Le mura di Gerico

Abbiamo pubblicato nel numero di  Settembre-Ottobre il codice deontologico professionale  degli Assistenti Sociali: uno strumento importante per svolgere, con rigore ed efficacia, un ruolo  che, nella nuova società multietnica  e multiculturale, riveste, oggi più che mai, grande importanza.

Di seguito troverete un  articolo, della Presidente Nazionale dell’Ordine, Paola Rossi, da anni impegnata nel favorire  il pieno sviluppo della professione, a  commento dei recenti decreti rettorali   dell’Università di Trieste  e della Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma , sedi dei nuovi Corsi di Laurea in Servizio Sociale.

L’Università di Trieste ha istituito il corso di laurea in servizio sociale avvalendosi degli spazi di autonomia che la L. 127/97 concede agli atenei: l’esperienza triestina era stata anticipata di qualche mese dalla Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma.

E’ una sperimentazione che si inserisce a pieno titolo nel vigente ordinamento universitario; imporrà, peraltro, un’attenta riconsiderazione delle necessità formative della professione e della riformulazione del relativo curriculum nel sistema che si sta prefigurando e che, nei prossimi mesi, delineerà la nuova architettura dei percorsi formativi dell’Università italiana in sintonia con l’Europa.

Da qualche decennio gli assistenti sociali, si battono per ottenere un curriculum formativo consono ad un mandato sociale che è sempre più difficile, delicato e complesso, per il quale la maggior parte di loro si è procurata ‑ spesso con grandi sacrifici – ulteriori strumenti.

La negligenza con la quale la questione relativa all’iter formativo della professione è stata considerata in vari decenni dai governi in carica ma anche dai partiti di opposizione è sicuramente legata al ruolo meramente riparativo e/o residuale assegnato all’”assistenza sociale”.  Fino ad ora si é trattato di un disegno assai impreciso, occasionale e parziale delle politiche sociali, in cui il massimo dell’attenzione era volto al lavoratore, alle questioni previdenziali, mentre i compiti di sostegno e recupero delle persone e dei gruppi sociali più deboli e in difficoltà, assumevano esclusivamente un ruolo marginale rispetto alle politiche sociali di Welfare.

La legge quadro di riforma dell’assistenza è rimbalzata di legislatura in legislatura: ripetutamente inscritta nei programmi di governo non è stata sorretta da una reale volontà politica di portarla alla luce.

Sembra che finalmente ci si renda conto della progressiva destrutturazione del tessuto sociale, del ruolo che i servizi alla persona possono giocare per contrastarla, soprattutto se raccordati in rete. Una rete concepita come un disegno organico e armonico sul territorio, laddove si formulino progetti di intervento e si agisca su programmi concordati.

Si è evidenziato infatti il potente intreccio tra disagio sociale, perdita di ruolo di intere fasce di popolazione, e deterioramento complessivo della vita civile, cui fa riscontro la crescita di condotte devianti e malavita organizzata.

Si è riscoperta la necessità di intervenire non sul caso singolo e sulla singola situazione, ma per programmi strutturati, coordinati, verificati nel loro svolgimento e nel loro esito finale; si è riscoperta di conseguenza la necessità di una analisi sociale ed ambientale dei fenomeni.

La centralitá riconosciuta alla professione nel trattamento delle singole situazioni a motivo di una formazione interdisciplinare, diviene elemento indispensabile anche nell’organizzazione dei servizi in rete: in rapporto a ciò è conclamata ormai la necessità di garantire alla professione, non solo ulteriori spazi formativi, ma anche uno spazio specifico di elaborazione dei temi e dei problemi che l’esperienza dell’intervento quotidiano offre.

La società attuale offre temi inediti su cui la professione di assistente sociale si deve misurare: pensiamo a tutta la tematica relativa ai minori procreati in modo non naturale, alla rivisitazione delle norme che regolano l’adozione e che hanno costituito una conquista di razionalità e rispetto per le esigenze dei bambini, anche stranieri.

