Legami

A partire dalle riflessioni emerse durante la preparazione di questo dossier, abbiamo chiesto ad alcune nonne e nonni di raccontarci del rapporto con i loro nipoti sulla base di alcune sollecitazioni.

– Ieri nipoti, oggi nonni: abitare nuovi luoghi e nuove relazioni;

– Educare da genitori, educare da nonni quali? differenze;

– Ruolo?dei nonni e differenze di genere: “Nonna ha sempre inventato parole, e mamma pure, e io pure..”. (Silvia Ballestra, Tutto su mia nonna, ediz. Einaudi);

– Raccontare le proprie radici, i propri angoli della terra, la propria lingua, il proprio tempo;

Da quando è nato Massimiliano, detto Maxi, lo spazio si è allargato e? il tempo si è ristretto perchè non sono mai in grado di appagare i suoi: “ancora“, “l’ultimo“, “ancora e poi basta“.

Con un bambino di tre anni per mano il mondo invece si amplia, si rinnova, nasce un’altra volta. La nostra casa al mare è circondata da una pineta condiminiale che da anni attraversavo in su e in giù per andare in paese ma non avevo mai avuto motivo di esplorarla, anche perché, coltivata, pettinata, ripulita, non la trovavo particolarmente interessante.

Ma da quando la mia altezza (già corta) si è abbassata di mezzo metro per guardare il mondo con gli occhi di Maxi, tutto è cambiato. Abbiamo cominciato col cercare gli? ovetti Kinder, quelli piccoli, che avevo precedentemente nascosto nelle crepe del muro, negli incavi dei tronchi, sotto i cespugli. Abbiamo poi continuato le scorribande raccogliendo pinoli e alcune more da una siepe di recinzione. Maxi stringeva in pugno questi minuscoli tesori, resi preziosi dall’avarizia della natura ligure, e poi entrava in casa strillando: “Nonno, siamo ricchi! Abbiamo tre pinoli e due more!“. Non avevo mai aspirato a tanto. Abbiamo poi continuato dando la baia alla strega che abita nella cabina telefonica. Invano la perfida ha atteso Maxi per infilarlo nel forno come Hansel e Gretel. E’ troppo furbo il ragazzo! Abbiamo riempito un buco di pigne fingendo di fare il fuoco per un immaginario pic-nic al quale invitavamo, con un sasso a mo’ di cellulare, tutti gli amici di Milano. Naturalmente le portate erano infinite e l’elenco, snocciolato come un rosario, si accresceva ogni volta di qualche specialità. Abbiamo scoperto che, la sera, uscivano, tra i gradini caldi di sole,?certe piccole rane che andavano contate e a ognuna veniva dato un nome. La più grande è stata buttata in piscina perché facesse un bel bagno ma la povera è miseramente annegata. Spesso ci siamo persi e lo sgomento ci ha invasi anche perché il nonno non perdona – a mezzogiorno e alla sette: tutti a tavola! – Per fortuna avevamo segnato il percorso con briciole di pane e, poichè le tortore non le avevano ancora mangiate, abbiamo ritrovato la strada di casa, ma che paura!  Abbiamo poi scoperto che si potevano decorare le magliette con certe foglie che si appiccicano e ogni bambino ha avuto il suo disegno. Bea un fiore perchè è la più carina. Che estate! La più bella ch’io ricordi, la più intensa, la più breve, l’ultima volta che ho avuto tre anni.

Confesso che la parola “educare” non mi è mai piaciuta. Penso che si impari indirettamente, per il fatto che si vive insieme e si vuole farlo bene. Non ho mai educato nessuno e penso che si cambi solo per paura (ma allora non è educazione) o per amore (ma allora è un’altra cosa).

Sono fantasiosa per natura e infantile per vocazione (a otto anni avevo giurato che non sarei mai diventata grande e almeno in parte ci sono riuscita), per cui mi viene spontaneo regredire. Maxi mi attende in un luogo della mente che condividiamo, dove tutto è possibile, dove le cose si possono fare e disfare, dove ci intendiamo immediatamente anche senza parlare, perchè i nostri cuori, il mio vecchio, un po’ sfiatato, e il suo, piccolo e vispo come un grillo, non ci crederete, ma battono insieme.

