Migrazioni al femminile

L’attenzione che i mass media lentamente stanno dedicando alle donne della migrazione, è un’attenzione tardiva rispetto alla realtà del fenomeno migratorio nel nostro Paese, presente in modo significativo già a partire dagli anni settanta.

In Italia le donne rappresentano attualmente circa il 50% della popolazione immigrata. Secondo gli ultimi dati statistici forniti dalla Caritas (dicembre 2000), su un totale di 1.388.153 stranieri il 46% erano donne (635.386). Solo nel 1996 esse costituivano il 35% degli immigrati, mentre nel 1998 (secondo l’ISTAT) rappresentavano il  44,8%, pari a 458.613 unità.

Siamo quindi di fronte ad una realtà significativa e importante che riguarda tutte le regioni italiane e che ha assunto nel corso della sua evoluzione forme e  modalità specifiche1.

Molti sono i percorsi e le strategie migratorie che guidano le donne. E per capirne a fondo gli aspetti è opportuno ricostruire la storia di vita individuale, le biografie, i progetti e le esperienze .

Arrivare prima del marito, arrivare prima dei figli, arrivare sole assume significati diversi in relazione alla provenienza geoculturale, al momento storico e al contesto familiare. Le diverse modalità di ingresso o i differenti motivi che spingono alla partenza o la favoriscono condizionano e plasmano il modo di articolarsi delle singole donne nel nuovo contesto, pur all’interno di cornici culturali comuni.

Gli anni ’70

I flussi migratori verso l’Italia a partire dagli anni ‘70 sono caratterizzati da una  forte presenza femminile. Sono le donne che per prime partono, che costruiscono quella che viene definita la catena migratoria.

Fino alla prima metà degli anni ‘80 questi flussi a carattere femminile però non vengono visti. Anche i cosiddetti esperti di flussi migratori non si erano accorti della presenza delle donne e pertanto vi sono pochissime pubblicazioni su questo tema2.

In un precedente lavoro abbiamo mostrato3 come il flusso migratorio al femminile nel nostro Paese sia stato caratterizzato da una triplice invisibilità.

I flussi migratori al femminile erano caratterizzati da una specificità coloniale e da una specificità di culto religioso. Alcuni originavano da territori interessati da rapporti coloniali con l’Italia, in particolare dall’Eritrea. E sarà la catena migratoria religiosa che di fatto contribuirà a tracciare e definire percorsi ben precisi tra paesi cattolici e l’Italia. Sarà la chiesa che con le sue strutture organizzate si farà carico di accogliere queste donne, di collocarle al lavoro e di soddisfare anche i loro bisogni primari. La realtà migratoria al femminile di fatto non pone problemi al nostro sistema sociale, alla nostra società, al nostro sistema di welfare: non pone domande, non richiede risorse particolari di alloggio e di vitto perché il lavoro è garantito dalla catena attivata dalla chiesa, vera e propria agenzia per il lavoro; mentre l’alloggio e il vitto li mette a disposizione il datore di lavoro.

Le donne che arrivano in questo periodo sono collocate o si inseriscono nell’ambito del lavoro domestico, situazione di segregazione occupazionale che le costringe a stare per tutta la settimana chiuse nell’abitazione del datore di lavoro, mentre il giovedì pomeriggio e la domenica pomeriggio, gli orari di libertà, li trascorrono nelle chiese, nelle parrocchie, negli oratori, ad imparare l’italiano o a ricamare ma anche a riprodurre piatti, musiche e racconti del paese della tradizione, attività che saranno fondamentali per la loro sopravvivenza  psicologica equilibrata e per garantire una cultura identitaria tra le generazioni

Abbiamo definito le donne arrivate negli anni ’70 come contraddistinte da una triplice invisibilità. Esse sono invisibili perché non si vedono per strada, invisibili perché stanno all’interno di un mercato del lavoro molto particolare, segregato, invisibili perché i ricercatori o i mass media non le vedono, non le fanno diventare oggetto della loro attenzione e quindi non appaiono sulla scena pubblica.

