Leggere, che passione!

Maria e Paolo raccontano insieme come é nato il loro amore per la lettura

Paolo

Maria apparentemente abita in cima a uno di quegli alberi di cemento che popolano l’aspra selva del suburbio torinese; sembra che il suo orologio “pendoli” tra la casa e un ufficio colmo di malefiche pratiche sghignazzanti; si potrebbe avere l’impressione che il suo “adesso” sia una briciola di un passato divoratore. Ma se la cerchi in questi luoghi, non la trovi.

In verità, seguendo i suoi sassolini, ritrovi tracce di storie che appartengono all’Altrove, e la scopri ambasciatrice che fa la spola tra questo e un altro regno, alternativo e non esclusivo, quello dell’Invece, dove  ogni tempo è tutti i tempi possibili ed ogni fine è Inizio. Quindi, per iniziare: “C’era una volta…”.

Maria: Paolo ha sulla Carta d’identità come professione quella di Studente che mi sembra imprecisa, io lo definirei, anche se ha 20 anni, uno studioso o meglio uno appassionato della  letteratura e dello scrivere. Frequenta la scuola Holden e la facoltà di Lettere comparate a Torino e a motivo dell’ospitalità a lui offerta ho avuto la fortuna di conoscerlo. Proviene da un paesino sul lago di Varese, dal nome buffo: Cazzago Brabbia e da una famiglia di burattinai professionisti.

Figlio di artisti, alto e smilzo, capelli Tiziano (non rossi), possiede un’insolita capacità di autoironia  e di riflessione anche sulle tematiche educative, per questo motivo gli ho proposto di de-scrivere a quattro mani cosa, secondo noi, serve per diventare lettori interessati.

1° Raccontare:

Paolo: Mi piace pensare che la mia passione per la lettura sia nata “la notte dei tempi”, quando cioè nella semioscurità della mia camera i miei o mia nonna mi raccontavano delle storie e io mi lasciavo ammaliare da una voce e da un racconto.

Il racconto, cioè una narrazione che non è mediata dalla pagina scritta e che quindi non è legata a una forma fissa predeterminata, è per me qualcosa di magico, di unico, di intimo. Dico magico perché, siccome il narratore non è impegnato nella lettura, i suoi occhi, il suo volto, la sua voce,  i suoi gesti sono direttamente rivolti e “dedicati” all’ascoltatore: ogni particolare è aggiunto o tolto per lui, per catturalo, per attirarlo sempre più in quella trama di suggestioni che, unita alla trama della storia, crea lo stupore.

Un racconto è unico perché si consuma nel suo farsi, è cioè legato a delle persone, a un tempo e a uno spazio precisi, quindi è irripetibile. Certo anch’io come tutti i bambini volevo che la stessa fiaba mi fosse raccontata con le stesse precise parole, ma il fatto che le parole fossero uguali non significa che l’atmosfera, le sensazioni, l’incanto non assumessero, sera dopo sera, delle sfumature impercettibilmente diverse; la medesima storia, ormai quasi logora, poteva ancora dire cose nuove.

Complice dell’intimità della narrazione è la notte, portatrice, oltre che delle sue paure e dei suoi fantasmi, anche di due doni, il buio e il silenzio. La vedo ancora nella memoria la calda luce della lampada sul comodino che illumina una nicchia nella stanza, e nella nicchia ci sono io, sdraiato sotto le coperte e c’è mia madre che racconta. E’ strano, ma non ricordo per nulla quello che mi diceva, ho solo l’intonazione della voce, come un’eco lontana, e qualche gesto emergente dallo sfondo muto e oscuro, ma sono sicuro di aver ancora immagine e suono proprio grazie al silenzio e al buio.

Maria: Un collega psicologo mi raccontava che per certi disturbi psicosomatici dei bambini raccomandava alle madri di fare 10 minuti di massaggi tutte le sere e che con questo i disturbi nel giro di breve tempo scomparivano. Non solo per il potere dei massaggi che agiscono sul sistema linfatico, attivatore delle difese immunitarie, ma anche per il tempo e l’attenzione che la madre dedicava al proprio bambino: lo curava, lo massaggiava, lo accarezzava.

