L’immaginazione creatrice e la politica della bellezza impura

L’immaginazione creatrice e la politica della bellezza impura

Le sorti della bellezza del mondo e di un’immaginazione capace anzitutto di rilevarla, di avvertirne la progressiva compromissione o, se si preferisce, radicale metamorfosi, e poi di ripensarla, di riformularla, appaiono, ad una diagnosi non eufemizzante, assai in crisi, in condizioni di salute estreme. E dunque, ad uno sguardo non definitivamente sconfitto come può esserlo quello di chi prova a rieducare il mondo, quali le vie di elaborazione di questa condizione?

di Paolo Mottana*

di Paolo Mottana*

La bellezza è caduta in disgrazia da molto tempo. E l’immaginazione non è mai stata troppo bene, almeno da quando la ragione calcolante è andata al potere, e ormai è da parecchio. Questo forse spiega anche perché il nostro mondo sia diventato così brutto e così “letterale”.

Si sa, la bellezza, come incarnazione di un canone, come epifania di una misura, sia essa calcolata sulle simmetrie di un volto o sulle corrispondenze e armoniche di un paesaggio, è cosa ormai tramontata. Non solo da quando Breton ci ha avvisato che essa “o sarà convulsiva o non sarà”, ma già da prima. Il romanticismo aveva già dato delle belle scosse a un’idea di bellezza come pacificazione, come armonia, come aureo e ben calibrato rapporto di masse e di profili. L’ultima apparizione di una bellezza di quel genere datava già al ‘700 con le dame marmoree del Canova o i palazzi memori della abbacinante simmetria del Palladio.

Poi certo il ‘900 si è scatenato a fare a pezzi quel tipo di bellezza, che ormai vale solo per giustificare il culto di qualche stellina del cinema. Ma la preoccupazione per la bellezza è del tutto fuori moda e l’idea stessa appare esteticamente fuori gioco. Parlare di bellezza significa attardarsi in qualche nostalgia idealistica, far figura di reazionari, non intendere il moto in divenire delle forme, che non aspirano più a sussumere un bel nulla sotto una sintesi compiuta. Ed effettivamente ciò appare incontestabile. A poco vale richiamare l’idea, da parte di qualche tardivo, come Jean Clair, che l’arte dovrebbe ancora compiere il miracolo di eternizzare il transeunte e che dunque in quella effimera concrezione si dia un’idea della bellezza[1].

Quella bellezza, è giusto ricordarlo, è figlia di una civiltà classista, bianca, incorporea. I diritti del corpo, di altri colori di pelle, della diversità a ottenere l’accesso ad un valore, valore estetico, è una necessità culturale e politica del tutto condivisibile. Viviamo finalmente nell’assunzione di una pluralità di forme di bellezza e dunque al dissolvimento di ogni canone, di ogni ipostasi. La bellezza è stata ricondotta al suo radicamento ideologico, al suo ruolo gerarchizzante, al suo uso manipolatorio e di potere. Come è giusto.

Forse si potrebbe parlare di bellezze, al plurale. Di bellezza altra. O forse, come già da molto tempo la critica più radicale ha fatto, meglio congedarsi da questa parola ingombrante e guardare al mondo delle forme, o dell’informe[2], con l’attenzione non pregiudiziale capace di scorgervi soprattutto un mondo di significati, una tensione critica, una torsione espressiva e provocatoria, un appello a pensare, una denuncia, una sperimentazione continua di possibilità. L’arte del ‘900 ha certamente avuto il merito di abbandonare definitivamente ogni aspirazione alla bellezza per sostituirvi un universo di ricerca e di espressione infinitamente più ricco, multiforme, capace di riscattare ogni aspetto del reale, o dell’oltrereale, alla dignità del valore estetico. Non soltanto il brutto, ma anche l’orrido, il surreale, l’abissale, il perturbante, il “reale”[3].

Oggi dunque parlare di bellezza può apparire davvero un po’ comico, anacronistico, insensato.

Un autore che tuttavia, sfidando un tale anatema, ha continuato a pronunciare questa ormai blasfema parola, è stato James Hillman. Uno psicoanalista dalla ricerca vagabonda, anomalo, amante della classicità e dei suoi miti, confidente in certe fessure del simbolismo esoterico e alchemico, appassionato al fulgore della filosofia rinascimentale, che ha insistito ad appellarsi al grande potere delle forme visibili e all’immaginazione, richiamando con forza al compito di risvegliare un’attenzione acuta per la superficie del mondo, per il suo aspetto giudicato ormai privo di qualsiasi misura estetica.

