Il linguaggio sessuale infantile

Seduzione o ricerca di protezione?

Una delle forti convinzioni del pedofilo, che viene sbandierata in termini integralistici, è che il bambino goda nel rapporto sessuale con l’adulto, che la sua sia una sessualità già genitale e che soltanto una società repressiva e sessuofoba impedisca al bambino di dare completamente sfogo ai suoi desideri. L’intensità e il calore infantili vengono fraintesi come un invito a partecipare al convivio sessuale. Non c’è tempo per l’attesa, perché il processo maturativo fisico e psichico possa concludersi; il piacere consiste nel gustare le potenzialità del frutto acerbo; ma anche il bambino nell’immaginario del pedofilo non può attendere; deve subito dare concretezza genitale alla sua sessualità, altrimenti si configura soltanto come un bambino represso nelle sue capacità di desiderio e di piacere. In realtà è il pedofilo che proietta nel bambino sentimenti e desideri che rifiuta di vedere in se stesso. Si giudica provocato, vittima passiva di un gioco di seduzione a cui non avrebbe fatto altro che soccombere, quando invece è l’attore narcisisticamente unico del dramma, in quanto non vi è una vera relazione, a causa della sostanziale asimmetria esistente nel rapporto tra adulto e bambino.

Noi sappiamo che si tratta di una visione completamente distorta della sessualità infantile e del suo significato, in quanto vengono attribuiti al bambino sentimenti ed emozioni che non gli appartengono. Una cosa per il bambino è sognare dedicandosi ai giochi sessuali con se stesso o con i suoi coetanei, altro è trovarsi di fronte alla realtà dell’orgasmo dell’adulto.

  Laddove la disponibilità del bambino pare essere consistente, si tratta in genere di bambini provenienti da nuclei familiari deteriorati economicamente e socialmente, che non garantiscono protezione e legami affettivi validi; questi bambini più di altri si lasciano avvicinare da un estraneo che può far leva sulla loro eccessiva disponibilità, sulla mancanza di difese e anche su una certa promiscuità e sul desiderio di attirare in ogni modo e a qualunque prezzo l’attenzione degli adulti per difendersi dalla percezione del dolore dell’abbandono e della carenza affettiva.

Già nei pionieri della psicoanalisi era presente un vivace dibattito sulla consistenza reale della seduzione sessuale infantile.

Per Freud (1905, p. 462): “La pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto”. La pulsione sessuale è vista pertanto come strutturalmente asociale e necessariamente indifferente all’oggetto. Dall’assenza di ogni dimensione relazionale della pulsione ne potrebbe addirittura conseguire un’implicita giustificazione del pedofilo, che in fondo cercherebbe soltanto le condizioni più vantaggiose per la propria soddisfazione pulsionale.

Per Abraham (1907, p. 370): “In un gran numero di casi il trauma è voluto dall’inconscio del bambino [e] (…) ci sono dei bambini che decisamente provocano gli adulti dal punto di vista sessuale.” Egli vuole evidenziare  con le sue affermazioni, che vi è una sorta di predisposizione al trauma, che pertanto assume soltanto la funzione di catalizzatore di una sessualizzazione mentale già esistente (“alcuni bambini sono facilmente accessibili ad adescamenti e seduzioni, altri invece vi cedono difficilmente.”)

Ferenczi, invece, nel famoso lavoro scientifico Confusione delle lingue tra adulti e bambini del 1932 scrive: “L’ovvia obiezione che si tratti di fantasie sessuali del bambino stesso, dunque di menzogne isteriche, viene disgraziatamente confutata dalle innumerevoli confessioni di pazienti in analisi di avere usato violenza ai bambini” (p.420); e ancora: “L’adulto scambia gli scherzi del bambino per desideri di una persona sessualmente sviluppata, oppure si lascia andare ad atti sessuali senza valutarne le conseguenze.” (p. 421). Ferenczi ricorda che in casi di violenza sessuale i bambini tendono ad identificarsi con l’aggressore. “Con l’introiezione dell’aggressore, quest’ultimo scompare come realtà esterna (…) Il fatto che l’aggressione cessi di esistere come rigida realtà esterna, fa sì che nella trance traumatica il bambino riesca a mantenere in vita la situazione precedente, con il suo carattere di tenerezza. Ma nella vita psichica del bambino il mutamento più importante, provocato dall’identificazione per paura col partner adulto, è l’introiezione del senso di colpa dell’adulto; questa introiezione fa apparire come un’azione colpevole un gioco considerato fino a quel momento innocente.” (pp. 421 sg.)

