L’essere violent(o)

L’approccio. Il metodo. Lo sguardo. Il taglio.

Fare la differenza

è un atto simbolico

di primaria importanza,

senza il quale non c’è parola

                                                                                                                                                                                                 Luisa Muraro

Motivazione libera & aperta

Nel titolo, il primo rimando e non solo allo scritto di Luisa Muraro[1], che continuo a centellinare e a discutere, ma soprattutto nel voler sottolineare, con la messa tra parentesi, quella desinenza di genere, imprecisa e insufficiente a dire, a nominare i soggetti in carne e ossa. L’intento non è, infatti, dichiarativo o assiomatico né tanto meno dimostrativo rispetto alla questione della violenza, anzi volge lo sguardo analitico, quasi in senso arendtiano, al fatto culturale e alle ragioni strutturali (anche semantiche) a cui perviene, su questo fronte, purtroppo e ancora, l’attuale contemporaneità.  Paradossalmente non sarà la violenza al centro di questa (mia) analisi, ma indirettamente sì (e starà a noi stesse/i). E, in modo particolare, tale motivazione libera&aperta diventa imperativa, quando l’incontro si fa pubblico, perché allora lo stile della parola assume una propria possibilità, volta, comunque sempre, a seminare[2], nella messa in circolo del pensiero e nella speranza della sua lievitazione collettiva o per uno scambio produttivo. “Il soggetto non è mai dato, definito una volta per tutte, ma diviene continuamente (…) in uno stato di perenne apertura”[3] per cui, indagate le ragioni del sapere, anzi dei saperi, spesso così violenti e precettivi, queste si fanno sempre più impellenti e anche circoscritte al soggetto stesso, ormai smascherato nella sua presunta neutralità e anche presunzione oggettiva, universale. Qui si entra nel merito del non più anonimo linguaggio, per segnalarne il contesto e la prospettiva in cui (si) è inseriti, gli strumenti cognitivi utilizzabili e il senso vitale della partecipazione alla polis. Per cui ogni volta è necessario rivisitare e quasi ridisegnare la mappa concettuale, veicolando così fattivamente la propria coscienza-di-sé per una (nuova) chiave interpretativa, attraverso quello che mi piace indicare come l’approccio delle “tre e”, epistemologico, ermeneutico ed etico[4], in quanto habitus assunto nel posizionamento e nello sguardo di genere.

Metodologia  e orientamento

Se l’invito arendtiano del pensare senza ringhiera[5] permette la sfida e la denuncia della crisi, della inadeguatezza cognitiva attuale, lancia contemporaneamente l’invito, chiamandoci per nome, a non  rimanere anonime né a smettere la riflessione sul proprio contesto personale e sociale per continuare a cogliere risorse e prospettive in quel partire-da-sé che va alimentato e non assolutizzato come una sorta di mistica femminese e come un pretestuoso e privilegiato osservatorio, spesso valutativo e (di)staccato (abstractus), con la pretesa del secondo-me, non (più) coinvolto per stagioni sedimentate e posizionate solo a un ipotetico balcone della storia, indotte/i pure dall’attuale fatiscente organizzazione del lavoro[6] e anche dalla frequentazione assidua di luoghi on line[7]. La dinamica della continua messa in discussione evita, invece, la cristallizzazione-di-sé e affronta quotidianamente l’intrapresa personale nell’ascolto e anche nella praticabile cooperazione attraverso la ricerca di quel metodo che diventa la nostra misura. Ciò orienta nella sfida contemporanea che sembra indurre invece a dimenticare, tralasciare e ad appiattire le coscienze. D’altronde, darsi un metodo significa proprio costruirsi la strada[8] e assumere un metro che sappia posizionarci come attori/rici e non spettatori/rici del proprio Sé in gioco nella storia (umana). Non basta aver vissuto in un’epoca per essere (stati/e) in quell’epoca e una certa generazione di donne, che si è nutrita negli anni del femminismo, può rischiare la violenza di questa (im)posizione, mentre è sempre il posizionamento presente che contraddistingue e che poi permette la visibilità nutrita dell’esperienza compiuta. Niente accade a caso[9] e qui il Movimento delle Donne docet veramente e la lezione va (ac)colta. D’altronde che cos’è la contemporaneità? Quando qualcosa si gretola e le contraddizioni[10] storiche di ogni tempo riemergono attuali perché travolgono, proprio come avviene, e sta avvenendo (ancora), per la differenza sessuale[11].