In alcuni suoi saggi, raccolti in un volume dal titolo provocatorio di Politica della bellezza[4], ad esempio, denuncia con forza non solo il desolante aspetto del mondo, sempre più incline al grigiore, al gigantesco, al funzionale ma anche la progressiva anestesia cui gli umani appaiono condannati alla incapacità di accorgersi del grido silenzioso che proviene da una natura irriconoscibile ma anche da un mondo umano, artificiale, sempre più degradato, corrotto, mortifero.

Qualcosa che ha a che fare appunto più con una insensibilità diffusa che con una debolezza estetica. Mentre gli umani appaiono sempre più affaccendati ad osservare sé stessi, con strumenti sempre più raffinati e una retorica scientifica sempre più aggiornata, la capacità di cogliere il disastro, anche in senso etimologico, del mondo intorno a loro (che tuttavia rapidamente si rovescia implacabilmente anche su di loro), appare sempre più debole, ottusa, impedita.

James Hillman naturalmente non è così ingenuo da riproporre un’idea di bellezza di genere classico. La sua idea di bellezza è di ordine quasi preformale: la bellezza ha a che fare con la specifica apparizione di qualcosa in quanto tale nella sua specifica e inesauribile manifestazione. La bellezza riposa nel mostrarsi e manifestarsi pieno della cosa: bellezza come aisthesis, come pelle del sensibile. E poiché nulla è puramente oggettivo, ogni cosa richiede uno sguardo amante, sapiente, che sappia ricondurre ciò che vede al reticolo sottile di cui è tramato nell’ordine delle affinità e delle lacerazioni, nell’ordine delle corrispondenze e delle disarmonie, accogliendo la sua domanda silenziosa di riconoscimento, di presa in carico in quanto sporgenza dell’essere.

Una visibilità, si badi bene, che in larga parte sfugge proprio perché nessuno sguardo davvero curioso, davvero attento, perlustra quella superficie di cui già in molti avevano colto la profondità (da Nietzsche a Valery ecc.). Il volto del mondo ci sfugge, il volto del mondo prossimo, quello delle nostre città, delle nostre case, dei nostri arredamenti, dei muri, delle camere, degli studi, dei tavoli, delle sedie su cui restiamo lunghissime ore seduti. Non solo ce ne sfugge l’aspetto, che giace appunto sempre di più nell’incuranza, ma ce ne sfugge anche la capacità di accoglierci in maniera appropriata, albergando in esso l’annuncio di un mondo ricettivo, vitale, percorso dal desiderio.

Il mondo ha sempre più il volto di un utensile rapidamente fungibile, scheletrico, puramente funzionale, o peggio, assume le fattezze di un contenitore valido per ogni sfruttamento. La sua forma tipica è quella del capannone industriale. Il paesaggio all’interno del quale sempre più ci muoviamo, è disseminato da questo totem della nostra civiltà, buono per tutte le stagioni, plumbeo, massicciamente ottuso, vera monumentalizzazione di un’epoca che declina in esso la propria anima profonda, squadrato e grigio, di cemento faccia a vista. Un mostro che divora la terra giorno dopo giorno e che funge da contenitore di ogni tipo di affaccendamento umano, di un’umanità che evidentemente è ormai solo più preoccupata di fare, immagazzinare, movimentare, produrre, l’unica cosa che esiste, e che essa stessa è diventata: merce.

In questa nuova estetica non può essere omesso il complemento indispensabile di una tale architettura, la sua protesi mobile, anch’essa però protagonista sempre più fittamente presente del nostro paesaggio: il camion. Anch’esso mostruoso volto di un mondo che non ha null’altro in mente che la merce in tutte le sue molteplici prestazioni. Il paesaggio non è solo più il ricamo di strade, case, campi e officine. Il paesaggio è sempre più spesso un’unica piattaforma di cemento, percorso da colonne interminabili di ingombranti autoveicoli, che secernono gas sgradevoli e velenosi. Le città appaiono sempre più territori la cui principale funzione è quella di favorire lo scorrimento di giganteschi flussi di traffico, di flussi di persone, dove gli edifici assumono le fattezze di alveari e le strade, svuotate di ogni forma di attività minuta, pure rampe di spostamento veloce.

