Quando lo sport fa male ai ragazzi

Immagini, esperienze e pensieri sulla pratica dello sport

Più vado avanti con la mia età (quest’anno sono 53) e con la mia professione (responsabile per Stripes Cooperativa dell’Area minori), più mi convinco che c’è qualcosa, nell’attuale e normale pratica degli sport da parte dei bambini e dei preadolescenti, che non va o che, addirittura, è deleterio. Proviamo a chiarire e articolare il pensiero in modo tale che questa affermazione generica e un po’ vaga trovi una sua giustificazione, soprattutto dal punto di vista educativo.

Partiamo col richiamare alla mente il valore educativo e formativo che può avere per un individuo in età evolutiva, e non solo, la pratica di discipline sportive: oltre ad essere un promotore della crescita, della salute, del benessere, dell’equilibrio e dell’armonia psico-fisici, lo sport agisce da portatore di alti ideali educativi e sociali, quali sono, usando anche alcuni termini romanticamente desueti, l’impegno, la costanza, la resistenza, la lealtà, la sfida con se stesso e il riconoscimento dei propri limiti (soprattutto negli sport individuali), il senso del gruppo (negli sport di squadra), la temperanza nella vittoria e nella sconfitta e, citando infine anche De Gregori, il coraggio, l’altruismo e la fantasia.
Dopo questa carrellata di termini, alcuni dei quali possono apparire un tantino grevi, seriosi e “pesanti”, come temperanza, coraggio, lealtà e, con la loro appartenenza ad un lessico deamicisiano, perfino teneramente ridicoli, è forse opportuno chiarire che, nella nostra concezione delle attività sportive che coinvolgono bambini/e e ragazzi/e, il gioco (sia come iocus sia come ludum), il divertimento, la serenità e, più in generale, il piacere debbano svolgere un ruolo fondamentale. Questa, a nostro parere, è l’immagine delle pratiche sportive che “fanno bene” e che rappresentano una proposta educativa e formativa fondamentale e necessaria per la crescita individuale e collettiva.

Per illustrare ancora meglio lo spirito che dovrebbe animare ed essere alla base di tali proposte, senza citare per ora ciò che invece dovrebbe essere escluso,  ricorrerò a delle immagini, ad un esperienza diretta, ad un pensiero.

Le immagini sono quelle viste qualche tempo fa in televisione, in un documentario in bianco e nero e un po’ rovinato su Paavo Nurmi, finlandese, campione olimpico pluridecorato di fondo e mezzo fondo negli anni tra le due guerre mondiali. In una parte del filmato si mostravano gli allenamenti del buon Paavo che in maglietta e calzoncini usciva da una baracca di legno in mezzo alle foreste della Finlandia e correva a perdifiato tra abeti, betulle e laghetti; sul suo volto segaligno solo lo sforzo di una sfida con se stesso, data l’epoca nessuno sponsor sulla maglietta naturalmente,  intorno a lui solo natura e silenzio, niente pubblico. Anche se il suo fine erano le gare olimpiche mi è sembrato di vedere in quell’atleta l’emblema di come può essere intesa la pratica sportiva con lo scopo principale del benessere personale, pratica seguita anche oggi, e non a caso, da tanti suoi connazionali che non hanno velleità di tipo agonistico.

L’esperienza diretta personale si riferisce al fatto di aver partecipato, con l’A.S Cortequestre, presso l’azienda agrituristica La Balzana in Toscana, alla progettazione e alla realizzazione, come istruttore di equitazione sui generis, di “Cavalgiocare”, una proposta molto particolare e innovativa di avvicinamento al cavallo e al suo “uso”, basata principalmente su un gioco organizzato a partire dalle possibilità fisiche e mentali di ogni giocatore e sull’acquisizione di quelle che potremmo definire competenze metacomunicative dei giocatori umani, visto che il cavallo già le possiede1. Il cavalcare, con un tipo di monta che si chiama “monta in libertà” (molto simile a quella degli Indiani del Nord America tanto per intendersi) si realizza attraverso un percorso di conoscenza di se stessi e  del cavallo del tutto alternativo a quello dell’equitazione classica di origine e carattere militare (pur con tutte le innovazioni apportatele da Caprilli) ed ha come obiettivo principale l’equilibrio e l’armonia psico-fisici del cavaliere, adulto o bambino che sia.