A inventare parole ci pensa lui: Maxi è un affabulatore nato. Quando sente una parola nuova la mangia, sì la mangia nel senso che se la mette in bocca, la gusta come una caramella, la ripete più volte e poi chiede: “nonna cosa vuol dire?“. Il tormentone dell’estate è stata l’espressione (tratta da una vecchia filastrocca delle mie sorelle): “qua, qua, qua si sono illuse (le due anatrelle)“. Il testardo voleva sapere cosa significa illudersi e gli esempi non gli bastavanoi mai. Finchè se n’è dimenticato. Ma per lasciare il posto a un grave problema, che potevamo psicoanaliticamente intuire, data l’ambiguità del termine, ma che era inutile esplicitare. A tavola il piccolo, che non a caso siede di fronte al nonno, un giorno ha posto con aria grave un tema che è stato più volte affrontato, ma che evidentemente meritava un seminario accademico: “Nonno, parliamo un poco del pisello“. Mai il nonno si era sentito più inadeguato né gli veniva in aiuto una pratica quasi secolare di conferenze, dibattiti, convegni, lezioni. Con un lampo di genio però se l’è cavata raccontandogli la favola della Principessa del pisello. Ma che ci faceva un pisello sotto il materasso della Principessa? A questo punto Maxi si è tolto da solo d’impaccio: “Ma no, non era un pisello, era un fagiolino!“.

Sono una di quelle persone la cui infanzia non è mai passata; gli occhi della bambina di un tempo guardano il mondo con me e ne sottolineano la differenza.  Peccato però che nessuno voglia ascoltare i miei racconti. Mio marito, iper-razionale, mi interrompe chiedendomi ogni volta chiedendo con aria inquisitoria: “Quando, dove, perchè?“. Uno strazio per la memoria. I miei figli, fin da quando erano piccoli, si sentono in imbarazzo per una mamma che è stata così povera , non gli par vero, e allora mi dileggiano amabilmente: “Dai mamma! Raccontaci di quando ti lavavi i denti con la salvia“. Per fortuna c’è Maxi e con lui facciamo, per gioco, tutto quello che da piccola facevo davvero. Lui ci crede e io mi sento finalmente a casa. L’anno prossimo ci sarà anche Francesca con cui giocare e l’attendo al varco per scoprire come si fa la nonna accanto a una bambina. Le bambole sono state la mia passione, saranno anche la sua?

Silvia Vegetti Finzi

Professore Ordinario di Psicologia dinamica,

Università di Pavia

Rispondendo alle sollecitazioni postemi debbo ricorrere alla sintesi, perché per alcune ho scarsità di notizie da dare, mentre per altre ne avrei troppe;  debbo inoltre fare presente che la mia esperienza di nonno, avendo un solo nipote affetto da una sindrome invalidante che comporta un rapporto intenso e profondo con lui, non può non tenere conto di questa situazione.

La circostanza ha fatto sì che sono stato io ad imparare da mio nipote molto di più di quanto possa lui avere appreso da me. Ho imparato che cosa voglia dire amare veramente, senza condizioni o pretese di uguale reciprocità; ho imparato che cosa sia la dedizione scevra da pietismi soffocanti ma nel rispetto di personalità differenti; ho imparato che la diversità patologica altrui non significa affatto che noi siamo migliori perché non toccati da questa, né più fortunati; ho imparato che la felicità non è privilegio di chi la ricerca con mezzi economici o con il raggiungimento di mete prefissate, più o meno ambiziose che siano, ma sta nella serenità del nostro animo.

Mi scuso di questa divagazione dal tema, ma ho ritenuto dover chiarire che la mia posizione di nonno di un magnifico nipote affetto da sclerosi tuberosa, anche se mi porta ad un rapporto con lui fuori dagli schemi abituali fino a creare a volte un nostro mondo fantastico, non è vissuta come un peso opprimente, ma con tutta la serenità che mi viene dal rapporto d’amore con mio nipote.