Un altro elemento di invisibilità, poi è costituito dal fatto che i flussi sono formati da donne bianche, se escludiamo le donne che provengono dall’Eritrea, che quindi si confondono con le autoctone.

Gli anni ’80

Il flusso degli anni ‘80, in seguito alle politiche di restrizione introdotte da alcuni paesi europei, vede  una rilevante presenza di maschi di origine africana e asiatica, che prima si orientavano verso Francia, Inghilterra, Germania, paesi più attraenti economicamente. Individui che svolgono almeno all’inizio del loro arrivo in Italia un’attività sulle strade, divenendo così facilmente visibili; visibilità accentuata anche per il fatto che hanno caratteri somatici diversi da quelli degli autoctoni.

Le donne, in ogni caso, continuano ad arrivare. Arrivano per  esigenze economiche, per lavorare; ma ciò che spesso le spinge ad uscire dai luoghi di origine è la ricerca di libertà ed il bisogno di crescita culturale. Vi è,
in altri termini, anche il desiderio e la volontà di sfuggire dalla posizione sottomessa che la cultura e le tradizioni del Paese di origine riservano loro nei confronti delle figure maschili. Frequentemente vi è il desiderio, di sottrarsi alle violenze maschili e all’autorità parentale. Questo atteggiamento è presente specialmente tra le vedove, le divorziate, le separate. Da una ricerca condotta nei paesi europei emerge chiaramente come la presenza di donne immigrate separate, divorziate, separate di fatto sia molto più elevata di quanto non sia l’incidenza di questo fenomeno fra i maschi. La migrazione è un modo per sfuggire a una cultura non più condivisa e non più condivisibile. La cultura occidentale, conosciuta in forma mediata (a volte distorta rispetto alla realtà) attraverso le donne che già sono migrate, spinge alla partenza.

Le recenti ricerche sulla migrazione al femminile hanno contribuito a rivalutare il ruolo delle donne nel processo migratorio e a collocarle come soggetti attivi di tali processi.

I flussi degli anni ‘80 sono caratterizzati da una maggior visibilità, perché c’è un equilibrio fra appartenenza di genere ma, per quanto riguarda le donne, sono anche caratterizzati dal fatto che, molto lentamente, si va verso un processo di emancipazione dalla segregazione occupazionale: le donne non svolgono più esclusivamente il lavoro domestico a tempo pieno ma il lavoro a ore; si innesca conseguentemente un processo di relazione con gli autoctoni, ci sono i tempi, gli spazi per dialogare con la cosiddetta società di accoglienza. Un salto verso l’emancipazione, verso una conoscenza maggiore del contesto d’inserimento, verso un’articolazione con il territorio e con il paese cosiddetto di accoglienza.

Ora le donne cominciano ad aggregarsi fra loro anche per poter permettersi una casa, cominciano a porsi il problema di eventuali figli e mariti rimasti al paese d’origine. Cominciano a tessere quella rete, relazionale e identitaria, che rappresenterà una rete a tutti gli effetti di grande protezione dei flussi migratori verso l’Italia.

La presenza comincia ad essere abbastanza equilibrata numericamente per i maschi così come per le femmine. Gli anni ’80, in conclusione, oltre che essere anni in cui l’equilibrio di genere è più  marcato, sono anche anni in cui per la migrazione ha un peso rilevante il reticolo sociale al femminile.

Gli anni ’90

Negli anni ‘90 i flussi migratori presentano una condizione di equilibrio tra maschi e femmine e sono caratterizzati dalla presenza delle donne del ricongiungimento familiare. In questi anni il ricongiungimento è però attivato anche dalle donne che, partite per prime negli anni ’70, ritrovano il marito e i figli.

Gli anni ’90 sono anche gli anni della grande visibilità delle donne straniere, della loro sovraesposizione nel nostro paese, in quanto la tratta di donne e minori e la prostituzione diventano “la realtà costruita” della migrazione delle donne.