Il pensiero è quello “montano” di R. Messner (L. Zanzi, Un pensiero montano – la filosofia di R. Messner), che presenta tratti profondi di originalità filosofica; una filosofia sul filo dell’avventura che tenta di conoscere l’uomo attraverso le sfide creative con la natura e che lo richiama ad un’invenzione del senso della vita nel confronto anti-idealista, realistico, con la natura stessa.

Proviamo adesso a “dare un’occhiata” all’offerta di sport rivolta a bambini e ragazzi nel territorio nel quale prevalentemente lavoro, vale a dire la zona nord ovest dell’hinterland milanese (asse del Sempione da Milano a Legnano) e che conosco abbastanza bene, anche per alcune indagini condotte con la mia cooperativa sul modo di trascorrere il tempo extra-scolastico da parte degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado (6-13anni)2. Non abbiamo alcun criterio per dire che le considerazioni sui risultati da noi ottenuti in questo contesto siano trasferibili a situazioni simili dal punto di vista socio-economico e quindi tantomeno a realtà che risultano profondamente differenti da quella sulla quale abbiamo operato: il valore di ciò che diremo ha quindi una portata limitata e ogni generalizzazione, da parte nostra, sarebbe indebita; solo i lettori possono giudicare se le nostre considerazioni hanno un valore più generale.

Con questa premessa possiamo dunque affermare che l’offerta sportiva rivolta ai ed alle 6-14enni è piuttosto ricca, varia e sufficientemente distribuita: si va dal nuoto al calcio, dal basket alla pallavolo, dalla danza alle arti marziali, dal tennis, al ciclismo, all’equitazione etc. Le associazioni sportive, viste le percentuali (60-70%) di bambini/e e ragazzi/e che partecipano a corsi, tornei e campionati, si trovano a svolgere un vero e proprio ruolo sociale, andando a riempire una buona parte del tempo pomeridiano che segue la fine delle lezioni (dalle 16,00 alle 16,30), non coperto di solito da nessun altro servizio pubblico o privato nè tantomeno dalla famiglia, visto che i genitori nella maggioranza dei casi, lavorano entrambi e che il loro rientro a casa non coincide, nella quasi totalità dei casi, con l’uscita da scuola dei figli.

Se da queste constatazioni di carattere, diciamo, prevalentemente quantitativo  si passa ad un’analisi qualitativa dell’offerta le cose cambiano notevolmente e, fatte salve le debite eccezioni, in negativo: le proposte delle attività sono in buona parte incentrate tradizionalmente sugli obiettivi delle varie discipline sportive e non tengono conto del fatto che allo sport oggi viene richiesto di far fronte, soprattutto nei confronti di queste fasce d’età, a domande urgenti di qualità di relazioni interpersonali, di socializzazione e formazione, evidentemente demandate prima a qualche altro contesto o ambito educativo. Sono sempre più spesso gli istruttori sportivi a denunciare questi bisogni che rappresentano i presupposti necessari allo svolgimento delle attività vere e proprie; nella denuncia è compresa una domanda di formazione, non chiaramente sugli aspetti tecnici, ma piuttosto sulla gestione degli aspetti comunicativi e relazionali coi loro piccoli allievi, sulla gestione dei gruppi, sul mantenimento di un clima sociale accettabile. D’altra parte c’è da rilevare come un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi di oggi, anche quelli che rientrano nella fascia della cosiddetta “normalità”, mostrino segni di disagio sociale che vengono riportati all’interno delle pratiche sportive: una diffusa difficoltà nel rispetto delle regole di base della convivenza, una “fragilità narcisistica” che impedisce loro di accettare e metabolizzare le frustrazioni, l’incapacità di valutare atti di trasgressione come tali e il rischio di considerare normale, per queste ed altre ragioni, l’esclusione o l’auto-esclusione da tutti i contesti.

L’analisi delle cause di questi fenomeni è piuttosto complessa e non è questo lo spazio adatto per approfondirle; basta, credo, accennare ad alcune di esse come: la trasformazione sociologica della famiglia, il cambiamento dei ruoli e delle funzioni delle figure genitoriali al suo interno, le condizioni materiali di vita, gli stili e i modelli educativi che si sono imposti negli ultimi decenni. La domanda che però sorge spontanea è perché chi opera nello sport dovrebbe farsi carico anche di questi problemi? La risposta sta nel fatto che, di fronte ad una impossibilità o incapacità accertata della famiglia di affrontarli da sola, le società sportive, insieme ad altri soggetti come la scuola, gli enti pubblici e privati, i soggetti del terzo settore in generale, si ritrovano nel ruolo di agenzie educative che, viste le percentuali di bambini e ragazzi che toccano, possono agire ad ampio raggio. Le stesse percentuali ci dicono anche che una larga parte dei genitori affida con fiducia i propri figli agli ambienti sportivi, nella evidente convinzione che essi rappresentino ambienti sani e portatori di valori positivi. 