E’ solo diverso, per certi aspetti, il mio modo di essere nonno.

i miei nonni paterni sono morti prima che nascessi e quelli materni, abitando lontano da casa mia, hanno avuto relazioni con me solo saltuarie, non svolgendo alcuna funzione educativa.

In sostanza, ne ho avvertito la mancanza. I pochi momenti di intimità con loro durante la mia infanzia, fatti di cose semplici quali la costruzione di un giocattolo di legno (mio nonno era falegname), il racconto di un fatto della grande guerra cui aveva partecipato, la promessa raramente mantenuta di mia nonna di regalarmi “cartona”, banconota da cinquecento lire per lei rappresentante il massimo della disponibilità, si sono ingigantiti nella mia memoria. Il ricordo ha supplito alle carenze di fatto assumendo, comunque, una sua precisa collocazione nel mio animo.

Penso che educare, nel senso vero e profondo della parola competa ai genitori e non ad altri. Solo nell’incapacità dei genitori a farlo potranno, o meglio dovrebbero, intervenire in surroga i nonni. Comunque non vi deve mai essere una interferenza. Non v’è dubbio che l’essere nonni determina una partecipazione ad un rapporto affettivo insostituibile, ma che non deve essere in posizione conflittuale con i genitori, in quanto genererebbe quantomeno confusione nel bambino. Né però si deve ritenere, a mio avviso, che il compito dei nonni si esaurisca in un supporto ai genitori. La presenza dei nonni è un apporto di amore, di compartecipazione alla vita ed alla crescita dei nipoti, ma è anche una testimonianza del passato trasfuso nel loro presente perché possa, anche se via via sfumato, proiettarsi nel futuro.

Deve essere, a mio avviso, la rappresentazione di quella “pulchra senectus” così ben individuata dai romani che dà amore ma pretende rispetto.

Il nonno non può essere visto dal nipote solo come colui dal quale si ottiene quello che i genitori gli negano, ma sta al nonno dimostrare al nipote quanto sia importante la sua presenza per disponibilità, affetto, raccontare, spiegare, intrattenersi, capirlo e non tramutarsi in una sorta di cassa continua, sempre a disposizione.

Anche questo è, a mio avviso, un modo importante di educare, badando tuttavia ad evitare le critiche che partano dalla espressione “ai miei tempi”. Le generazioni con le loro differenze si succedono sempre più in fretta e non si può ignorare il fatto che il salto generazionale tra nonno e nipote è sempre più accentuato e che è il nipote a vivere in quello presente. Anche se ovvia la circostanza è importante perché se l’educazione si basa sempre su alcuni principi etici e morali, a mio avviso immutabili, la loro applicazione non può essere immutabile, ma deve seguire l’evolversi dei tempi.

Fare il nonno è difficile: basta però non pretendere dai nipoti di essere la nostra copia, ma di dar loro l’esempio del nostro comportarsi su cui pensare, per rendere tutto più facile.

Ma, come al solito, è semplice indicare come ci si dovrebbe comportare, difficile è comportarsi in quel modo.

Giancarlo Della Giovampaola, Avvocato

 

Ho cominciato la mia vita da nonno 12 anni fa. Oggi i nipoti sono 7 e l’ultimo avrà un anno tra pochi giorni. La mia vita come nipote è iniziata con tre nonni, perché mio nonno paterno è morto a seguito di gravi ferite subite nella guerra 15-18.

 I nonni materni abitavano lontano, nella Svizzera centrale, dove avevano un albergo. Mia mamma, è morta per un cancro polmonare nel febbraio del 1950, lasciando cinque figli in tenera età. La mia nonna paterna, alla fine della 2a guerra mondiale è venuta ad abitare con noi a Milano e mio padre si è risposato nel ’52 per non mandarci in Istituto.

Mia nonna materna non ha mai avuto dei buoni rapporti con la nostra seconda mamma e lo faceva capire in mille modi  sottili e furbeschi.

I miei nonni svizzeri, anche se la gestione dell’albergo li impegnava molto, erano invece affettuosi, attenti, generosi quando andavamo ogni anno, nelle feste di Natale e d’estate.

Perché ho voluto fare questa premessa? Per esprimere in sintesi che non basta essere nonni perché succedano a tutti le stesse cose.