Il settore definito del sex worker non si caratterizza solo per la presenza delle donne della tratta, ma vede anche una presenza significativa di donne4 che sono a conoscenza del tipo di lavoro che svolgeranno in Italia, della loro attività di prostitute. Ciò che non conoscono è il livello di sfruttamento, di maltrattamento, le condizioni lavorative a cui saranno sottoposte.

Le donne che si inseriscono in questo settore provengono dapprima negli anni 1989-90 dai paesi dell’Est, mentre nel periodo 1991-92 arrivano dalla Nigeria, poi negli anni 1993-94 dall’Albania e ancora dai paesi dell’Est; successivamente dai paesi del Sud America.

E’ un settore, quello del sex worker, che rappresenta una delle poche alternative al lavoro domestico.

Questa realtà occupazionale, questa segregazione occupazionale, anche se è limitata da un punto di vista numerico, si riverbera sul fenomeno migratorio in modo fortemente negativo, oscurando  i percorsi individuali delle donne, per dare visibilità a quelli che sono gli stereotipi della migrazione femminile. Ancora una volta  si produce  un’immagine che non  corrisponde alla realtà, ma piuttosto la distorce.

Gli anni ’90 sono anche gli anni in cui la segregazione occupazionale del lavoro domestico si riduce ulteriormente; le donne continuano a fare il lavoro di cura, ma nelle imprese di pulizia; cominciano anche a fare intrapresa entrando in piccole cooperative, fanno lavoro autonomo come ambulanti, specialmente per l’ethnic business.

Oltre ad una presenza nel terziario vi è anche un incremento delle donne avviate nell’industria come operaie generiche con contratti spesso atipici.

Le donne del ricongiungimento

Le donne del ricongiungimento costituiscono un gruppo che assume una visibilità alla fine degli anni ’90, in seguito alle politiche di stabilizzazione dei flussi. Visibilità più di tipo simbolico che reale poiché i dati, le ricerche su questi aspetti sono ancora molto limitate e il ricongiungimento familiare è visto come modalità di incremento dei flussi, piuttosto che come fatto sociale.

Molte sono le forme del ricongiungimento familiare5 e tutte richiedono un forte sostegno sia per chi ha effettuato il ricongiungimento che per chi è stato ricongiunto.

In particolare per le donne ricongiunte, se neo-madri, diventare madri nella migrazione poco tempo dopo l’arrivo nel nuovo paese, può significare vivere un evento cruciale della propria biografia in situazione di forte discontinuità rispetto alla propria storia.

E’ soprattutto il primo figlio, il cosidetto “bambino della transizione” a dover “portare” le ansie e le paure della neo-madre, le sue difficoltà di relazione con i servizi, i vissuti di rottura rispetto alle conoscenze precedenti, le tecniche di maternage e di cura che vengono proposte nel nuovo paese. Vi è a volte il rischio che – messa a confronto con scelte tra modelli di cura e concezioni dell’infanzia tradizionali e “moderni” – la madre immigrata adotti un sistema di maternage fortemente impoverito; bloccato da timori e scelte contraddittorie; ridotto nei gesti e nei messaggi verbali e non verbali.

Per le donne può verificarsi  anche la messa in discussione del ruolo culturalmente definito della figura femminile.

Le condizioni di esistenza divengono più difficili in presenza dei figli. In questi casi, l’impossibilità di fare affidamento alla rete parentale o amicale impedisce, di fatto, possibili scelte di vita, come un progetto lavorativo esterno e, conseguentemente, un processo di parziale autonomia dal marito; Questo “estraniamento” ha delle ripercussioni nel tempo sulla qualità della vita familiare, poiché viene a mancare un elemento di supporto, ad esempio, per il processo di socializzazione dei figli come nel caso dell’apprendimento della lingua italiana e i rapporti con l’istituzione scolastica. A fronte di un vissuto delle donne ricongiunte segnato da un forte disagio, emerge una consapevolezza a resistere, per non venire meno al modello culturale di riferimento, il quale presuppone la vicinanza alla figura maschile.