Venir al mondo nella nudità

La semplice verità umana, spalancata sul mondo, è quella del corpo, a cui si appartiene naturalmente e non va obliata, tanto meno soffocata, se non plastificata, da una modernità avvolgente ed estraniante. E, allora, magari va annunciata ogni volta quando dimentica di sé. Necessita nominarla in prima persona perché è, in quel momento, che si viene a contatto con l’essenzialità del Sé, a cui mai rinunciare o ridurre a un rumore di fondo o addirittura rimuovere. Anzi. “E’ nel 900 che il corpo sessuato (…) irrompe col principio di nascita sessuata e, allora, le ragioni [delle donne] iniziano ad affermare e a praticare il senso della libertà femminile”[12]. Il corpo, nella sua nudità, è segnato dalla primaria differenza sessuale, che, pur nella sola conformazione biologica, indipendentemente dallo stesso orientamento sessuale, si pone ineludibile. Questa differenza, che non è una diversità[13], qualifica il corpo e la materia e, quando quello femminile entra nella storia, modifica riti, usanze e circostanze e non c’è dubbio che le donne, come afferma Alessandra Bocchetti “sono le abitatrici del 900 da sempre”[14], perché, nella presa di coscienza, si è affermata l’indipendenza della libertà, qualificandosi come (anche) femminile: “Cosa vuol dire per le donne un «pensiero indipendente»? Significa pensare se stesse attraverso la propria esperienza, la propria storia, non misurarsi con l’uomo e la sua ragione e la sua storia per trovare misura di sé. Se ciò che chiamiamo «libertà femminile» è questo, riguarda il piano radicale della rappresentazione simbolica. La libertà in questo senso è necessaria come il cibo, è un bisogno essenziale. È a questo punto che salta agli occhi qualcosa che ci fa fare un passo avanti: tutto quello che, nella nostra vita, abbiamo fatto nel bene e nel male, nelle cose riuscite come nei fallimenti più disastrosi, tutto parlava del bisogno di questa libertà. Dunque, è sul piano della ricerca di libertà che dobbiamo rileggere la nostra personale storia e impostare il lavoro futuro”[15].

L’esperienza di scrivere sulla sabbia

Qui si pone la questione dalla tradizione che ogni volta si (ri)propone per l’attenzione e la cura del fare tradizione femminile[16] per marcare il presente perché ciò, da cui si proviene, determina ciò che si è. L’accumulo d’esperienza permette di maturare competenza: tocca al presente generare generazioni, aperte e possibili ad accogliere il testimone, appunto nel tentativo continuo di fare tradizione come lezione viva della soggettività di genere, che si è nutrita e continua a nutrirsi del valore della relazione interpersonale, consapevole del passaggio. Perché se nel trasmettere è possibile il tradimento anche inconsapevole, la cura e l’attenzione della consegna non possono non avvalersi della condivisione intergenerazionale, mai ex cattedra ma diretta e coinvolgente e, soprattutto, nutrita e vivificata dall’esperienza riflessa, così vissuta e agita. Il pensiero dell’esperienza nasce dalla materialità della vita di cui le donne sanno esprimere sapienza nella capacità di mettere al mondo il mondo[17], che mai è dimentica di sé e da cui parte la specie umana. Efficace, nell’accentuare il valore della concretezza femminile, da parte del filosofo Karl R. Popper, l’immaginaria figura della sorella cieca[18] di Parmenide che permette simbolicamente alla grande metafisica occidentale di nascere. Diventa fondamentale né diventa  affatto aleatorio custodire il fuoco della memoria storica, che va sedimentata e, in primis, scovata e mantenuta, come la ricerca storiografica dell’attuale Società delle Storiche Italiane[19] comprova. D’altronde, cosa significa esperire, fare esperienza? Non certo scrivere sulla sabbia, ma far lievitare, come il pane, ciò che può fecondare. Si diventa periti nel lavorìo maturato, perché capaci di procedere superando continuamente ogni momento senza disperderlo: c’è l’idea di qualcosa che si compie e che annuncia novità[20]. Questo impegno allarga la conoscenza, scalzando quella tradizione in cui le donne erano un’icona vacua, senza traccia propria e idealizzata. Provocazione o restituzione della verità?