Anch’io sono andato ad abitare lontano dai miei nipoti quando sono andato in pensione, mentre la nonna è rimasta vicino a loro.

Ogni tanto mi vengono a trovare, nelle vacanze, e allora ci divertiamo insieme in mille modi. Andiamo nel bosco, dietro casa a raccogliere frutti di bosco, a cercare funghi, a scoprire una natura incontaminata e piena di piccoli e grandi essere viventi: rospi, lucertole, cinghiali, farfalle, cavallette, lucciole, scarabei, api, vespe, serpentelli etc. e gli insegno a non averne paura, a godere della loro vita anziché scappare.

Facciamo giochi un poco trasgressivi come, per esempio, colpirsi con i getti d’acqua all’improvviso, buttarsi in piscina spingendoci alle spalle. Mi piace coinvolgerli nella cura dell’orto e dei fiori, li faccio partecipi della  quotidianità con la semplicità dei bambini, rispondendo con tranquillità ad ogni loro “curiosità” rispettando i loro tempi.

Oggi infatti, per i bambini, è nuovo tutto questo, mentre per noi nonni è stata nuova l’elettronica, l’informatica che loro, i nipoti, maneggiano e utilizzano con competenza stupefacente e li tengono occupati per grande parte del tempo libero, così come per altro la televisione, lasciando liberi i genitori che al ritorno dal lavoro, hanno mille cose da fare in casa ed hanno poco tempo da dedicare ai figli.

I nonni invece possono offrire il loro tempo libero per aiutare i nipoti a scoprire le bellezze della vita, dei rapporti interpersonali, delle radici da cui sono nati.

Il rapporto con la natura  mi consente di trasmettere loro che non esistono esseri sterili: ogni cosa, dal nocciolo della pesca ai semi dei fiori, dal serpente al rospo contiene in sé tutti i segreti per la continuazione della vita.

In natura non esiste la sterilità, ma il suo contrario: la capacità di donare.

E così pure dal racconto e dalla visione di vecchie fotografie, filmati ecc. i miei nipoti scoprono le loro radici e che sono i figli dei miei figli, ma anche che la stessa cosa è successa a me, quando ero bambino, perché ero il fiore nato dal seme gettato nel campo dai miei genitori, dai mie nonni e così via.

E così come i fiori dei campi sono i figli della benevolenza del sole e dell’amore della natura, i figli degli uomini sono i fiori della comprensione e dell’amore.

Come dice Gibran (che io ammiro)… “la canzone custodita in silenzio nel cuore della madre canterà sulle labbra del figlio”.

Un’ultima considerazione: in genere, salvo eccezioni, i nonni invecchiano e muoiono. E’ per molti nipoti il primo incontro con la morte del corpo.

Ecco, io vorrei che i miei nipoti potessero cantare, nelle loro vita che li porterà a essere nonni, la canzone custodita nel cuore dei nonni. Cioè che capissero con il cuore, che il nonno è morto perché ci sono loro a far fiorire i semi che ho gettato nel loro campo.

Guido Cattabeni,

Medico specializzato in Psicologia clinica

Ho sempre pensato che, una volta in pensione, sarei stata una nonna circondata da nipotini felici di ascoltare le favole e di mangiare le torte e i biscotti cucinati da me. Invece di nipoti per ora ne ho una sola e ho dubbi che ne arriveranno altri. Ma soprattutto, siccome dopo la pensione mi sono buttata in altri lavori e in un grosso impegno di volontariato, il mio sogno non si è realizzato. Tanto per cominciare, fare la baby sitter mi è stato impossibile. La prima volta che mi hanno chiesto di andare a curare Carlotta che era ammalata io avevo in mano un biglietto aereo per Palermo, la seconda dovevo parlare in una scuola, una terza volta… non c’è stata. L’altra nonna è casalinga, abita vicino a loro, è sempre disponibile. Così praticamente Carlotta l’ha allevata lei, mentre la mamma era al lavoro, e con lei la bimba ha – ovviamente – molta più confidenza che con me. Io mi sono data da fare con i pranzi della domenica, in cui tutta la famigliola si sposta a casa mia. Ma anche se gioco con lei, la rincorro (e lei ride quando mi viene il fiatone) e gioco a nascondino, Carlotta è sempre piuttosto riservata nei miei confronti, dubitosa e quasi diffidente. Di venire con me a uno spettacolo di burattini o alle giostre o simili non se ne parla, se non vengono anche la mamma o il papà.