Nella relazione tra moglie e marito a volte è segnalato un irrigidimento del ruolo maschile tradizionale. Nelle situazioni in cui è la donna ad effettuare il ricongiungimento del partner non sono rari i casi in cui si manifesta la difficoltà dell’uomo ricongiunto ad accettare un ruolo passivo e la presenza dei figli come ostacolo al mantenimento del lavoro.

Il nuovo millennio

Oltre all’incremento della presenza delle donne della prostituzione e della tratta alla fine degli anni ’90, inizio del nuovo millennio, assume grande visibilità, per l’impatto che ha sul nostro welfarevi, un gruppo particolare di donne che svolgono lavoro di cura le cosiddette badanti.

Le badanti

Con tale termine si intendono le donne della migrazione che svolgono un particolare lavoro di cura: l’accudimento di persone anziane sole e non autonome o di individui disabilivii.

Queste donne si inseriscono in modo visibile nei flussi migratori verso il nostro Paese negli anni ’90 e provengono prevalentemente dai paesi dell’ex Russia e dall’Est in generale.

Almeno agli inizi del fenomeno si caratterizzano per la forte irregolarità nel lavoro ed il pendolarismo. Un numero sempre più elevato di donne proviene da questi paesi per fronteggiare la criticità economica che interessa la propria famiglia, o per far terminare gli studi ai figli o mantenere la famiglia. Sono madri che sperimentano la maternità in condizioni di separazione dai loro figli, spesso con vissuti di grande sofferenza.

Il loro progetto non è ben definito rispetto ai tempi, hanno però un’idea molto precisa sui soldi che debbono accumulare e per quali spese.

Si caratterizzano, per il costante collegamento con il paese di origine, o attraverso il telefono cellulare o mediante scambi informativi veicolati da amici, parenti; inviano beni e merci e denaro ai loro familiari con cadenza settimanaleviii.

Il settore del lavoro di cura occupato dalle badanti si caratterizza per le particolari condizioni di sfruttamento lavorativo spesso più marcato rispetto al lavoro svolto dalle colf.

Condizioni che in qualche modo sono “legittimate” dalle stesse donne a causa del particolare progetto migratorio, del tempo a disposizione limitato per raggiungere i loro obiettivi di massimizzazione dell’accumulo di risorse finanziarie per soddisfare bisogni precisi presenti fra i membri del nucleo familiare, dello stesso stato frequente di clandestinità.

Le donne rifugiate

Un ultimo gruppo di donne che arrivano in modo consistente alla fine degli anni ’90 a causa dei numerosi conflitti bellici, religiosi, culturali che interessano il nostro pianeta è costituito dalle donne rifugiate, tipologia di donne che già troviamo in precedenti flussi, ma che ora, anche grazie ai mass media, e a causa degli stupri etnici, stanno assumendo grande visibilità. .

Nonostante la rilevanza del fenomeno, si tratta di donne che non hanno trovato attenzione da parte dei ricercatori, così come da parte dei decisori pubblici, i quali non hanno ancora assunto alcuna misura specifica di tutela nei loro confronti. Nel nostro Paese non esistono vere e proprie politiche nei confronti dei rifugiatiix. Se in generale le donne della migrazione sono considerate prevalentemente in quanto madri o mogli, raramente come soggetti autonomi dotati di loro progetti e loro percorsi, le donne profughe per le politiche sociali non esistono. Scarsa è l’attenzione di genere anche nelle strutture e nei pochi centri che si occupano di rifugiati.

Nel lavoro di ricerca citato abbiamo evidenziato che tra i motivi di scarsa considerazione della realtà della donna profuga vi è il fatto che esse sono in numero inferiore rispetto ai maschi nella medesima condizione e che in riferimento alla donna pesa in modo significativo la variabile “difficoltà a raccontare le violenze subite” e a descrivere la fatica della fuga, che ha frequentemente un risvolto di violenza sessuale. A ciò deve aggiungersi la paura legata ad eventuali ritorsioni sui membri della propria famiglia lasciati.