La narrazione delle fiabe può avere il medesimo effetto: nel momento del racconto ci si prende cura del rapporto col bambino. E’ un tempo dedicato all’individuo, a qualcuno di importante da parte di qualcuno importante. Questo tipo di relazione presuppone da parte degli adulti il fatto
che si rallenti, che ci si fermi, che si riesca a dominare la fretta e si riesca ad ascoltare e a concentrarsi su ciò che sta accadendo e sul rapporto stesso.

Paolo: Mi ricordo che poi mio padre amava inventare per me delle storie su misura, che parlassero di argomenti che mi piacevano, che avessero protagonisti in cui potevo riconoscermi, e a volte le prolungava per più serate, costruendo così una piccola saga, solo nostra, che si evolveva a seconda dei miei umori e delle mie preferenze. Anche l’ascoltatore influisce sul racconto, lo influenza con le sue reazioni e con la sua partecipazione: un buon narratore, paradossalmente, sa ascoltare l’ascoltatore. Io ho la fortuna di avere un papà che sa raccontare bene, tanto che riuscivo a vedere le cose e le azioni che mi descriveva e a volte le sognavo e le continuavo durante la notte. Ancora adesso ho in mente certe visioni di “trattori blu e verdi”, ma non saprei con sicurezza dire se siano un ricordo, un sogno o il ricordo di un sogno. Sono sicuramente cose che mi appartengono.

Maria: Mi sembra che “Raccontare” possa essere connesso con “Sognare”.  Ma non solo, anch’io a mio figlio Simone da piccolo raccontavo una storia di stelle: era diventata una saga costruita un po’ per volta ogni sera. Stelle- mamme e stelle-papà  insieme ai loro figli percorrevano il cielo riproponendo situazioni e  giochi, emozioni e incontri, successi nella vita reale o desiderati da mio figlio o da qualcuno della nostra famiglia.

Questa fiaba mi è stata d’aiuto quando Piero, il papà di Simone (che aveva 3 anni),  è morto. Ho cercato di spiegare ciò che era successo attraverso quella storia che per certi versi purtroppo diventava reale. Piero non era più con noi, ma la sua presenza poteva ancora essere evidente in ogni sera serena, nella prima stella che compare in cielo.

Fiabe, favole e racconti sono supporti psicologici e strumenti pedagogici, che attraverso l’invenzione collaborativa dei bambini danno anche la possibilità di fare prevenzione. Per prevenzione intendo quel processo di coeducazione che permette uno sviluppo cognitivo in grado di fornire nuove connessioni, elasticità psicoemotiva, passando dall’esperienza concreta di invenzione (soli, a due o più, con l’adulto), alla riflessione collettiva.

Creare storie insieme significa essere in relazione, ricercare un’armonia, negoziare scelte: far continuare le storie ai bambini  serve a capire, a conoscere ciò che vivono, a scoprirli.

2° Leggere:

Maria: I libri nei primi anni di vita sono oggetti, giochi piacevoli al tatto, profumano, spesso sono morbidi o diversamente consistenti. Andando avanti i libri spiegano al bambino  con le illustrazioni una storia che,  attraverso la magia di segnini ben disposti che si susseguono formando righe, l’adulto sa anche  dire.

E’ quella l’epoca in cui la letteratura per l’infanzia diventa “media” di rapporto tra adulti e bambini.

Leggere “salva” gli adulti narratori in quel periodo in cui le storie devono essere raccontate rigorosamente in modo preciso e puntuale senza cambiare una parola. Può essere il periodo delle fiabe tradizionali, che diventano rituale. Ogni fiaba partendo da un inizio spesso faticoso, se non tragico, attraverso un percorso di prove da superare, con antagonisti che ostacolano, ma anche personaggi o oggetti magici che aiutano, giunge   al lieto fine che dà al bambino la prospettiva che vale la pena  crescere. La vittoria del bene sul male crea quel meccanismo di  sicurezza, per cui ci si può abbandonare al buio e al sonno, certi che domani sarà un nuovo giorno.