Sarebbe difficile pensare a programmi di assistenza per extracomunitari senza presupporre una conoscenza approfondita dei loro paesi di provenienza; delle loro aspettative, delle caratteristiche etniche, antropologiche, culturali, religiose, del sistema di valori di cui sono portatori e che influenzano sia la richiesta di aiuto, sia la capacità di utilizzarlo.

In tutti questi anni, la parte più attiva e impegnata della professione ha supplito a carenze di formazione che tutte le professioni hanno registrato e ‑ in particolare ‑ quelle che insistono in un sociale in continua evoluzione.

Nell’ambito dei servizi, ruoli e competenze (dell’istituzione, delle varie istituzioni del privato sociale, del volontariato, ecc.) vengono continuamente ridefiniti.

La professione ha attinto alle proprie risorse, impegnato tempo e denaro per acquisire competenze manageriali, di mediazione familiare, tanto per fare degli esempi.

Non vi è dubbio che l’acquisizione e la crescita di competenze va articolata e calibrata sul nucleo fondante e portante della professione: la relazione d’aiuto con la persona, il gruppo, la comunità.

Le più recenti acquisizioni teoriche, gli approfondimenti tematici debbono, peraltro, confrontarsi con il mandato professionale, debbono subire un processo di “contaminazione professionale” per risultare, effettivamente, elementi costitutivi della professionalità e dell’intervento professionale. Debbono essere riscontrabili in tutti i membri della comunità professionale: tutto ciò implica la necessità di un percorso formativo completo nel quale la sedimentazione, la concettualizzazione, la riproposizione in termini e a fini didattici diventi la regola.

La formazione professionale degli assistenti sociali ha avuto un percorso difficile ed accidentato: la difesa dei livelli di qualità, impegno costante dei professionisti, ha ricevuto risposte occasionali e ampiamente deludenti sul piano normativo. Il DUSS (Diploma Universitario in Servizio Sociale) attuale, istituito nel ‘94, non ha costituito un’opportunità di crescita, si è trattato nei fatti di un “trasferimento” dal diploma triennale di scuola diretta a fini speciali. Gli assistenti sociali aspiravano ad un corso di laurea e obtorto collo hanno accettato il DUSS allo scopo di incardinarsi definitivamente alla formazione in Università.

L’ Università ha ritenuto che gli spazi da riservarsi ad una formazione “trasversale”, che utilizza una molteplicità di discipline afferenti a diversi corsi di laurea, dovesse rimanere a livello di “professionalizzazione”: ciò ha perfino consentito, in alcuni Atenei, lo “scippo” degli insegnamenti tipicamente professionali, affidati assurdamente ad altri profili professionali.

La risposta dell’Università alle istanze degli assistenti sociali è stata fin qui tautologica: non ci sei pertanto non ci puoi essere.

L’Università di Trieste e la LUMSA hanno fatto cadere le mura di Gerico.

Da questo momento in poi sarà difficile continuare in questo atteggiamento di negazione di una professione che, comunque, la prossima riforma dell’assistenza sociale dovrà valorizzare appieno, riconoscendole ampio spazio anche a livello di organizzazione, progettazione e programmazione dei servizi, così come è previsto dalla legge istitutiva dell’Ordine 84/93 e come, in molti casi, si è verificato con successo.

Lo scenario futuro prevede una diversa, complessa architettura dei corsi universitari: può costituire un’opportunità per definire finalmente un percorso a misura del mandato sociale che la professione deve assolvere, congruo alla pregnanza del Codice deontologico che la professione si è data il 18 aprile 1998.

Ciò si riallaccia al disegno nuovo e diverso che la riforma dell’assistenza in itinere deve delineare e, pertanto, richiama in campo anche le competenze e le responsabilità del Ministro della Solidarietà Sociale che ‑ la legge in itinere lo prevede ‑ dovrà delineare i profili delle professioni sociali.

L’Università deve ricollegarsi saldamente a questo disegno senza trascurare il mercato del lavoro e le sue esigenze.

 Il re è nudo: le scelte relative alla formazione degli assistenti sociali nella nuova architettura dei corsi di laurea saranno indicative rispetto alla volontà, e capacità, dell’ Università di calarsi nelle problematiche che investono la società attuale.

*Presidente dell’Ordine

Nazionale Assistenti Sociali