Le donne sono le protagoniste principali di situazioni di particolare vulnerabilità. La ricerca di un rifugio finisce per creare famiglie in cui è presente solo la donna. Non è raro il caso della donna che fugge con i propri figli o da sola perché perseguitata per il solo fatto di aver sposato un uomo soggetto a persecuzioni o sospettato di complotto.

I flussi migratori al femminile hanno caratteristiche  che tagliano trasversalmente la periodizzazione tracciata. Innanzitutto le donne sono caratterizzate, a differenza dei maschi, da una maggiore regolarizzazione, proprio in virtù della segregazione occupazionale .

Inoltre le donne più degli uomini contribuiscono a riconfermare e a mantenere l’identità, a dare protezione e sicurezza e a legare fra di loro le  diverse generazionix.

Questi ovviamente non sono comportamenti e situazioni generalizzate: vi sono donne della “tradizione”, intendendo per tali quelle donne che sono fortemente ancorate al loro passato, al loro paese d’origine, alle abitudini che non sono più del contesto immigratorio. Sono le donne maggiormente isolate, che da un punto di vista psicologico risentono di più della  fatica della migrazione.

Vi sono poi donne che chiamiamo della “modernità”, donne della “acculturazione”: donne che abbracciano i comportamenti della modernità spesso in modo superficiale, tagliando i ponti col passato e con la tradizione e causando un grande sconvolgimento nelle famiglie e dentro di sé.

Prevalgono però le donne che fanno da trait d’union, donne della trans-cultura: quelle donne che proprio per il lavoro di continuo ricamo, ricucitura e collegamento tengono insieme due mondi diversi ma estremamente dinamici.

Ricordiamo come la presenza di flussi in uscita da un paese contribuisca in qualche modo a creare modernità, a cambiare le abitudini, gli stili di vita; così come la presenza di individui provenienti da altri contesti culturali contribuisce a cambiare il contesto.

Le donne mediano, traducono, reinterpretano non tanto per sé ma per i loro mariti,  per i loro figli dei quali progettano il futuro trasmettendo memorie e legami con la generazione precedente, con la storia familiare coerentemente con una società in evoluzione, con la società del futuro.

Insegna politiche sanitarie e politiche migratorie all’Università di Milano – Bicocca, Facoltà di Sociologia, esperta di problemi migratori coordina per i tipi di franco angeli la collana Politiche migratorie

Articolo in parte di pubblicato su “Nascere”novembre 2003

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iii G.Favaro, M.Tognetti Bordogna, Donne dal Mondo, Guerini ed. Milano, 1991

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v M.Tognetti Bordogna, I ricongiungimenti familiari e la famiglia, in “Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia” ( a cura di) G.Zincone, Il Mulino, Bologna , 2002

vi M.Tognetti Bordogna, Immigrazione e welfare state, dal lavoro di cura a nuove politiche sociali, in “Inchiesta”,ottobre-dicembre, 2003

vii Sul termine, mass mediatico di badante si è aperto un dibattito non ancora chiuso, la legge in riferimento a questa figura parla di “personale di origine extracomunitaria adibito ad attività di assistenza a componenti della famiglia affetti da patologie o handicap che ne limitano l’autosufficenza”, altri parlano di “assistente familiare”, il WJNR le definisce Women Family Caregivers. Ciò nonostante  crediamo che il termine badante sia ben esemplificativo della precarietà di questo ruolo e permetta di non sovrapporsi alla figura della colf

viii Le ricerche hanno evidenziato tre tipi di badante: “ la strumentalista” – con soggiorno breve finalizzato ad accumulare denaro – ; colei che lavora sperando nell’inserimento sociale, ed infine “ la promozionista” che pur partendo con un progetto di emancipazione e di inserimento sociale non riuscendo a realizzarlo svolge il suo lavoro con rassegnazione.

ix Per una prima analisi ci sia consentito rinviare gli eventuali lettori ai lavori di ricerca che stiamo conducendo : Percorsi delle vittime di tortura, ( a cura di Fondazione Cecchini Pace, F.Fanon), omero, Roma, 2003

x G.Favaro. M.Tognetti Bordogna, Donne dal mondo, Guerini, Milano, 1991

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