La natura è sempre più erosa e circoscritta e tutto ciò, il volto del mondo, si imprime sul volto degli uomini, degli animali e delle piante, tracciandovi la mappa dell’inebetimento, dell’ottusità, della disperazione, o della convulsa febbre dell’accelerazione cui tutti sono progressivamente sospinti. Una traccia che si legge nell’assorbimento progressivo di tutti in qualche affaccendamento anche mentre si è in fase di spostamento, in un’idiotizzazione integrale, in una forma di autismo che dell’idea di una comunicazione diffusa e partecipata non ha più neanche una vaga sembianza.

L’estetica dominante, che ha fatto della forma-metropolitana il suo indefettibile modello, è quella più spaventosamente aderente alle peggiori previsioni della fantascienza apocalittica, dove non tanto l’umano, che l’umano troppo umano è evidentemente capace di tutto, quanto il proporzionato, l’armonico, il coerente, sono esplosi per lasciar luogo soltanto allo spettacolo di un’accelerazione.

Negli interstizi, in isole sempre più circoscritte e pericolanti, qualche rifugio, qualche tentativo di rallentamento e intensificazione. Ma il tutto sempre più rovinosamente coinvolto in un unico moto di abolizione della forma integrata nel tessuto vitale delle compossibilità tra mondo animale, vegetale, minerale e umano.

Lo spettacolo di questa forma inedita della bellezza, perché pur sempre di una “bellezza” si tratta, in quanto epifania di un mondo che ha un suo perno di gravitazione indubitabile, appunto il flusso delle merci e il moto inane dell’affaccendamento, si raccoglie nello sguardo morto di un soggetto umano che appare incapace di cogliere l’andamento inerziale di questo processo. La richiesta di servizi integrati al moto in accelerazione, non fa che propagare il medesimo codice estetico e non si intravvedono linee di rottura in un paesaggio che, anche in virtù della globalizzazione, tende ad assimilare tutto ciò che devia o fa problema.

L’arte continua nel suo mestiere di tentare di rispecchiare o di mobilitare, anche provocatoriamente, lo sguardo, sugli esiti di una tale proliferazione (nelle sue espressioni migliori) ma appare troppo spesso impotente oppure essa stessa arruolata in un circuito di produzioni avvilite dalla loro destinazione commerciale e dal loro essere totalmente assorbite dalla forma-merce. Certo non sono del tutto scomparsi gli attriti, le spaccature, le eccezioni, le “lucciole” come le chiama Didi-Huberman in un suo volume[5] che tenta di evocare con questa metafora pasoliniana ( a dir vero nel poeta friulano meno aperta sul divenire), con la loro sopravvivenza liminare, che il lavoro di talpa del gesto estetico continua a forare, o a bruciare la pellicola dell’uniformazione e dell’anestesia del sensibile in forme suscettibili di indurre risveglio. Certo.

Eppure le sorti della bellezza del mondo e di un’immaginazione capace anzitutto di rilevarla, di avvertirne la progressiva compromissione o, se si preferisce, radicale metamorfosi, e poi di ripensarla, di riformularla, appaiono, ad una diagnosi non eufemizzante, assai in crisi, in condizioni di salute estreme, direi. E dunque, ad uno sguardo non definitivamente sconfitto come può esserlo quello di chi prova a rieducare il mondo, quali le vie di elaborazione di questa condizione?

Forse, nell’ipotesi più passiva, nichilisticamente passiva, l’accettazione, quell’accettazione che promuove un’estetica della merce come estetica del futuro, un’estetica che privilegi lo sviluppo tecnologico in tutte le sue dimensioni e che provi ad affinare la forma senza indebolire la direzione, l’orizzonte della crescita, del profitto, dell’avanzamento di questo mondo, mondo del “mostruoso”, come già ebbe modo di definirlo Peter Sloterdijk[6]. Un’estetica del mostruoso paga di sé, veicolata con ogni canale, capace di plasmare ab imo l’immaginario, ancor prima dell’immaginazione, di noi tutti attraverso la potenza prodigiosa dei suoi dispositivi. Un’ulteriore razionalizzazione che permetta a tutti di non avvertire, come già molto avviene, la lacerazione tra potenziali forme vitali e omologazione del possibile nel formato dell’ultima industrializzazione, nello scenario di un mondo definitivamente al lavoro al servizio della merce e dei suoi prodigi.