Il violare e la virtù

“L’uomo ha cercato un senso della vita aldilà e contro la vita stessa; per la donna vita e senso della vita si sovrappongono continuamente. Abbiamo dovuto attendere millenni perché l’angoscia dell’uomo verso il nostro atteggiamento finisse di esserci addebitata come un marchio d’inferiorità. La donna è immanenza, l’uomo trascendenza: in questa contrapposizione la filosofia ha spiritualizzato la gerarchia dei destini […]. E se la femminilità è immanenza, l’uomo ha dovuto negarla per dare inizio al corso della storia”[21]. Su questi assi culturali si inalbera la radice etimologica proprio del termine violenza che è la stessa di virtù, là dove l’aretè greca annuncia e proclama la vittoria fisica sulla natura violata, forzata e dominata al punto di concepirla proprio come nell’atto sessuale, che solo il vir può, perché strumentato e capace di possedere. Un posse che viene traslato in un velle morale, civico e anche spirituale nel segnare il dominio sull’istinto (animalesco) sconfitto e piegato da virtù cardinali, di cui la secolarizzazione cristiana poi imprime in Occidente il marchio morale definitivo. E il corpo femminile diventa per secoli l’emblema del vizio per natura, la phisis che nel sangue malefico e mestruale esprime l’impurità[22] e solo nel posizionamento dell’homo herectus si annuncia il potere fattosi storia umana sul mondo (da conquistare come terra vergine). Non si nasce violenti, lo si diventa[23] (come si nasce ineluttabilmente da corpo femminile[24]) per affermarsi tramite il possesso e da qui tutto l’inventario delle cose certe, puntualizzerebbe Joyce Lussu[25], sul corpo femminile: l’imene, la dote, l’isteria che costituiscono l’insieme della verginità come garanzia. Ma come donne abbiamo questo statuto da assolvere? Perché ogni gesto femminile, dal misticismo alla veggenza alla cura di sé e del mondo[26], viene (s)travolto nello scarto maschile che mantiene per sé pornografia e prostituzione[27] come due estremi emblematici di una sessualità (quella maschile) ancora tutta irrisolta tra bisogno e desiderio[28]? Da qui, è possibile per ognuna/o di noi trovare una chiave per l’attuale femminicidio[29], ma l’autorità[30] e la libertà possono convivere o è una forzatura tra (un) uomo e (una) donna?

[1] Luisa Muraro, Dio è violent, Nottetempo, Roma 2012.

[2]
Il riferimento è relativo alla pratica politica assunta e fatta propria dall’Associazione Seminari Magistrali di Genere Joyce Lussu di Ancona (nata nel 1995).

[3] Cfr. Sigmund Freud, Psicologia delle masse e annalisi dell’Io, 1921.

[4] Cfr. il mio, Il corpo di Diotima. La passione filosofica e la libertà femminile, Quodlibet, Macerata-Roma, 2008, 2011, p. 8 (nota 9) ed Essere Creare Sapere, in “MetodoEffe”, Ancona, 2008.

[5] “Ho una metafora che non ho mai pubblicato, ma conservato per me stessa, la chiamo pensare senza ringhiera. In tedesco Denken ohne Gelaender. (…)” in Paola Ricci Sindoni, Hannah Arendt. Come raccontare il mondo, Studium, Roma 1995, p. 13.

[6] Cfr., Paola Piva,  Confronto tra organizzazione burocratica e professionale, in “DWF”, Riconoscersi nei progetti, ed. Utopia, n. 4, 1993, p. 24.

