Maratona di Lettura. I libri parlano a Rovigo

Maratona di Lettura. I libri parlano a Rovigo

Arrivata quest’anno alla terza edizione, la maratona di lettura I Libri Parlano nasce dalla collaborazione del Liceo Scientifico Statale Paleocapa di Rovigo con un gruppo di lettura della città, Sguardi d’Altrove. Alla base del progetto è il desiderio di promuovere il gusto per la lettura condivisa e di incoraggiare l’esposizione delle motivazioni che stanno alla base della scelta di un libro, in particolare la descrizione del rapporto estetico ed emotivo che si instaura con il testo. Si è, quindi, deciso di creare una situazione in cui i libri siano al centro della scena, e in cui sia possibile stimolare la comunicazione e l’espressività. Le regole sono molto semplici: ogni maratoneta ha quindici minuti di tempo per leggere un passo e spiegare i motivi della sua scelta. Non chiediamo al lettore di tenere una lezione, ma di comunicare un’esperienza e condividere un’emozione. E se per qualcuno l’emozione rischia di essere troppo forte per leggere in pubblico, il Laboratorio Teatrale del Liceo fornisce lettori professionisti che presentano i testi, permettendo la partecipazione anche a chi non se la sente di esporsi fisicamente. Oltre alla collaborazione tra la scuola e Sguardi d’Altrove, con il patrocinio del Comune di Rovigo e il sostegno della Provincia di Rovigo, abbiamo aperto la manifestazione alle famiglie e alla città, mescolando gusti ed esperienze di adulti e ragazzi, con risultati a volte inaspettati. Ci lamentiamo, purtroppo a ragione, che gli adolescenti non leggono abbastanza, ma quando lo fanno, lo fanno seriamente, con indipendenza di scelte e con intensità, come dimostrano i testi qui riportati.

Silvia Rizzi (professoressa)

Maratona di Lettura. I libri parlano a Rovigo

Arrivata quest’anno alla terza edizione, la maratona di lettura I Libri Parlano nasce dalla collaborazione del Liceo Scientifico Statale Paleocapa di Rovigo con un gruppo di lettura della città, Sguardi d’Altrove. Alla base del progetto è il desiderio di promuovere il gusto per la lettura condivisa e di incoraggiare l’esposizione delle motivazioni che stanno alla base della scelta di un libro, in particolare la descrizione del rapporto estetico ed emotivo che si instaura con il testo. Si è, quindi, deciso di creare una situazione in cui i libri siano al centro della scena, e in cui sia possibile stimolare la comunicazione e l’espressività. Le regole sono molto semplici: ogni maratoneta ha quindici minuti di tempo per leggere un passo e spiegare i motivi della sua scelta. Non chiediamo al lettore di tenere una lezione, ma di comunicare un’esperienza e condividere un’emozione. E se per qualcuno l’emozione rischia di essere troppo forte per leggere in pubblico, il Laboratorio Teatrale del Liceo fornisce lettori professionisti che presentano i testi, permettendo la partecipazione anche a chi non se la sente di esporsi fisicamente. Oltre alla collaborazione tra la scuola e Sguardi d’Altrove, con il patrocinio del Comune di Rovigo e il sostegno della Provincia di Rovigo, abbiamo aperto la manifestazione alle famiglie e alla città, mescolando gusti ed esperienze di adulti e ragazzi, con risultati a volte inaspettati. Ci lamentiamo, purtroppo a ragione, che gli adolescenti non leggono abbastanza, ma quando lo fanno, lo fanno seriamente, con indipendenza di scelte e con intensità, come dimostrano i testi qui riportati.

Silvia Rizzi (professoressa)

Il libro che ho scelto è Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro.

E’ un romanzo che ho scoperto dopo aver visto l’omonimo film di Mark Romanek (2010), ispirato alla storia di ambientazione distopica, che percorre le atmosfere buie di 1984 (George Orwell) ma con significati e propositi molto diversi.

Nell’Inghilterra dei tardi anni Settanta, nel pieno di una rivoluzione scientifica iniziata vent’anni prima, nel collegio di Hailsham immerso nella campagna vivono Kathy, Tommy e Ruth, con i loro compagni e i tutori.

Completamente isolati, possono conoscere il mondo esterno solo attraverso gli occhi dei loro insegnanti e nel frattempo giocano, disegnano, si raccontano sogni e segreti. Ben presto, però, i tre ragazzi si accorgono degli strani atteggiamenti degli adulti: Madame sembra avere paura di loro, Miss Emily e Miss Lucy fanno strani discorsi riguardo al loro futuro e tutti quanti sono riluttanti a rispondere alle domande più elementari dei bambini. Si crea un contesto di reciproca diffidenza, che porta i ragazzi a sospettare che ci sia qualcosa di diverso in loro, ma senza avere il coraggio di affrontare la realtà fino in fondo.

Solo molto tempo dopo, quando ormai l’infanzia è soltanto un ricordo, gli incomprensibili comportamenti trovano una spiegazione: gli studenti di Hailsham non sono ragazzi comuni, esistono per uno scopo ben preciso deciso da un’autorità superiore non ben specificata. Il loro destino è certo, univoco e inequivocabile, senza possibilità di scelta.

La vera finalità dell’esistenza diventa quindi quella di vivere il più dignitosamente possibile nel presente, senza pensare troppo al futuro: è un’angosciante corsa contro il tempo.