Forse anche il mio rapporto con le nonne era dello stesso tipo, monodirezionale. La mamma della mamma la vedevo sempre, stavo con lei quando ero ammalata e durante le vacanze, la mamma del papà la vedevo soltanto in occasione delle grandi feste, quando tutta la famiglia si riuniva. E io sono la mamma del papà di Carlotta.

L’unica cosa che davvero le interessa quando viene a casa mia è il computer. Fin da piccola appena entrava in casa (a Milano) gridava “Il mare! Il mare!” e correva nello studio a guardare il salvaschermo, dove si potevano ammirare splendide onde blu.

Qualche mese fa (deve andare in prima elementare) ho capito di avere qualche speranza. Per telefono mi ha chiesto “nonna, mi insegni a leggere, tu che sei maestra?” Che sia per questo che è diffidente? Che abbia paura di essere giudicata? Certo che se mi vede come maestra e non come nonna…

Comunque ho colto al volo l’occasione e ci ho messo tutto il mio impegno. Senza insistere troppo, stoppando tutto al primo segno di noia, lodando i suoi progressi. E lei si diverte a vedere il mio stupore per la sua capacità di memorizzare in fretta lettere e numeri, colori e forme. In realtà le ho insegnato soltanto a riconoscere le lettere dell’alfabeto, per lasciare campo libero ai metodi didattici della futura maestra.

Che differenza rispetto ai miei figli, ai quali imponevo di fare, studiare, conoscere… col risultato di avere ragazzi che di tutto si occupavano volentieri fuorché di aprire libri.

A loro avrei chiesto di più e poi ancora di più. Qualcosa forse l’ho imparato.

La differenza tra essere genitori ed essere nonni dal punto di vista educativo è grandissima. I genitori hanno una funzione e una responsabilità educativa, i nonni no. Se un bambino si comporta male non si dice mica “Cosa gli ha insegnato la nonna?”, bensì “cosa gli hanno insegnato i genitori”? Dai genitori d’altronde i bambini accettano tutto o quasi, con i nonni possono permettersi di essere selettivi, possono scegliere se gli va o no di stare con l’uno o l’altro dei nonni e con l’una o l’altra delle nonne. Perciò i nonni non possono essere troppo severi. E inevitabilmente finiscono con l’essere complici e viziare i nipoti, cercano di educare con dolcezza e suscitando – quando ci riescono – l’interesse dei piccoli. Se sono duri o noiosi, i nipoti stanno lontani.

Essere nonni oggi non è facile perché il rapporto con i nipoti è tutto da inventare. Chi è sulla settantina non può seguire i modelli della propria infanzia, la nostra esperienza con i nonni è out, visti i radicali cambiamenti verificatisi nella vita quotidiana dopo la seconda guerra mondiale.

La mia nonna, contadina emiliana, quando ero in vacanza da lei mi insegnava a fare il pane e la pasta, che lasciavamo ore nella madia a lievitare e poi cuocevamo nel forno. Una volta alla settimana io aiutavo lei e la zia a fare il bucato, insaponando i fazzoletti e le cose piccole e curando il fuoco di legna sotto il pentolone dell’acqua che, bollente, veniva poi versata sulla biancheria cosparsa di cenere. Niente detersivi, nessun aiuto dalla chimica e dall’elettricità. Un’atmosfera quasi da Albero degli zoccoli. Proprio per quello forse in casa mia ora ci sono tutti gli elettrodomestici possibili e tutti i ritrovati della chimica sono i benvenuti. Mia mamma ha seguito quel modello educativo e io a otto anni già facevo la pasta sul tagliere, in piedi su uno sgabello perché altrimenti non ci arrivavo.