[7] “Se in passato eravamo quello che possedevamo, ora siamo quello che condividiamo collegati e inseriti on line dove l’amicizia e il piacere sono strumentali e confusi nelle loro qualità umane” in “The Hub”, Roma 2012, così le tipologie si cristallizzano e si appiattiscono in funzione del mezzo: “il passivo facebook, l’epilettico twitter e il dispersivo linkedin” (id), anche per l’uso compulsivo e per l’abuso consumistico quotidiano che illude su se stessi, sul prossimo, ma soprattutto sul futuro che sembra in fieri ma, in realtà bruciato attimo dopo attimo, non prevede più l’essere umano nella sua interezza, tanto che ne siamo tutti orfani (di futuro), come affermava e, forse, quasi profeticamente sentenziava, già nel 1963, Alberto Moravia (cfr, “Nuovi Argomenti”, set-dic, 1963). E il tempo e lo spazio (ci) risultano sempre più appiattiti nell’immediata simultaneità e nell’illusoria vicinanza, dove tutti/e sono ma nessuno/a è.

[8] Cfr, Edgar Morin, Il metodo, Feltrinelli, Milano 1983.

[9] Cfr. E’ accaduto non per caso, in “Sottosopra”, Milano, gen 1996.

[10] “La realtà, la contemporaneità del pensiero femminile, si è affacciata così, quasi con una certa prepotenza, nel dibattito sulla visione della soggettività umana, posta criticamente a revisione dalla modernità filosofica” in Il corpo di Diotima, op. cit., p. 113

[11] La differenza femminile è una «contraddizione non contemporanea» in Laura Boella, La non-contemporaneità, «aut aut», n. 271-272, 1996, p. 12. D’altronde, sicuramente, «la differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare. Ogni epoca, secondo Heidegger, ha una cosa da pensare. Una soltanto. La differenza sessuale, probabilmente, è quella del nostro tempo» (Luce Irigaray, Ethique de la différence sexuelle, Minuit, Paris 1985, tr. it. di Luisa Muraro e di Antonella Leoni, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985, p. 11

[12] Laura Boella, Fare la differenza, in Il corpo di Diotima, cit., p. 7.

[13] “Interessante qui aver presente o fare (e, magari, rifare ogni volta), una sorta di ri-configurazione semantica, partendo dalla chiave/radice etimologica dei due termini, differenza e diversità, spesso usati a sinonimo, portatori, invece, di ambiti/campi di significato ben distinti e molto rivelatori (…), perché sono possibili nuovi ascolti e nuove prospettive, funzionali e capaci di mostrarne la portata ermeneutica, epistemologica ed etica sul piano categoriale e concettuale: differenza, dal gr. dia-phora (portare attraverso sé, in sé, quel qualcosa che qualifica, specifica e distingue rendendo evidente la peculiarità e la ricchezza dell’essere, dalla primaria differenza, quella sessuale, che esplicita il genere/gender alla specie biologica/psicologica, naturale/culturale di appartenenza); diversità, dal lat. divertere, de-viare, cambiare strada, di-vergere, dividere (implica un giudizio di valore storicamente determinato, gerarchizzato ideologicamente che nel sistemare valuta, coprendo e chiudendo l’essere, rispetto a un unico criterio possibile, indiscusso e presunto oggettivo/neutro)”, in Il corpo di Diotima, op. cit., pp. 14-15 (nota 5).

[14] Alessandra Bocchetti, L’indecente differenza (1982), Centro Culturale Virginia Woolf, Roma (ora in Cosa vuole una donna. Storia, politica, teoria. Scritti1981/1995, La Tartaruga, Milano 1995, p. 38).

[15] Alessandra Bocchetti, Pensarsi, in Cosa vuole una donna, cit., p. 189

[16] Cfr. Fare tradizione femminile, in Il corpo di Diotima, cit, p. 171.

[17] Cfr. Diotima, Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990.

