi più evidenti sono, da un lato, il ricorso crescente all’indebitamento[6] e, dall’altro, un senso di frustrazione permanente che a volte esplode anche in forme estreme, sia a livello individuale (suicidi[7]) che collettivo (ad esempio manifestandosi come insofferenza per ogni forma di solidarietà sociale, risentimento , esplosione rabbiosa e rancorosa , razzismo e intolleranza tra i lavoratori ).

La funzione del lavoro, quale supporto privilegiato di iscrizione nella struttura sociale, sembra incrinarsi, rendendo sempre più fragili le posizioni acquisite. Come abbiamo evidenziato, il lavoro, anche a tempo pieno e indeterminato, non rappresenta oggi una garanzia certa contro i processi di impoverimento e di fragilizzazione del legame sociale. L’associazione di lavoro e povertà, che nel quadro di quella che Robert Castel definisce “società salariale”[8], era una figura ossimorica, oggi delinea i confini della questione sociale del XXI secolo, dove il lavoro non assicura immediatamente e necessariamente riconoscimento e visibilità sociale.

La povertà, pertanto, si qualifica oggi come un orizzonte di rischio cui una parte sempre più consistente del mondo del lavoro (e del non lavoro) risulta esposta. Non investe più le sole situazioni estreme e/o ai margini (popolazioni “devianti”, “disadattati”, famiglie storicamente povere, persone colpite da eventi destabilizzanti quali malattia, disoccupazione prolungata, etc.), non è necessariamente connessa a forme di esclusione sociale, ma riguarda anche chi è parte della società e, dunque, ha piuttosto a che vedere con la fragilizzazione della cittadinanza sociale e della grammatica del vivere comune. Il lavoratore povero occupa una posizione marginale poiché si colloca in una posizione liminale tra il dentro e il fuori, «tra ciò che è considerato interno e ciò che è considerato esterno al processo di riproduzione sociale»[9].

 

*Professore associato presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’economia dell’Università di Bologna dove insegna Sociologia dei servizi sociali di territorio.

 

[1]                    [1] Y. Kasepov, D. Carbone, Che cos’è il welfare state, Roma, Carocci, 2007, p. 50.

[2]                    [2] U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.

[3]             Già da due anni le assunzioni a tempo pieno e indeterminato si attestano intorno al 20% del totale dei rapporti di lavoro avviati.

[4]                    [4] A. Meo, M. Romito, “Torino. Cassa integrazione e processi di impoverimento”, in G.B. Sgritta (a cura di), Dentro la crisi. Povertà e processi di impoverimento in tre aree metropolitane, Milano, FrancoAngeli, 2010, p. 54.

[5]                    [5] Fra le famiglie che hanno come entrata principale un reddito da lavoro dipendente nel 2010, quasi il 10% non ha avuto soldi per le spese mediche, quasi l’11% è stato in arretrato con il pagamento delle bollette o dell’affitto, quasi il 23% ha contratto debiti diversi dal mutuo, il 35% non ha potuto permettersi una settimana di ferie, cfr. ISTAT, Reddito e condizioni di vita. Anno 2010, Roma, 29 dicembre 2011, pp. 4-5.

[6]                    [6] Sull’economia del debito si veda il contributo di M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato, Roma, DeriveApprodi, 2012.

[7]                    [7] A. Sciotto, Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi, Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 32-44.

[8]                    [8] R. Castel, Le metamorfosi della questione sociale, Avellino, Elio Sellino Editore,
2007.

[9]                    [9] G. Ricci, “Osservazioni sul margine e memoria del denaro”, in AA.VV., Per una storia dell’Emilia Romagna, Ancona, Il lavoro editoriale, 1985, p. 96.

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