Sul fronte di un pensiero critico-critico il lavoro di discernere l’immaginazione dialettica al lavoro nelle pieghe di un cosmo mai definitivamente omologabile. Quel lavoro di talpa, sotterraneo e insistente, per rintracciare le tracce di una rottura possibile, di un’inversione dei segni, attraverso le tattiche del quotidiano, le politiche dei gesti che da anni gruppi intellettualmente agguerriti, dal collettivo Tiqqun[7] a filosofi come Yves Citton[8], o come Bernard Stiegler[9] e come lo stesso Georges Didi-Huberman[10] , cercano di promuovere, non solo nel campo dell’estetica ovviamente ma più in generale della vivibilità, della giustizia, dell’integrazione tra sviluppo dell’umano e dell’ambiente, sulla ricchezza simbolica della nostra percezione.

Per quanto mi riguarda continuo a battermi per quello che mi piace chiamare una compensazione notturna e simbolica al dominio dell’immaginario diurno e separatore del nostro tempo[11]. Questo significa per me cercare di difendere il ruolo che le immagini, l’immaginazione e l’immaginale, come luogo in cui si raccolgono immagini dal forte potere simbolico e trasmutativo, possono avere nella cultura, e in quella educativa in particolare. Significa aprire le porte delle istituzioni educative, per esempio, a un sapere di natura poetica, diffuso nell’arte, nella musica, nel teatro, nella letteratura, nel cinema e insomma in tutte le arti generate dall’immaginazione creatrice. Un sapere che non prescrive, che non definisce, che non diagnostica, che non giudica. Un sapere che contribuisce ad arricchire il nostro personale repertorio immaginativo con una materia sensibile, plurale, aperta, incarnata in forme che emozionano, che toccano, che mobilitano. Un sapere che non è figlio di modelli e teorie presto superate ma che riposa sulla capacità della sensibilità umana di riflettere e restituire il mondo, in tutte le sue sfaccettature in virtù di un processo di rielaborazione in forme, suoni, immagini capaci di stupirci e di provocarci.

Una compensazione dunque al dominio fin qui pressoché totalitario, dei saperi disciplinari e disciplinati delle così dette scienze, umane o naturali che siano. Una compensazione che faccia albergare nella cultura dell’educazione esperienze di contatto con una razionalità poetica, molteplice e contraddittoriale, perché ci mostra il volto delle cose non secondo una teoria prodotta dall’intelletto, più o meno puro, ma attraverso il rispecchiamento sapientemente distillato di una facoltà che non riproduce ma ricrea, ripensa, riformula, appunto l’immaginazione, immaginazione impura.

Esporsi al contatto con questa materia è un bagno di vita laddove normalmente la cultura è trasmessa in contenitori sigillati, separati, altamente formalizzati, parcellizzati, astratti e razionalizzati. L’arricchimento immaginativo, l’ingresso dell’arte e dell’immaginario simbolico nei luoghi dell’educazione è a mio giudizio una premessa indispensabile per reimparare a vedere, a sentire, a fare i primi passi per accorgersi del mondo, delle sue forme e della terribile inedia e desolazione in cui è precipitato. Occorre una nuova sensibilità che si tramuti in responsabilità simbolica all’indirizzo di tutte le cose, capace di avvertirne i legami misteriosi, la richiesta di armonia, lo stato di grave deprivazione. Questa è per me una possibile politica della bellezza, un’educazione estetica che sia all’altezza di un annichilimento come quello cui ci è purtroppo dato assistere in questi ultimi deprimenti decenni.

Molti dicono che la bellezza è solo una questione di apertura degli occhi. Occorre semplicemente riaprire gli occhi, per vedere da quanta bellezza siamo circondati. Questo è certamente vero, in una certa misura. Ma è anche vero che oggi riaprire gli occhi, occhi che non siano figli della manipolazione sistematica cui il grande apparato del profitto ci ha sottomesso fin dalla più tenera infanzia, significa anche percepire il disastro, le lacerazioni talora irreversibili cui il mondo/terra è stato sottoposto.