[18] “(…) Grazie a lei egli imparò a parlare. Lei gli insegnò la poesia e successivamente egli le recitò Omero ed Esiodo. Lei fu la sua guida etica ed egli dovette molto alla sua giustizia e disciplina. Lei fu per lui una dèa e fonte di saggezza. Lei gli insegnò del tutto inconsapevolmente che la luce non è pienamente reale (…). Ciò che lui e la sua sorella avevano in comune era il mondo materiale del tatto e il mondo illusorio della poesia. Da lei imparò che esiste il tangibile (materialismo). (…). Più grande di lui di almeno sei o sette anni, (…) cieca (…) amava il proprio fratello il quale la teneva in grande considerazione: ella fu la sua guida e punto di riferimento dopo la morte della loro madre”, La sorella cieca di Parmenide: un racconto fantastico, in Karl  R. Popper, The World of Parmenides, Rutledge, Londra 1998, tr. it. di Fabio Minazzi, Il mondo di Parmenide, Frammento 3, PIEMME, Casale Monferrato 1998, p. 373-374.

[19] “La Società Italiana delle Storiche (SIS) è nata nel 1989 con l’obiettivo di promuovere la ricerca storica, didattica e documentaria nell’ambito della storia delle donne e di genere. La SIS si è mossa in continuità con le numerose e rilevanti esperienze di ricerca e di incontro precedentemente promosse dal movimento delle donne in Italia. Particolarmente significative sono state, al riguardo, la rivista di politica e cultura delle donne DWF e Memoria, che è stata la prima pubblicazione periodica di storia delle donne in Italia (1981-1991)” in www.societadellestoriche.it. Mi fa piacere ricordare la storica Annarita Buttafuoco con la quale ho condiviso alcuni momenti fondativi, come la Scuola Estiva a Pontignano di Siena.

[20] Cfr. Il corpo di Diotima, cit, p. 187.

[21] Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Libretti verdi, scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 59

[22] Cfr. Donna, cultura e tradizione, a cura di Pia Bruzzichelli e Maria Luisa Algini, Mazzotta, Milano 1976 e Ida Magli, La donna, un problema aperto, Vallecchi, Firenze 1974.

[23] “Al mondo siamo venuti che eravamo attesi, ci aspettavano persone che ci hanno offerto un po’ d’amore, che ci hanno sorriso e insegnato a parlare: è così che siamo diventati umani, grazie a un ordine simbolico materno di cui la filosofia politica sa ben poco o niente”, in  Luisa Muraro, Dio è violent, cit., p. 19. L’embrione nasce femmina e poi si differenzia tanto che i capezzoli da una parte e la clitoride dall’altra testimoniano il residuale della naturale appartenenza o compresenza sessuata..

[24] Cfr. Adrienne Rich, Born of Woman, 1976, tr. it. di Maria Teresa Marenco, Nato di donna, Garzanti, Milano 1977, 1996 e anche Page DuBois, Sowing the body, University of Chicago Press, 1988, tr. it., Il corpo come metafora, Laterza, Bari-Roma 1990.

[25] Joyce Lussu, Inventario delle cose certe, (raccolta di poesie), AndreaLivi, Fermo 1998.

[26] Da cui gli uomini maschi nella divisione (solo sociale) dei ruoli, dal Neolitico in avanti, si sono esonerati dal lavoro di cura di sé, della prole e, quindi, della specie (seminata), in un gymnasium separatista di cui il patri-monio e il matri-monio sono dichiarazioni di spazi, di luoghi e di tempi, propri e impropri (cfr. Il corpo di Diotima, cit. , p. 157).

[27] Cfr. Roberta Tatafiore , Sesso al lavoro, (a cura di Bia Sarasini), Il Saggiatore, Milano 2012.

[28]Cfr.
Il corpo di Diotima, cit, p. 187 e p. 208.

[29]Cfr. Michela Marzano, Perché gli uomini uccidono le donne, in “Repubblica”, 14 luglio 2010 e Lidia Menapace, Uxoricidio, in “Italialaica”, sito dei laici italiani, 20 dic 2012.

[30] Tra i tanti testi prodotti sull’autorità e sull’autorevolezza (femminile), segnalo il seguente volume, L’autorità delle donne, a cura di Maria Caterina Cifatte, Il segno dei Gabrielli, Negarine di S. Pietro in Cariano (VR) 2003.

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