Paolo: Nella mia esperienza la lettura di un libro da parte dei miei è stata il passo successivo al racconto, anche perché credo richieda una capacità di attenzione e di concentrazione superiore, perché il coinvolgimento emotivo deve passare per il filtro e il vincolo della parola scritta.

Avvicinarsi ai libri attraverso la voce di un altro può essere un buon modo per stimolare la curiosità e l’interesse per quei “mondi possibili” che la lettura regala. In fondo un libro non è che un insieme di fogli, però poi magicamente comincia a parlare e stupisce che così tante cose possano abitare in esso. Per me è stato importante che la lettura serale sia diventata sin da quando ero piccolo un rituale, senza il quale non mi sembrava di esser pronto ad addormentarmi. Penso davvero sia stata la familiarità acquisita col libro (l’oggetto e le storie racchiuse al suo interno) a far nascere il desiderio in me di poterlo esplorare per conto mio, anche se all’inizio ero sempre “accompagnato” da qualcun altro. Il periodo della lettura fatta insieme, “a quattro occhi”, è un ricordo molto bello che ho, perché era forte l’intensità dell’unione che si creava tra me, che incespicavo ad ogni frase, e chi manteneva saldo l’equilibrio della narrazione.

Il passaggio dal racconto alla lettura comune e poi alla lettura autonoma davvero mi ha aperto un altro mondo, perché quando le parole sono passate da un’altra voce alla mia è stato come reinventare da capo una stessa storia. Credo sia a questo punto, quando cioè mi sono appropriato delle storie già note, che mi è venuta voglia di scoprirne altre.

Maria: Questa voglia di leggere è uno di quegli apprendimenti che si attuano per “riverbero”, non ci deve essere costrizione, l’imperativo “Leggi!” non dovrebbe esistere.

Posso proporre la lettura solo facendomi lettore, posso essere credibile solo se a mia volta sono innamorata dei libri che leggo e che leggo loro. Se non si legge molto ai bambini come possiamo convincerli che leggere è bello, che apre nuovi orizzonti, che è divertente?

Ciò che si trasmette è la passione. Non solo il fatto che in famiglia si legga anche se non si va più a scuola, ma anche il fatto che si parli di ciò che viene letto, che si commenti e si colleghino i contenuti dei libri con l’esperienza quotidiana.

Molte volte quando leggo un libro mi “costruisco” una sequenza di immagini sulla vicenda o meglio, mi capita di “riscrivere” mentalmente  parti di quel testo attraverso le idee, gli spunti e le connessioni suscitate.  E’ questa la parte che mi piace confrontare con altri e discutere.

Cosa uccide un potenziale lettore, rispetto alle letture scolastiche? Chiedere ai ragazzi di fare il riassunto dei libri o le schede libro, piuttosto che aprire un forum sui testi letti oppure utilizzare la forma della recensione come possibilità di rendere attraente il libro per altri.

Ma c’è un altro intoppo per la lettura ed è quello di non leggere con facilità e fluidità. Se una persona fa fatica a leggere come atto in sé sarà molto difficile che diventi un divoratore di libri. Per leggere intensamente bisogna aver imparato a leggere bene, per procedere speditamente e non stufarsi o scoraggiarsi. Se un ragazzo non ama leggere la prima cosa da fare è assicurarsi qual sia la sua capacità di leggere bene e velocemente.

Poi, come suggerisce Daniel Pennac, occorre riprendersi il diritto di non finire un libro se non è gradito o di interromperlo per riprenderlo in altro periodo.