Il dibattito sul valore etiologico del trauma, se sia l’origine o solo l’epifenomeno della sessualizzazione per esempio, è oggi ancora aperto. Personalmente non credo che possa bastare l’affermazione che in presenza di traumi uguali le risposte dei bambini sono differenti, per ridurre il significato etiologico del trauma. Anche quando il trauma non è macroscopicamente evidente, può esserci una sommatoria di microtraumi, come sostiene Masud Khan (1979), parlando di trauma cumulativo. Il malaccudimento, l’abuso cronico, la trascuratezza possono avere un effetto devastante per la psiche infantile che va sviluppandosi, anche in assenza di traumi macroscopicamente evidenti.

Nonostante le esortazioni di Ferenczi a non appiattire la lingua dei sensi e dei sentimenti dei bambini su quella passionale degli adulti risalgano a circa settant’anni orsono, nella società attuale sembra proprio che avvenga il contrario.

Il ruolo che oggi assumono la pubblicità, la fotografia, la moda nella costruzione di un bambino, il cui desiderio è sovrapponibile a quello dell’adulto, la sua precoce adultizzazione in termini di potenziale veicolo pubblicitario e di potenziale consumatore, fa sì che il fenomeno pedofilia assuma delle caratteristiche più inquietanti e pervasive. Assistiamo cioè, anche a causa della nostra ignoranza circa il linguaggio sessuale infantile, allo sviluppo di una vera e propria cultura pedofila.

Quando nell’adulto manca una buona capacità di relazionarsi con l’altro e quindi di avere dei rapporti sentimentali e sessuali soddisfacenti, viene attivato il bisogno di potere, che può anche trasformarsi in onnipotenza.

Il pedofilo può sentirsi potente solo con un partner che avverte inferiore e seducibile. L’amore pedofilo, comunque si manifesti, è pertanto anche una forma di difesa dalla relazione con un oggetto percepito come indipendente.

Soprattutto negli ultimi anni, a causa del maggiore potere contrattuale delle donne che mettono in questione il potere maschile e a causa della diffusione dell’AIDS, che ha provocato angosce di impotenza, di morte del maschio, l’identità sessuale, soprattutto quella maschile, sembra risultare profondamente ferita, facendo sì che attenzioni sessuali si siano più facilmente rivolte al corpo infantile, meno a rischio di contagio e più facilmente manipolabile.

La ricerca della “carne fresca”, del corpo giovane è oggi agevolata da una società che favorisce la differenziazione degli stimoli erotici e dell’offerta sessuale anche come via di fuga dalle ansie e dalla difficoltà di relazione eterosessuale tra adulti.

Esiste un’idea di sessualità nella cultura contemporanea che rovescia la logica che ne faceva un’esperienza assolutamente negativa da colpevolizzare e reprimere per rappresentarla come una dimensione assolutamente priva di conflitti e aproblematica. La sessualità sarebbe una dimensione intrinsecamente e globalmente piacevole o, all’estremo facile come bere un bicchiere d’acqua, deprivata di ogni conflittualità e quindi sostanzialmente di ogni
anelito relazionale vero.

 La presenza sempre maggiore di corpi infantili e adolescenti esibiti nella pubblicità, nella moda, ma, ahimé, anche nelle strade per esempio con le piccole prostitute provenienti dai Paesi dell’Est, favorisce fenomeni di non riconoscimento delle reali esigenze infantili e di errata interpretazione di alcuni atteggiamenti provocatori.