Si facevano anche altre attività che io ricordo con grande piacere. A settembre nella grande cantina della nonna si pigiava l’uva ed eravamo noi bambini, cuginetti e amici, che – pedibus candidis – venivamo issati dentro le botti e ci rimanevamo a saltare e a pestarci i piedi a vicenda finché tutti i grappoli erano stati schiacciati. E ridevamo, oh se ridevamo. Quando lo racconto a Carlotta le leggo negli occhi che crede sia una storia di quelle che io invento ogni tanto per lei… raccontandole in sintesi brevissima perché lei si stanca presto di ascoltare.

La varietà di stimoli che i bambini di oggi hanno li porta infatti a cambiare attività con grande rapidità. Anche nel gioco non ci si ferma mai più di dieci minuti-un quarto d’ora sullo stesso gioco. Poi urge cambiare. Io invece stavo ore a fare e rifare le stesse cose, non so se perché perfezionista o perché non avevo alternative. Avevo pochissimi giocattoli comperati e anche le matite colorate costavano troppo. Quindi mi divertivo con i bottoni colorati di cui mamma aveva una grande scatola; li mettevo in fila per colore, per forma, per grandezza, ne facevo figure fantastiche. La mia specialità era riordinare le spoline di fili aggrovigliate. Oppure infilare gli aghi con il filo da imbastire, cercando di essere veloce quanto necessario, in una specie di gara, perché le ragazze che imparavano a cucire da mia mamma non dovessero infilare gli aghi da sole, perdendo tempo. Naturalmente mamma avrebbe voluto che io facessi la sarta, ma io avevo scoperto il fascino dei libri, avevo imparato prestissimo a leggere chiedendo lumi all’uno e all’altro e a 5 anni, quando mi hanno mandato a scuola, dicevo che da grande avrei fatto la professoressa, come è puntualmente avvenuto. Un libro pieno di figure era per me il mondo che si apriva, il vecchio dizionario Melzi con le pagine di bandiere colorate e i disegni in bianco e nero di capanne e case nei vari paesi del mondo era straordinariamente affascinante. Andare a scuola per me era la felicità.

Oggi la scuola è importante soprattutto per imparare a convivere con altri bambini.  Per l’apprendimento ci sono i giochi al computer, le videocassette, i giochi elettronici.

Fare la maestra credo sia davvero difficile, oggi. Occorre una grande fantasia e professionalità per riuscire a tenere avvinta l’attenzione dei bambini. Mi auguro che le insegnanti di Carlotta siano anche consapevoli dell’enorme importanza che la loro attività ha per la formazione dei futuri cittadini, in quanto la scuola elementare è il primo incontro che i bambini hanno con le Istituzioni ed è augurabile che ne traggano l’imprinting che i diritti sono assolutamente uguali per tutti.

Ma questa è un’altra storia.

Jole Garuti, Responsabile Libera Lombardia, Associazioni, nomi e numeri contro la mafia

Pensieri di una nonna, 21 gennaio 1992

Dopo dieci giorni dalla nascita del mio primo nipotino

E’ la prima volta, Daniel piccolino mio, che mi viene voglia di scrivere a te. E pensando a te non so bene cosa. Ho una tempesta quieta di sentimenti, che proprio perché sono tanti e forse confusi, fusi e contraddittori, non riesco neppure a fissare e a cogliere. Cosa vuol dire essere nonna? Questo non lo sappiamo né tu né io. Oggi il mio amore per te, sì mi sto proprio innamorando, passa ancora tutto attraverso la tua mamma. E’ il suo amore per te, la sua tenerezza, la gioia che vedo nel suo viso che mi fa provare amore tenerezza, gioia. Io sono combattuta fra stare in un angolo e godermi questo spettacolo di vita piena, soddisfatta della parte che ho avuto, e la voglia sempre più grande di tenerti in braccio di coccolarti guardare il tuo visino sempre più bello e rotondo. Spio il crescere delle ciglia e delle sopracciglia così tenere e bionde, imparo a conoscerti e a riconoscerti e arrivano i ricordi… Le nascite della nostra famiglia. Rivedo tua mamma appena nata ma soprattutto i bambini biondi: Mina, Davide, Maxi. E’ la vita che si ripresenta con tutti i suoi valori belli, intatti interi. La tua nascita, tesoro, mi ha fatto toccare le profondità delle emozioni. Quelle legate al ciclo vitale che passano attraverso l’uomo ma lo trascendono.
Strano miscuglio di potenza e di impotenza. Tutto però mediato attraverso l’amore. Amore per le persone che sono vissute prima di te e che con la loro esistenza hanno permesso che tu ci fossi. Amore per i presenti, nei quali riscopro fili e legami intensi e stupendi. Amore per questa umanità, così apparentemente povera e logorata ma ancora capace di creare e procreare amore per l’uomo, per il futuro e per il tempo. Il tempo, la domanda che da più parti mi viene fatta è: “come ti senti nonna? Ti senti invecchiata?” Come è strana la gente, come si è legati ai ruoli sociali e poco ai sentimenti profondi. Come è possibile sentirsi invecchiati da una nuova vita? Io mi sento vitale come non ricordo di esserlo stata da molto tempo; con una voglia di giocare con te, di vederti crescere e di saperti amare. Amare come mamma certo. Che cosa vuol dire? Non lo so. Lo scopriremo insieme.