Paolo: Purtroppo anch’io, come credo quasi tutti, ho dovuto fare molte schede libro e raramente mi sono state utili per comprendere o amare di più un testo. Non credo che questo esercizio risulti sgradevole solo perché è un’imposizione, un compito, ma anche perché le schede presentate dagli insegnanti sono qualcosa di automatico, freddo, faticoso, noioso, e fine a se stesso. La prova è che libri una volta odiati possano essere poi rivalutati se riletti più in là nel tempo (molti, me compreso, lo hanno sperimentato coi “Promessi Sposi”). Non è detto poi che quello che siamo obbligati a leggere sia ciò che ci interessa o di cui abbiamo bisogno in quel momento. Invece è stato bello, e vorrei fosse accaduto più spesso, che un insegnante mi consigliasse o anche mi prestasse un libro che pensava fosse adatto a me, che mi sarebbe piaciuto o servito. Se durante la lettura scocca una scintilla, può essere che si sia spontaneamente disposti a fare la fatica di andare più a fondo. A lungo andare, per me è stato così.

Fin da piccolo, non può essere altrimenti, i libri che frequentavo mi erano suggeriti dai miei e poi mi hanno permesso di esplorare delle alternative o di seguire determinati percorsi su un argomento o un autore. Ero, e sono ancora, abbastanza settoriale, nel senso che se uno scrittore mi piace tendo a leggere il più possibile di quello che ha scritto.

E’ stato importante anche trovare persone che mi indicassero delle letture, questa volta
non perché pensavano mi fossero congeniali, ma perché loro le avevano amate, a loro avevano detto molto. Mi sembra sia questo che mi spinge a leggere ancora e di più, cioè la curiosità e l’interesse per quello che altri, a me affini o da me completamente diversi, hanno detto in passato e continuano a dire. E’ una ricerca sulla propria identità e su quella degli altri, e sinceramente credo che attraverso la passione questa ricerca possa essere insegnata.

3° Favorire la scrittura:

Maria: Si continua a leggere anche se si scoprono i meccanismi della scrittura, se ci si avvicina agli autori, se diventano dei personaggi degni di ammirazione al pari dei cantanti o dei calciatori. Quando si legge molto capita di aver voglia anche di dire, non solo perché la lettura favorisce la fluidità del linguaggio, ma anche perché si trovano nei libri spunti che vibrano e risuonano in noi.

Inventare è liberare la mente, il testo prodotto dice qualcosa di noi, dei nostri desideri, di ciò che crediamo e  viviamo.

Occorre trovare, come adulti, il coraggio di lasciare esprimere i ragazzi, senza ostacolarli, senza correggere subito la grammatica  o l’ortografia, senza scandalizzarsi o porre limiti.

Paolo: A questo proposito mia mamma e mia nonna, entrambe ex maestre alle elementari, mi raccontavano che tutte le mattine davano ai bambini dieci o quindici minuti in cui potevano scrivere tutto quello che volevano, senza un tema imposto. Questo serviva a far prendere dimestichezza con la lingua, a imparare a usarla, a esplorala, in modo che quando cominciavano (solo l’ultimo anno) con la grammatica e l’analisi logica, essi padroneggiassero già abbastanza dal lato pratico le strutture linguistiche.

Questo spazio di libera scrittura mi sembra un buon esercizio, perché permette di dare sfogo alla creatività, ma anche di tenerla allenata, perché non è così facile trovare ogni giorno qualcosa di nuovo da dire. Il fatto poi di usare la lingua spesso e con regolarità può servire, oltre che a rafforzarla, a far diventare più familiare la parola scritta, quindi anche a rendere meno ostica la lettura.

Credo che ci sia quasi una corrispondenza biunivoca tra leggere e scrivere, nel senso che l’uno aiuta e favorisce l’altro.

Allo stesso modo mi parrebbe importante che la confidenza con il linguaggio verbale fosse estesa anche ad altre forme d’espressione, come quella figurativa o musicale. In particolare per me è stato determinante l’incontro col cinema, che è una sintesi di tutti gli altri linguaggi. Scoprire che si può leggere un film così come si legge un libro, perché anche le immagini hanno una loro grammatica e una loro sintassi, mi è servito e serve a costruirmi un metro di giudizio da applicare sulle diverse opere, così da avere una “base” critica per supportare i miei “mi piace” o “non mi piace”.