Alcune bambine prepuberi possono presentare in analisi un atteggiamento vanitoso, sensuale, seduttivo. Si tratta in genere di un comportamento stereotipato e senza consistenza. Possiamo in questi casi parlare di una difesa del tipo “falso Sé” che cerca di coprire conflitti interni e difficoltà ad acquisire nuovi modelli di identificazione.

Scambiare gli atteggiamenti provocatori e provocanti delle adolescenti che si mettono il rossetto e la minigonna come delle vere e proprie profferte sessuali vuol dire non avere la minima conoscenza della necessità di provocare e trasgredire che le bambine hanno nel momento in cui l’adolescenza mette fortemente in discussione il loro ruolo di bambine senza, però, immediatamente fornire un sufficientemente stabile modello di identificazione.

Il contenimento familiare e sociale di questi atteggiamenti negli ultimi anni è andato robustamente contraendosi a causa anche della deresponsabilizzazione che spesso è presente nella relazione dei genitori con i figli. Fare da muro elastico rispetto alle richieste filiali, dire di no, ma gestire il no e le sue conseguenze relazionali, aspettarsi la provocazione dei figli e saperla incontrare senza fuggire o senza costruirsi scorciatoie seduttive, prendere atto della trasgressione, ma non essere collusivi, sono operazioni molto complesse, ma che dovrebbero fare normalmente parte dell’armamentario dei genitori. Sempre più spesso oggi si può assistere alla costituzione di coppie genitoriali poco consistenti dal punto di vista emotivo, che più facilmente dotano il figlio adolescente di un cellulare con l’idea magica di poterlo controllare a distanza senza fatica e senza lotta, piuttosto che affrontare i conflitti, essere con loro quando la confusione e la sofferenza sono più intense, non farsi travolgere dall’ansia di una subitanea e, quindi, intempestiva riparazione.

Anche gli insegnanti, quasi sempre anche loro genitori, in questa fase storica sono fortemente in crisi; ondeggiando tra lassismo e autoritarismo, rischiano di non riconoscere e, quindi, di non incontrare e comprendere il linguaggio infantile, e non solo quello sessuale. Genitori ed educatori sono attraversati dalle culture dominanti e dai linguaggi prevalenti, anche loro passivamente partecipi del dilagante consumismo.

Forse possiamo parlare di una patologia sociale del limite. Negare la necessità del limite e l’assunto della sua accettazione nello sviluppo individuale e sociale, pur trattandosi di un limite che il progresso scientifico e tecnologico sposta continuamente in avanti, ha a che vedere con modelli culturali imposti dal mercato. La contrazione del tempo dell’attesa, la ricerca di un continuo nirvana in cui venga annegata ogni conflittualità, la deregulation economica, ma anche etica, l’idea che tutto possa essere comprato sono indubbiamente elementi che favoriscono l’instaurarsi di una cultura pedofila.

Non si tratta di proporre demonizzazioni antistoriche, ma molto più sommessamente di evidenziare alcuni elementi che obbiettivamente rendono difficile il compito di riconoscere le nuances del linguaggio dei bambini e degli adolescenti e che impediscono o, perlomeno, rendono problematico il piacere tanto del crescere i figli, quanto dell’educarli.

*Psicoanalista della Società

Psicoanalitica Italiana,

 psichiatra, Primario del Dipartimento di Salute Mentale della ASL 3 Genova

Bibliografia

Abraham K., 1907, Il trauma sessuale come forma di attività sessuale infantile, in Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1907.

Ferenczi S., 1932, Confusione delle lingue tra adulti e bambini – in Fondamenti di psicoanalisi, vol. 3, Guaraldi, Rimini, 1974.

Freud S., 1905, Tre saggi sulla teoria sessuale – in Opere, vol. 4, Boringhieri, Torino.

Khan M. M. R., 1979, Le figure della perversione –, Boringhieri, Torino, 1982.