Con amore

Elda

Mia nonna Elda

Daniel 13 anni e mezzo

La mia nonna è una persona molto socievole, a volte anche troppo. Quando ha voglia di chiacchierare con qualcuno non ha bisogno di argomenti. Basta quel qualcuno. Non si può dire che mia nonna sia pettegola, però qualche pettegolezzo lo fa. Ma non di quelli tipo: “La mia vicina di casa si è divorziata l’altro giorno con il brigadiere Rossi alle 9.26 e quindici secondi”. Ma quelli tipo: “che gonna orrenda” e poi “che faccia antipatica”. Non so se queste frasi possono essere definite pettegolezzi. Ma non sapevo come chiamarle. Quando si mette a parlare con qualcuno che non si conosce, appena incontrato per strada, io un po’ me ne vergogno ma non così tanto anche perché lei è molto simpatica. E si vede che non è simpatica solo a me, perché ha una valanga di amici simpatici anche loro. Mia nonna, come mio nonno, è molto colta, sa tantissime cose rispetto all’arte (architettura, pittura e statue) e quindi anche di storia delle popolazioni. E’ per questo che quando siamo con lei ci porta sempre (a me e a mio fratello) in musei, mostre, posti famosi come piazze, palazzi e anche normalissime case decò che alla nonna piacciono moltissimo. Un aspetto che io e mia nonna abbiamo in comune è il gusto per le cose antiche: mobili, lampade, sedie, vasi, fino alle case. A stare con mia nonna provo spesso piacere, anche se da due anni a questa parte ci vediamo molto di meno perché con la storia dei compiti di scuola che man mano aumentano io devo stare sempre più a studiare. Credo che mia nonna mi voglia molto bene. E io ricambio aiutandola.

Mathias 9 anni e mezzo

La mia nonna è alta, capelli ricci, veste molto elegante, con cappelli ornati da bellissimi fiori. Non si vergogna mai di quello che fa. Critica ma non troppo i vestiti degli altri. La nonna con me è molto buona e dice sempre quello che pensa. La nonna per me è bella e secondo me mia nonna mi vuole bene e io condivido questo sentimento. Io e mia nonna abbiamo gli stessi sentimenti. Per esempio: un giorno per andare a un matrimonio arrivai e le portai una collana. Era perfetta per quel vestito…

Martino 7 anni e mezzo

La mia nonna è di altezza media. I suoi occhi sono castani. Capelli neri grigi. E’ bella e abbastanza… Con me è buona e dolce. Veste sempre allo stesso modo, con i vestiti lunghi, cappelloni ed è freddolosa. Quando c’è il sole si veste come una del Polo Nord. A me vuole molto bene e io voglio molto bene a mia nonna.

Eva 4 anni

Sei brutta ma hai una bella faccia, begli occhi, bei capelli bella tutta. Con me sei buona perché mi fai fare quello che voglio. Non come la mamma che quando faccio una cosa mi sgrida perché vuole che io mi lavi.

Elda Moscato, Giudice Onorario

Corte d’Appello di Milano, sezione famiglia

Daniel, Mathias, Martino, Eva, i suoi nipoti