Maria: Può essere interessante andare dai libri ai film, dai quadri ai libri e poi anche alla musica. Ci possono essere intrecci che spaziano sui modi più vari di raccontare ciò che percepiamo e ciò che preferiamo.

A volte poi le storie stesse sono concatenate e non mi riferisco a trilogie o a episodi a puntate, ma a storie come scatole cinesi: si va sempre più nel dettaglio o nello specifico.

Trovare o proporre un filo conduttore che si dipani da un libro ad un altro, con rimandi continui ad autori, a generi e a epoche diverse. Una bella sfida tra creatività e curiosità, sia da costruirsi personalmente che da consigliare.

Paolo: “Leggere è come sentirsi a casa”: ho dimenticato di chi sia questa frase, ricordo che era una traccia di un tema fatto al liceo. Non so più cosa scrissi allora, ma adesso mi sembra di poter intuire meglio cosa significhi, perché la lettura è davvero diventata per me qualcosa di familiare e di quotidiano; i libri, con i mondi in essi racchiusi, mi sono “domestici”. Alcuni personaggi, luoghi e autori a volte diventano così vividi nella mia mente che quasi li considero parte della realtà, o almeno della “mia” realtà, del mio modo di vedere e pensare il mondo.

Se “leggere è come sentirsi a casa”, allora diviene una necessità, perché penso che ognuno vorrebbe stare il più a lungo possibile dove si trova bene. Così gli “ospiti” che facciamo entrare in noi quando apriamo un libro, capita che a volte portino con sé dei loro amici, o conoscenti, o lontani parenti, quindi la cerchia si allarga e nuovi incontri si fanno potenzialmente infiniti.

Poi però, come quando finisce una festa, sono gli amici più cari quelli che restano.

Mi ricordo che una sera, presentando un film di Kubrick, un critico disse che questo grande del cinema il giorno in cui è morto teneva sul comodino un’edizione delle fiabe dei Grimm; era il libro che il regista aveva fatto proprio, che più lo rappresentava, era diventato il “suo” libro, che così diventava un simbolo, una chiave di lettura segreta dell’intera sua opera cinematografica. Il critico esortò poi i presenti a pensare a quale poteva essere il loro libro, quello da tenere sul comò.

Anch’io ci ho provato, scoprendo che è molto più difficile e più importante di quanto possa sembrare. Cercare tra tutti un solo libro e dirlo “mio” è un arduo sforzo di autoconoscenza, perché significa chiarirmi chi sono, cosa penso di me stesso, come mi pongo verso il mondo, come vorrei che il mondo mi vedesse.

Il tuo?

Maria: Penso potrebbe essere “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Batenson, mi ha aperto orizzonti nuovi, non è un saggio e neppure un romanzo, è un libro anche autobiografico. Ho anche un libro da bambini che mi è caro, anche se lo ho letto da grande. E’ “Lo Stralisco” di Roberto Piumini, molto bello anche se piuttosto triste. Tu hai un libro che ti è piaciuto da piccolo?

Paolo: Ah, senza dubbio il Libro della mia infanzia è “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl, per un motivo diciamo creativo-mitologico-gastronomico…

Adesso, ma vista la quantità di libri che devo ancora leggere non è detto che non ne trovi un altro, il libro che farei trovare sul comodino è il “Don Chisciotte”.

Ci tengo a citare questo libro in un discorso sulla lettura perché racconta la storia di un uomo che ha letto troppo, cioè che si è talmente immedesimato con dei personaggi immaginari da frantumare i confini tra realtà e finzione. Forse a noi conviene fermarci un po’ prima, ma la preziosa eredità di Don Chisciotte è per me l’idea che in quei mondi possibili dei libri possiamo ritrovare e imparare una sapienza e una bellezza autentiche, che forse nel mondo di tutti i giorni stentiamo a vedere.

spegnere la TV

libro preferito

“Leggere è come sentirsi a casa” necessità

*Psicologa, psicoterapeuta, scrittrice

**Studente universitario

in Lettere Comparate 

Author