Adesso è il momento di elencare altri termini che, fuori dal romanticismo ridicolo iniziale e col cinismo distaccato di oggi, si associano normalmente allo sport praticato anche dai più piccoli: professione sportiva come segno di successo nella vita, soldi, notorietà (il calciatore con contorno di “velina” sono gli ideali di molti preadolescenti, l’esplosione delle iscrizioni ai corsi di danza soprattutto di ragazze ma anche di ragazzi dovute ai programmi televisivi della De Filippi), agonismo esasperato sin dall’inizio, riconoscimento della sola tecnica e della perfezione del gesto atletico (ancora, contrapposta, la saggezza di De Gregori: “Nino  non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…”), esclusione dei più “imbranati” o degli indisciplinati (ricordiamo di quale fascia d’età ci stiamo occupando), spasmodiche attese di genitori, mancati atleti, sui risultati sportivi dei loro figli. Del binomio iocus-ludum è rimasto solo una forma esasperata di quest’ultimo. 

Come ho fatto in precedenza cerco un’immagine che renda ancora meglio l’idea di quanto ho appena detto e, guarda caso, mi passa per la mente una cosa che con la pratica diretta dello sport non c’entra niente, ma che fa da contorno e che trovo coerente con lo “spirito” degli ultimi termini elencati. è l’immagine di Biscardi al Processo del Lunedì, trasmissione che andava in onda prima ancora dell’invenzione della televisione e forse della lampadina, che rivendica  in un italiano assolutamente improbabile, come il rosso e l’acconciatura dei suoi capelli, da tempo immemore (lo stesso della sua trasmissione), la presenza della moviola sui campi di calcio per correggere gli errori di quegli esseri troppo umani, se  non digraziati e per non dire forse corrotti, degli arbitri che ad ogni partita ne combinano una delle loro, non vedendo e non punendo pugni e sputacchi tra giocatori, annullando goal assolutamente corretti (di solito perchè il “fuorigioco” non c’era come dimostra la moviola), confermandone invece alcuni che al replay del moviolone si dimostrano  ottenuti scorrettamente etc. Il tutto in un “casino” totale di urla approvanti o disapprovanti, provenienti da altre menti eccelse appartenenti a giornalisti più o meno sportivi, figure di tecnici, analisti e “santoni” dell’errore o possibile errore (dipende dall’interpretazione del regolamento) delle trine mutande arbitrali (ci sono anche i guardalinee) in una frazione infinitesimale ma topica del gioco, trine annaspanti su un terreno divenuto troppo grande e abitato da mutandari calcianti sempre più scaltri, infingardi e simulatori. Senza parlare poi del ruolo e delle funzioni del convitato di pietra, il famoso “quarto uomo”, che non so bene chi sia,  pur essendo certo che questa lacuna non è una delle cause principali della mia insonnia… Tant’è che tutto viene giustificato col fatto che la trasmissione di Biscardi è e deve essere così: una sgangherata discussione da bar, che le modalità e i contenuti descritti sono proprio quelle peculiarità che le decretano il successo (che dura appunto dai tempi di Edison) e la rendono immortale, e così via.

C’è da immaginare tutto questo calato nella realtà spesso problematica dei ragazzini e delle ragazzine di oggi e concluderne solo che lo sport, in alcuni casi, non solo non fa bene, fa proprio male.

*Formatore, Responsabile Area Minori Cooperativa Stripes

Note bibliografiche

1 Per maggiori informazioni si veda G. Gamberini (a cura di), Cavalgiocare l’arte di educare al fascino del cavallo con il gioco e il movimento, Equitare, Monticiano (SI), 2002; si possono anche consultare i siti www.cortequestre.it, oppure www.la balzana.it

2 I risultati delle indagini condotte o in via di svolgimento presso i Comuni di Nerviano, Busto Garolfo, Cerro Maggiore sono disponibili presso la sede di Stripes Coop, Via Papa Giovanni XXIII n° 2, Rho (MI), tel. 02/9316667