Dunque un’educazione alla bellezza, al potere sensibile dell’immaginazione, che per quanto mi riguarda è ineludibilmente di natura poetica, è una mossa di risveglio potentissimo, di guarigione e di rivolta contro non tanto la perdita di un’ideale bellezza, ma la perdita della capacità di avvertire la vocazione del tutto ad essere secondo le sue leggi interne, secondo la sua ispirazione profonda, secondo una legge di affermazione del suo principio vitale in accordo e corrispondenza con ciò che lo circonda, che appare tragicamente violato e ferito. E tutto questo le “lucciole” ancora vive, incredibilmente, dell’arte, della letteratura, del cinema, laddove non compromesse definitivamente con quella che in altro tempo si è a ragione chiamata “industria culturale”, continuano a dircelo, a esprimerlo, a comunicarlo, sebbene talora in forme oblique e anche difficili.

Ma è questa difficoltà che oggi dobbiamo assolutamente accogliere, una difficoltà che nasce anche dalla nostra ignoranza, dalla nostra totale disabitudine a frequentare la regione del poetico, che pure da sempre ha indicato quella misura di conciliazione con la delicatezza, con le sfumature, con l’immensità riposta anche nelle cose mute, che ci possono rendere più attenti, più accurati e più responsabili.

*Professore Ordinario di Filosofia dell’educazione e Ermeneutica della formazione e pratiche immaginali presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano-Bicocca.

Bibliografia

Clair Jean, Critica della modernità, Allemandi, Torino 1984.

Citton Yves, Renverser l’insoutenable, Seuil, Paris 2012.

Didi-Huberman, Georges,Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2007.

Didi-Huberman Georges, Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Foster Hal, Il ritorno del reale. L’avanguardia alla fine del ‘900, trad.it. Postmedia Books, Milano 2007.

Hillman James, Politica della bellezza, trad.it. Moretti e Vitali, Bergamo 1999.

Krauss Rosalind, Bois Yve-Alain, L’informe. Istruzioni per l’uso, trad.it. Bruno Mondadori, Milano 2008.

Mottana Paolo, L’opera dello sguardo. Braci di pedagogia immaginale, Moretti e Vitali, Bergamo 2002.

Mottana Paolo, La visione smeraldina. Introduzione alla pedagogia immaginale, Mimesis, Milano 2004.

Mottana Paolo, L’arte che non muore. L’immaginale contemporaneo, Mimesis, Milano 2010.

Sloterdijk Peter, Essai d’intoxication volontarie, trad.fr. Hachette Littérature, Paris 2001.

Stiegler Bernard, De la misère symbolique: Tome 1. L’époque hyperindustrielle, Galilée, Paris 2004.

Stiegler Bernard, De la misére symbolique: Tome 2. La catastrophe du sensibile, Galilée, Paris 2005.

Tiqqun, Elementi per una teoria della jeune-fille, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2003.


[1]             Clair Jean, Critica della modernità, Allemandi, Torino 1984.

[2]             Krauss Rosalind – Bois Yve-Alain, L’informe. Istruzioni per l’uso, trad.it. Bruno Mondadori, Milano 2008.

[3]             Foster Hal, Il ritorno del reale. L’avanguardia alla fine del ‘900, trad.it. Postmedia Books, Milano 2007.

[4]             Hillman James, Politica della bellezza, trad.it. Moretti e Vitali, Bergamo 1999.

[5]             Didi-Huberman Georges, Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2010.

[6]             Sloterdijk Peter, Essai d’intoxication volontarie, trad.fr. Hachette Littérature, Paris 2001.

[7]             Tiqqun, Elementi per una teoria della jeune-fille, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2003.

[8]             Citton Yves, Renverser l’insoutenable, Seuil, Paris 2012.

[9]             Stiegler Bernard, De la misère symbolique: Tome 1. L’époque hyperindustrielle, Galilée, Paris 2004; Stiegler Bernard, De la misére symbolique: Tome 2. La catastrophe du sensibile, Galilée, Paris 2005.

[10]          Didi-Huberman, Georges, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, trad.it. Bollati Boringhieri, Torino 2007.

[11]          Mottana Paolo, L’opera dello sguardo. Braci di pedagogia immaginale, Moretti e Vitali, Bergamo 2002; Mottana Paolo, La visione smeraldina. Introduzione alla pedagogia immaginale, Mimesis, Milano 2004; Mottana Paolo, L’arte che non muore. L’immaginale contemporaneo, Mimesis, Milano 2010.