Rimanemmo così, sulla sommità di quel capo, per quello che ci sembrò un tempo infinito, abbracciati senza dire una parola, mentre il vento non smetteva di soffiarci contro, e sembrava strapparci i vestiti di dosso; per un istante fu come se ci tenessimo stretti l’uno all’altra, perché quello era l’unico modo per non essere spazzati via nella notte” (pag. 278).

Tutto quello che infine resta delle loro intense ma fragili vite è raccolto in questo libro.

La prima cosa che emerge dal racconto di Kathy sono le emozioni e ciò che più mi ha affascinato è il modo in cui queste sono riferite: con tono calmo, quasi distaccato che non manca di sminuire la dolcezza dei gesti con vocaboli a volte ruvidi, altre volte banali, ma che lasciano comunque intravedere cosa si nasconde sotto. Un’umanità forte, coraggiosa, che non cerca pietà, ma rispetto e dignità.

Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita… Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre” (pag. 286).

Lo stesso autore afferma di non aver voluto ambientare la storia nel classico futuro fantascientifico poiché non intende fornire profezie, ma, piuttosto scrivere una storia in cui ogni lettore possa trovare dei riscontri nella propria quotidianità.

Proprio per questo consiglio di leggere questo libro che può dare degli strumenti per conoscerci meglio.

Laura Boreggio (studentessa, 5^F)

Perché ho scelto di leggere Venivamo tutte per mare, di Julie Otsuka? I motivi sono vari.

In primo luogo, la forte denuncia sociale che caratterizza tutto il romanzo mi ha rapita fin dalle prime pagine. Infatti, esso parla del fenomeno delle spose per fotografia dei primi del Novecento: si tratta di donne e ragazze del Giappone che vennero mandate dalla madre patria all’America, in spose a immigrati giapponesi. «Da anni» ha dichiarato Julie Otsuka, «volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose per fotografia” – che giunsero in America all’inizio del Novecento».

L’integrazione fu molto difficile, ci fu bisogno di molte generazioni prima di poterla raggiungere, sempre che si possa dire raggiunta ai nostri giorni. Dal romanzo: “All’inizio non smettevamo mai di stupirci. Perché montavano a cavallo da sinistra invece che da destra? Come facevano a distinguersi l’uno dall’altro? Perché gridavano sempre? Davvero appendevano piatti alle pareti, anziché quadri? E avevano serrature a tutte le porte? Ed entravano in casa con le scarpe? Di cosa parlavano la notte, quando stavano per addormentarsi? Cosa sognavano? Chi pregavano? Quanti dei avevano? Era vero che sulla luna vedevano un uomo, e non un coniglio? E che ai funerali mangiavano manzo cotto? E che bevevano latte di mucca? E quell’odore? Cos’era? «Puzza di burro» ci spiegavano i nostri mariti.

Con l’arrivo della guerra, l’odio cieco che si provava nei confronti degli immigrati nipponici si acuì, fino a giungere ad episodi di violenza e, infine, ad un ordine emanato dal Governo stesso di evacuazione per tutti i giapponesi, i quali, dunque, sparirono.

I nostri mariti ci chiedevano se non erano stati abbastanza amichevoli. I loro campi erano troppo trascurati? Si erano tenuti troppo in disparte? Oppure la loro colpa era scritta in faccia, ben visibile a tutti? Anzi, forse la loro colpa consisteva proprio nella faccia? Riusciva in qualche modo sgradita? Oppure, peggio ancora, offensiva?”.

Mi è piaciuto molto seguire la storia di questo gruppo di giovani donne, dalla partenza allo sbarco, fino al loro svanire.

«Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte.» dice la Otsuka. «Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un “noi” corale, di un intero gruppo di giovani spose».

Ciò che è più eccezionale, infatti, è la tecnica di narrazione adottata: l’autrice ha scelto di non narrare la storia dal punto di vista di una donna, ma dall’intero gruppo. È una voce corale, un noi che racconta, come una coscienza condivisa, l’avventura di ciascuna, cioè di tutte quelle donne. In questo modo è riuscita a non privilegiare una sola delle “storie interessanti”, parlando di tutte senza togliere dignità ad alcuna. Ciò che ci si potrebbe aspettare è una sorta di “minestrone”, un miscuglio disordinato di idee e storie, personaggi e avvenimenti. Invece, il risultato è un filo armonioso che lega ogni tassello, e quella voce che narra sembra un coro di tutte loro… di tutte noi. Sì, perché sembra di far parte di quel gruppo. In ogni libro ci si immedesima nel protagonista, è vero. Ma in questo non c’è un protagonista, come ha affermato Julie Otsuka: tutte le persone del mondo sono partecipi del dolore dei giapponesi, così come del dolore sopportato da tutti i popoli vittime del razzismo, della guerra, del fame…

È passato un anno, e quasi ogni traccia dei giapponesi è scomparsa dalla nostra città […] Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell’altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo”.

I giapponesi sono scomparsi, ma quello che noi dobbiamo fare è trovare un posto per loro nella nostra mente, pensare a loro e riflettere ai grandi errori che sono stati commessi nel passato.

Venivamo tutte per mare non è un romanzo tradizionale, è un’opera corale, paragonabile ad una Madama Butterfly di Puccini: ma a cantare “Un bel dì vedremo” non è una sola donna, ma tutto un coro di donne.

E’ un libretto di meno di duecento pagine che si legge in pochi giorni, e che lascia inevitabilmente una traccia. Per questo lo consiglio vivamente.

Irene Govoni (studentessa, 5^F)